20 Giugno, 2021

Qui e ora. Tempi e spazi di bell hooks

Teoria e pratica, mente e corpo, politica e pedagogia si sovrappongono nel profillo di bell hooks, studiosa e attivista afroamericana con due nuove proposte da Tamu e Meltemi / Culture Radicali

In un periodo storico nel quale si moltiplicano gli affondi critici nei confronti della “teoria” – affondi che restano in buona parte validi e giustificati, in particolar modo quando puntano all’ipertrofia della teoria dei confronti della prassi – l’editoria italiana offre due importanti occasioni per la riscoperta dell’opera di una intellettuale che, con la costituzione dialettica della teoria, ha sempre avuto a che fare. Si tratta di bell hooks, alias Gloria Jean Watkins, nata nel 1952 in Kentucky e diventata, già a partire degli anni Ottanta – con la pubblicazione del suo primo libro Ain’t I a Woman? Black Women and Feminism (1981) – un punto di riferimento per l’elaborazione teorica femminista e afroamericana e anche per la teoria intersezionale (per quanto riguarda, soprattutto, le intersezioni di razza, genere e classe). Anche le due pubblicazioni di bell hooks ora disponibili in lingua italiana ci restituiscono il profilo di una studiosa e militante che ha sempre tenuto in grande considerazione il valore politico, culturale e, non ultimo, pedagogico della propria proposta teorica.

Si prenda, in primo luogo, Elogio del margine/Scrivere al buio di bell hooks e Maria Nadotti: pubblicazione d’esordio per la casa editrice Tamu, si configura come una scelta certamente meritoria e coraggiosa, e non soltanto perché si tratta della ripubblicazione di una coppia di testi altrimenti scarsamente reperibili – entrambe le prime edizioni, rispettivamente per Feltrinelli e La Tartaruga, risalgono al 1998 – ma anche perché la loro riproposizione, nel 2020, assume specifiche valenze culturali e politiche.

Se si pensa che questo è avvenuto per iniziativa di una giovane casa editrice con sede a Napoli, infatti, si potrà osservare come ciò vada ad arricchire lo scenario di un sistema editoriale e di un tessuto culturale in rapida fioritura che, da una vocazione geografica più chiaramente mediterranea, sta aprendo i propri orizzonti su scala globale. In questo contesto, Tamu si segnala per un interesse che, a differenza di altre giovani case editrici, non è strettamente letterario, bensì saggistico, riallacciandosi così ad un prolifico filone nella storia editoriale italiana del secondo Novecento, interessato alla produzione saggistica più capace di coniugare l’elaborazione teorico-filosofica e la militanza politica. Uno degli assi portanti dell’intera iniziativa editoriale di Tamu, infatti, è la costruzione di una biblioteca di saggistica e teoria culturale solidamente radicata nella produzione accademica degli ultimi anni, ma aperta anche a una fruibilità più vasta, senza per questo approdare alla divulgazione, e anzi cercando di superare quello che spesso è un falso binarismo tra produzione accademica e divulgativa.

In questo senso, il caso di bell hooks è estremamente significativo: come spiega a più riprese la stessa autrice nel dialogo con Maria Nadotti (qui nel ruolo multiplo, e mai passivo o interamente subordinato, di curatrice, traduttrice e intervistatrice), l’anti-accademismo della docente universitaria femminista e afroamericana non si risolve in un semplice esercizio di moralismo o di populismo anti-intellettualistico tout court, mirando invece a mettere in pratica l’imperativo di “morire alla classe”, formulato da una figura iconica dei processi globali di decolonizzazione come Kwame Nkrumah. E, in effetti, per bell hooks, proveniente da una famiglia povera di Hopkinsville, Kentucky, la rinuncia ai privilegi della propria classe sociale non significa soltanto – per citare la sua stessa intervista – “mandare i soldi a casa”, ma anche “mantenere una visione unificante” della propria esperienza biografica, culturale e politica nell’elaborazione teorica e nella militanza.

In fondo, bell hooks è stata un’antesignana di quell’approccio intersezionale che affronta congiuntamente sessismo, razzismo e classismo (cui potremmo aggiungere anche abilismo, specismo, ecc.), decostruendo ogni tentativo di classificazione gerarchizzante tra questi fenomeni. L’obiettivo di questa teoria e pratica intersezionale è di rendere più solida l’opposizione a quello che la stessa bell hooks definisce, con un sintagma altrettanto compatto, “patriarcato capitalista suprematista bianco”. 

