Soma Morgenstern / Un mondo che non c’è più

Soma Morgenstern, Il figlio del figlio perduto, tr. Alessandra Luise e Sarina Reina, Marsilio, pp. 313, euro 18,00 stampa, euro 9,99 epub

Primo romanzo di una trilogia, Scintille nell’abisso (Funken im Abgrund), destinata a completarsi solamente nel 1942, ovvero al principio dell’esilio statunitense del suo autore, Der Sohn des verlorenen Sohnes apparve nel 1935 presso l’editore berlinese Erich Reiss, le cui pubblicazioni potevano essere vendute esclusivamente a un pubblico ebraico. L’autore, Salomon (Soma) Morgenstern era nato in un villaggio della Galizia orientale (all’epoca impero austro-ungarico) nel 1890 in una famiglia ebraico-ortodossa; dopo gli studi in legge a Lemberg (Lvov) si trasferì nel 1918 a Vienna, dove iniziò a lavorare come giornalista e dove consolidò l’amicizia con il pressoché coetaneo, anch’egli galiziano, Joseph Roth. L’unica pubblicazione di Morgenstern disponibile in italiano prima della pubblicazione del presente romanzo era del resto il volume di ricordi Fuga e fine di Joseph Roth (Adelphi 2001, edizione originale 1994) in cui Morgenstern, con stile toccante e personale, rievocava le tormentate vicende biografiche dell’amico, che egli assistette sino alla fine dei suoi giorni, nel maggio 1939 a Parigi. Il giorno stesso dell’Anschluss Morgenstern era infatti emigrato a Parigi (dove Roth abitava già dal 1933); nel 1940 Morgenstern fu quindi internato in un campo nella Francia del Sud; nel 1941 riuscì a emigrare negli Stati Uniti (New York), dove lo avrebbero raggiunto la moglie e i figli nel 1947.

Intimamente gravato dall’esperienza dell’esilio e dalla consapevolezza degli orrori della guerra e della Shoah (in cui l’autore perse la madre e due fratelli), Morgenstern non riuscirà mai davvero a integrarsi, né tantomeno a imporsi nell’ambiente culturale americano, ancorché tra il 1946 e il 1950 vengano pubblicati in traduzione inglese i volumi della trilogia Scintille nell’abisso. Nel 1955 apparve inoltre in traduzione inglese presso la Jewish Publication Society of America il romanzo The Third Pillar (Die Blutsäule), ambientato in un villaggio della Galizia orientale alla fine della seconda guerra mondiale, in cui Morgenstern elabora le notizie sconvolgenti relative al genocidio ebraico che provengono dall’Europa.

Alla sua morte, avvenuta a New York nel 1976, Morgenstern è un autore ancora misconosciuto; la (ri)scoperta della sua opera risale a metà degli anni Novanta, quando l’editore tedesco zu Klampen intraprende la pubblicazione della intera opera. Gli undici volumi comprendono, oltre a un consistente novero di romanzi, anche testi autobiografici, articoli e feuilleton, drammi, critiche teatrali, diari, lettere, memorie, per la maggior parte recuperati dal lascito dell’autore e qui pubblicati per la prima volta.

Al centro della trilogia, di cui Il figlio del figlio perduto costituisce appunto il primo volume, è la saga della famiglia Mohylewski, una famiglia ebraica di abbienti proprietari terrieri di Dobropolje, nella Galizia orientale, che adombra la famiglia originaria dell’autore stesso. La trama si muove tra Vienna e la Galizia alla fine degli anni Venti all’interno di una sfaccettata compagine sociale tutta ebraica, attraversata da profonde tensioni, alimentate dal crescente antisemitismo nonché dalle pulsioni sioniste, e scissa tra tradizione e laicismo, tra campagna e città, tra ortodossia e assimilazione. Morgenstern valorizza una contrapposizione assai presente e discussa nel mondo ebraico di inizio Novecento, ovvero la tensione tra “ebrei orientali”, ortodossi e legati alla tradizione, ed “ebrei occidentali”, figli della secolarizzazione e della modernità: si tratta di una dicotomia che ha un ruolo importante, tra l’altro, nella riflessione di Joseph Roth (cfr. Ebrei erranti, Adelphi 1985) e nella diagnosi storico-filosofica di Franz Kafka che assurge la categoria “ebraico-occidentale” a cifra del nichilismo moderno, coniando per l’epoca presente la definizione di “età ebraico-occidentale” e definendosi, in una lettera a Milena, il “più occidentale” di tutti gli Ebrei occidentali, ovvero l’archetipo dell’uomo e artista moderno, senza radici, senza tradizione, senza storia.

