Silvia Rosa / Con arma d’inchiostro

Silvia Rosa, L’ombra dell’infanzia, peQuod, pp. 83, euro 15,00 stampa

Silvia Rosa continua il proprio orientamento poetico verso i vivi, e soprattutto le “vive” – sopravvissute – che, mattone dopo mattone, ogni giorno lucidano l’armatura perché questa serve contro l’orco mondiale, maschile, più della resistenza che affatica ossa e muscoli, e toglie il fiato cui la poetessa (come tutte) aspira perché la vita continui inviolata. E sia ancora tonico quel canto “alla durata” che serve a frequentare stagioni, e futuri in qualche modo atletici. L’accuratezza visiva che ha sempre incantato critici e lettori in questo nuovo libro oltrepassa, ancora e di più, la verità umana traducendosi nel continuo svelare – in ogni poesia – l’oscura opera del drago contaminante col suo fiato il giusto peso del corpo e delle menti femminili. Il drago, sia chiaro, è sempre maschile e non tiene conto di legami che dovrebbero essere fondamenta di vita, e costruiti intorno a spazi certi, inviolabili e inviolati. Territori corporali che non dovrebbero preludere a fiabe inventate per dar luogo al “supremo sbaglio” che molti padri, incombenti, operano “lacerando la velina dell’infanzia”.

Il gioco domestico non è un gioco, sarebbe sufficiente questo a far puntare lo sguardo nella giusta direzione, prima che serva la storia letteraria di una poesia a far denuncia, a scoperchiare l’immagine contraffatta della famiglia offerta da una pubblicistica ipocrita. Ogni poesia di L’ombra dell’infanzia è una tessera che sceglie da sé il proprio posto in questa narrazione (o meglio, resoconto) mutata spesso in un memoir del “sottosopra” a cui nessuno vorrebbe assistere ma che quotidianamente allunga artigli velenosi per ogni dove, città, villaggi e contrade. In quelle zone dell’altro mondo il racconto utilizza tutti gli spazi che la poesia si dà per essere presente, inequivocabile, con i toni suoi propri: carattere, timbro, e misure del pieno e del vuoto.

È un dialogo continuo, inesausto – riferisce Rosa in una nota – con Neige Sinno, autrice di Triste tigre, libro in cui vincendo l’impossibilità di “non scrivere”, dopo anni di ricerca pervicace degli strumenti per farlo, testimonia in modo personale e collettivo di una bambina che è stata violentata per anni da un adulto. La durezza intorno a cui si gravita è irreparabile, la letteratura “non salva” ma la scrittura denuncia, mette con le spalle al muro le “tigri” bipedi, in una dimensione dove è messo a forza anche l’agnello. Il martello della prosa di Neige è lo stesso della poesia di Rosa.

Rosa impedisce che lo spazio rasenti il limite del documentabile, lo fa con energiche ventate di realtà stese sulla pagina liberando quel che non si dice, quel che la schiuma dei tempi attuali confonde sempre più con l’aria inquinata in essa contenuta. E denuncia, denuncia le parole “inesistenti” messe in campo da chi sa ma tace. Rosa si chiede dove sono ora le “sopravvissute”, e quale strada percorrono in solitaria o con sorelle illuminate dalla stessa luna. Non è questione di lirica, la visione di quei “fuochi fatui”: questi sono vere presenze sorte dalla perduta memoria, perché averla significa non smarrire mai il dolore del danno. La dichiarazione di sopravvivenza è un decalogo da sgranare trasformandolo in una serie di mattoni sovrapposti, gli stessi che compongono il muro a cui appendere, sfavorendo la retorica delle vittime, il papiro del non perdono. Perché tutti, dall’ombra dell’omertà, vedano davvero.