Questo movimento oppositivo parte da una posizione ben definita – costantemente ribadita grazie ai frequenti cenni autobiografici, presenti non soltanto nell’intervista con Maria Nadotti ma anche negli altri saggi– ma non si limita, con questo, a riproporre gli stilemi del personal essay di tradizione anglosassone, sottolineando invece quello che per bell hooks è l’inscindibile unità di teoria e prassi. Un percorso, dunque, che non è soltanto anti-accademico, ma che, praticando l’eterodossia, trova anche un modo, paradossale e al tempo stesso affascinante, di rinnovare e rinvigorire una determinata forma di ortodossia, teorica e politica; un percorso, inoltre, che trova solidarietà, per molti motivi, con la posizione di Maria Nadotti, traduttrice e curatrice dell’opera di un altro grande intellettuale restio all’ingabbiamento accademico – ovvero, alla divisione del lavoro e all’irreggimentazione dei saperi dell’accademia – e peraltro mai immediatamente “divulgativo” come John Berger. 

Rispetto alla ricezione italiana, si tratta di una suggestione affascinante: come ha sottolineato a più riprese Maria Nadotti, nelle varie presentazioni del libro edito da Tamu, è forse soltanto oggi che la lettura di bell hooks può trovare un pubblico davvero attento. Se questo è vero, non lo è soltanto perché la società italiana ha attraversato notevoli cambiamenti socio-culturali – dai flussi migratori alla successione di nuove generazioni di italofoni e italofone, passando per un rinnovato movimento femminista, a livello locale, nazionale o globale – o perché si è generalmente consolidata una prospettiva intersezionale nei vari movimenti culturali e politici, ma anche perché questi fenomeni possono incontrare ora la riflessione – con i suoi attributi di autobiografismo e anti-accademismo, ma anche di enfasi sulla prassi – di bell hooks come contributo vitale e dialettico all’elaborazione teorica e alla militanza.

Ci sono molti altri motivi, di ordine non soltanto nazionale – dalla rilevanza transnazionale del movimento Black Lives Matter alla produzione di un film come Black Panther (2018), rispetto al quale tornano d’attualità le riflessioni di bell hooks, contenute in Elogio del margine, su quella “spettatorialità nera” che non può concedere spazio alla reificazione del motto “Black is Beautiful” senza esserne danneggiata – che consentono di apprezzare in modo approfondito e rinnovato questi due lavori. Questo sembra essere accaduto, ad esempio, anche nel Regno Unito, per altri versi impelagato nelle dinamiche nazionaliste e neoliberiste della Brexit, con la realizzazione dell’importante mostra – organizzata a Nottingham e avversata, come molte altre iniziative culturali, dalle circostanze pandemiche – Grace before Jones: Camera, Disco, Studio, capace di svincolare l’immaginario transnazionale che si è sviluppato attorno alla figura divistica di Grace Jones dalla sua peculiare declinazione di “Black is Beautiful”.

Tuttavia, non è soltanto “il tempo di bell hooks” ad essere arrivato, o ritornato, ma anche il suo “spazio”. L’Elogio del margine, come anche l’imperativo del “morire alla classe”, testimoniano una fedeltà al margine che si dà in opposizione alla conquista del centro e sulla quale si pensa sia possibile rifondare efficaci strategie controegemoniche. Se quest’ultimo orizzonte politico deve ancora, e costantemente, essere messo alla prova, è però opportuno ricordare come bell hooks, negli ultimi anni, si sia interessata a un altro margine, interno agli Stati Uniti, ossia la sua regione d’origine, il Kentucky, e la sua componente appalachiana. Oltre ad essere tornata a vivere e insegnare in quello Stato, al Berea College, bell hooks ha manifestato il suo interesse per questo “margine interno” in varie opere, dalla raccolta di poesie Appalachian Elegy: Poetry and Place (2012) alla partecipazione al documentario Hillbilly (2019). Ciò le ha permesso di ribadire più volte come questa regione – ora nota anche ai lettori in lingua italiana (di Chris Offutt, per fare il nome forse più fulgido) come una culla di un risentimento white trash non di rado, pur senza esserlo in modo esclusivo, pro-trumpiano – sia sempre stata anche afroamericana e, più in generale, abitata anche da altre comunità. L’intervista intitolata Scrivere al buio – con i suoi frequenti riferimenti alla segregazione territoriale degli afroamericani a Hopkinsville, facilmente individuabile poiché coincideva, in larga misura, con il tracciato della ferrovia – può essere considerata un utile preludio di tutto questo.

