Rabih Alameddine / Strane coppie in Libano

Rabih Alameddine, La vera storia di Raja il Credulone (e di sua madre), tr. di Licia Vighi, La nave di Teseo, pp. 384, euro 20,00 stampa, euro 11,90 epub

A sessant’anni passati Raja, professore in un liceo a Beirut, omosessuale, solitario, si ritrova a vivere con Zalfa, la madre, che di anni ne ha ottanta: una strana coppia. Lui le tinge i capelli, lei lo insulta, lo comanda, lo protegge, lo tiene sotto assedio. Intorno a loro: un piccolo appartamento, due gatti amatissimi, i generatori, un enorme tavolo di famiglia che ingombra lo spazio come una genealogia impossibile da rimuovere. All’inizio La vera storia di Raja il Credulone (e di sua madre) sembra mantenere la promessa contenuta già nel titolo, soprattutto in quell’inciso tra parentesi che sposta subito Raja dentro l’orbita materna: una commedia madre-figlio, una convivenza senile e litigiosa dentro la storia disastrata del Libano, dalla guerra civile esplosa nel 1975 al collasso bancario del 2019, fino alla pandemia e all’esplosione del porto di Beirut del 4 agosto 2020. Ma più il racconto procede, più ci si chiede se il vero centro sia davvero Zalfa o se, sotto il legame con la madre, non agisca un’altra scena: quella della sessualità di Raja, di un desiderio che ha preso forma dentro una relazione di dominio.

Questa scena è il sottosuolo. Nel 1975, all’inizio della guerra civile, Raja adolescente viene rapito, o salvato, o entrambe le cose, da Boodie, un giovane miliziano che lo nasconde in un appartamento sotterraneo. In un paese precipitato nella violenza, il rapimento appartiene a una grammatica meno eccezionale di quanto possa sembrare a un lettore non libanese. Rabih Alameddine lo complica subito: nel luogo della prigionia non c’è solo paura. Ci sono il travestimento, il corpo, la dipendenza, il desiderio, l’umiliazione, la cura, il sesso.

Il romanzo non dice mai che cosa dobbiamo pensare di quella relazione, e non ce lo dicono nemmeno Raja o sua madre che sa tutto. È abuso? È amore? È iniziazione? È trauma? È la forma che il desiderio assume quando non dispone di uno spazio libero in cui riconoscersi? Boodie è insieme carceriere e amante, rivelazione per Raja ma probabilmente anche per se stesso. Raja subisce, ma non è mai soltanto vittima, anche se il suo desiderio nasce dentro una costrizione. Questa indecidibilità rende il libro – che resiste alla tentazione di spiegare – interessante.

Anche la costruzione temporale lavora in questa direzione. Conosciamo Raja ragazzo nel 1975 e poi Raja vecchio, nel 2023. In mezzo, quasi nulla. Sappiamo che ha insegnato per decenni, che ha scritto quasi per caso un libro in giapponese sulle passeggiate nella Beirut della guerra che ha avuto molto successo, e che ora vive con la madre e a un certo punto deve anche ospitare la cugina e l’odiata zia. Ma della sua vita sentimentale e sessuale adulta non sappiamo quasi niente. All’inizio del romanzo c’è un giovane vicino che lo corteggia dal balcone, seminudo, e Raja che osserva senza davvero desiderare quel corpo: desidera il ricordo del desiderio. Come se la scena originaria del sottosuolo avesse esaurito la possibilità di un eros nel presente, lasciando solo l’eco di ciò che è stato.

Raja, un credulone – come per l’appunto dice il titolo – sembra essere restato per tutta la vita agganciato a due figure assolute: Zalfa e Boodie. Il legame con Zalfa ha la qualità specifica del figlio omosessuale con la madre, quell’intimità totale in cui Zalfa lo insulta, lo comanda, lo difende dalla vergogna sociale — cioè dall’omofobia esterna — ma lo tiene in uno spazio in cui lei è dominante e lui per sempre una sorta di bambino. Lo protegge e insieme lo trattiene. Boodie invece lo ha catturato, travestito, esposto a una verità oscura di sé. Non sono figure equivalenti, ma si rispondono: Zalfa lo fissa in una dipendenza amorosa in cui il sesso non entra; Boodie lo fissa in una dipendenza erotica e traumatica. Raja abita lo spazio tra queste due costrizioni, e sembra non aver mai abitato davvero un altro posto o perlomeno noi non lo sappiamo. La scena americana, ambientata nel 2021, in cui Boodie riappare come Buddy e vorrebbe una riconciliazione terapeutica, è quasi allegorica: l’America filantropica vuole trasformare la colpa in guarigione, Raja rifiuta di prestarsici. Quel rifiuto è uno dei gesti più netti del libro. Raja non vuole essere guarito per il benessere di chi lo ha ferito. Non vuole che il trauma diventi una cerimonia morale a favore del carnefice.

Alameddine, l’autore del romanzo che ha vinto il National Book Award 2025,  sa che il lettore internazionale si aspetta dal Libano guerra, trauma, religione, macerie, milizie, vittime. A maggior ragione in questi mesi di nuova guerra con Israele. E allora lo corregge di continuo: ecco una madre sboccata e garibaldina, una cugina lesbica, un professore gay che scrive in giapponese, il trauma raccontato come farsa, desiderio, camp. Il Libano non è mai dove lo aspettiamo. Questa strategia funziona, ma a tratti mostra troppo la propria intelligenza: il romanzo sembra voler sedurre esattamente il lettore che intende smontare, e l’abilità nel rovesciare ogni stereotipo finisce per restare visibile come abilità. Alameddine scrive con una voce torrenziale e digressiva. Ogni scena tragica viene sporcata da una battuta; ogni scena comica lascia filtrare una ferita. La scrittura impedisce la solennità, ma non sempre evita l’effetto di “bravura”.