Molto più semplice, ma mai del tutto scontato, è invece il riferimento ad un’altra topologia caratterizzata dal binarismo centro/margine, come quello della casa. A questo tema è dedicato il primo e fulminante saggio di Elogio dal margine: la casa è individuata come “sito di resistenza” perché, come scrive bell hooks, riunendo ancora una volta teoria politica e approccio militante, “[u]omini e donne neri devono dare vita a una visione rivoluzionaria di liberazione che abbia una dimensione femminista, che tenga conto dei nostri bisogni e dei nostri problemi specifici. Rifacendosi all’eredità del passato, oggi le donne nere possono riprendere a concettualizzare l’idea di casa riconoscendo ancora una volta che il focolare domestico è il sito primario della sovversione e della resistenza”.

A questo proposito, è forse fin troppo facile cercare di tradurre questa enfasi sulla dimensione domestica nel contesto di questi mesi di generalizzato, e insieme stratificato, confinamento da lockdown o “zona rossa”; il confronto e la traduzione contemporanea acquisiscono, tuttavia, una fisionomia ancor più definita se si mettono in relazione anche la riflessione pedagogica di bell hooks in Insegnare a trasgredire e il dibattito sulla scuola, tra “didattica a distanza” e “didattica in presenza”, che continua a rivestire centralità all’interno della crisi pandemica. Come sottolineano anche Rahel Sereke, Mackda Ghebremariam Tesfau’  e il Gruppo Ippolita negli interventi posti a introduzione e postfazione del libro pubblicato da Meltemi (Insegnare a trasgredire, 2020), la proposta di bell hooks di una pedagogia libertaria, attenta alla costruzione di una comunità di apprendimento, nella quale la trasmissione del sapere non si gioca tanto sul piano dell’imposizione autoritaria, quanto su una circolazione di sapere che ha persino aspetti erotico-estatici – oggi quasi impensabili, e quindi politicamente necessari, nella loro dimensione utopica – si costituisce senza dubbio come un’alternativa alla dicotomia tra “presenza” e “assenza”. Rivela, da un lato, la sclerotizzazione prodotta dall’appropriazione politica di questa dicotomia – spesso, assai lontana dalle questioni più urgenti affrontate dalle diverse comunità scolastiche – e, d’altro canto, sottolinea anche la permanenza di quelle linee di esclusione, dentro e fuori dagli edifici scolastici, che l’investimento ideologico su questa opposizione binaria rischia di oscurare.

Ricorrendo a un lessico (la classe “multiculturale”, ad esempio, cui si fa riferimento nel secondo e terzo capitolo) e a una genealogia teorica e politica (la pedagogia degli oppressi di Paulo Freire, in particolare, cui è dedicato il quarto capitolo, nonché altri riferimenti nel resto del libro) che possono apparire, in prima battuta, come datati e comunque passibili di ulteriori sviluppi, bell hooks riesce ancora, in realtà, a fornire strumenti teorico-metodologici che, proprio grazie alla loro alterità e inattualità, possono rimettere in gioco questioni fondamentali della pedagogia contemporanea.

L’utilità dell’approccio di bell hooks, peraltro, si estende verso questioni che non sono di riferimento strettamente pedagogico, come si può notare, ad esempio, dalla trattazione dell’opera di Paulo Freire – non esente, secondo bell hooks, da un quoziente specifico, e assai rilevante, di sessismo – in congiunzione con i saperi femministi che costituiscono l’oggetto preponderante di altri capitoli (quali, ad esempio, il settimo, l’ottavo e il nono). Non vi è disgiunzione, né volontà censoria, per la probabile delusione delle molte analisi che, negli ultimi tempi, hanno inteso biasimare i tratti “violenti”, “autoritari” e “censori” della cosiddetta cancel culture di marca liberal. L’ossessione per il politically correct, in fondo, non può che essere bifronte, in quanto attinge al bacino di ambiguità della stessa politica, e una delle sue due facce sembra prestare il fianco, non di rado un fianco accademico, a quella più reazionaria – a chi, in principio, ha di fatto costruito questo oggetto proprio con il nome, già sintomatico, di cancel culture.

Come ricorda sempre Mackda Ghebremariam Tesfau’ nella sua introduzione, questa diversità e complessità di approccio resta possibile, in bell hooks, grazie al mantenimento di una continua circolazione tra corpo e mente, così come tra riflessione teorica e pratica militante, che ha come obiettivo dichiarato quello di evitare chiusure, del pensiero come della pratica, e restituire una nuova fisionomia, intimamente dialettica, al nesso teoria-prassi, come si può apprezzare nell’estratto dal quinto capitolo di Insegnare a trasgredire, riportato per gentile concessione dell’editore Meltemi.