All’interno di questo contesto storico-culturale si muove dunque l’azione di questo primo romanzo, che ha inizio nell’agosto 1928, quando il cinquantenne Wolf (Welwel) Mohylewski, ricco proprietario terriero di Dobropolje (Galizia orientale) ed ebreo osservante, si accinge a partire per Vienna, delegato dalla comunità locale come suo rappresentante al congresso di Agudat Israel, un’organizzazione internazionale di ebrei fedeli alla Legge che intende promuovere una severa educazione religiosa tra i giovani per contrastare “l’allontanamento della gioventù dalle radici spirituali e morali, conseguenza della guerra e degli sconvolgimenti successivi”. Accompagna Welwel nel lungo viaggio il più anziano Jankel, amministratore delle tenute dei Mohylewski, uomo pragmatico e di più lasca osservanza ai precetti religiosi (tanto che accusa a più riprese Welwel di “clericalismo”), il quale ha persuaso il riluttante Welwel (privo di eredi) ad approfittare del viaggio a Vienna per riannodare i rapporti con la famiglia del fratello minore di Welwel, Joseph, trasferitosi dalla Galizia a Vienna, quindi convertitosi al cattolicesimo e poi morto sul fronte all’inizio della Prima guerra mondiale. La conversione al cattolicesimo aveva rappresentato una cesura immedicabile per la famiglia di origine, sicché Welwel non aveva mai conosciuto né la moglie di Joseph, Fritzi, ebrea convertita che rinnega le proprie origini, né Alfred, il figlio diciannovenne di Joseph, che ora Welwel vorrebbe ricondurre in Galizia e nominare suo successore.

Anche Alfred, assieme al suo tutore, il dottor Stephan Frankl, che incarna l’ideale di una risolta simbiosi ebraico-tedesca, è tra i partecipanti al convegno: con sdegno della famiglia materna, ha deciso infatti dopo un viaggio a Berlino di voler approfondire le proprie radici ebraiche: “Vorrei che mio padre non si fosse fatto battezzare. Se fosse rimasto ebreo, ora sarei anch’io un vero ebreo, uno Jude con la e, e non uno Jud’ con l’apostrofo come chi è semplicemente di origine ebraica!”, esclama Alfred a colloquio con il suo tutore. Il convegno, a cui Morgenstern dedica un intero, lungo capitolo, propone una variegata carrellata di personalità ebraiche, dal vecchissimo rabbino di Czortków che con le sue preghiere benedice il congresso, al corpulento rabbino di Ger, che incarna “tutta la grazia paesana del mondo chassidico”, allo scrittore reboante (forse una caricatura di Franz Werfel?) che annoia l’uditorio con il suo “fervore sermonesco”. A questi ritratti si aggiungerà in seguito la rievocazione del Rabbi Abba, una figura fiabesca, quasi da leggenda chassidica: dell’illustre talmudista, prozio di Welwel, si ricorda una disputa con Joseph e di come egli avesse rifiutato anni addietro la prestigiosa nomina a rabbino di Francoforte, preferendo continuare a vivere nella miseria della propria casupola galiziana.

L’incontro tra Alfred e Welwel, accennato in occasione della fine del congresso, quando gli occhi di Welwel si incontrano con quelli di Alfred, che in quell’occasione viene arrestato perché ritenuto (a torto) un attentatore, si compie successivamente grazie all’intervento di Jankel.

Nelle conversazioni tra zio e nipote prende forma la figura di Joseph, che contro la volontà del padre si era iscritto al Gymnasium e aveva proseguito gli studi a Vienna (l’istruzione era ancora guardata con sospetto dagli ebrei osservanti che vedevano negli studi profani uno strumento di perdizione e di allontanamento dalla fede). Al termine del romanzo, Alfred si risolve a trasferirsi a Dobropolje assieme allo zio, compiendo dunque un cammino a ritroso rispetto a quello intentato a suo tempo dal padre: “Alfred vuole essere il figlio degno di suo padre. Anche lui sarà un uomo in fuga, un impaziente. Seguirà a ritroso il cammino del padre, passo dopo passo, per scoprirlo. (…) Vivrà in un mondo dove esiste ancora la vera saggezza”. Il cammino di Alfred rappresenta dunque un ritorno letterale e figurato alla casa del padre e, come si chiarirà meglio nel secondo volume della trilogia, Idillio nell’esilio, esso assume i tratti della teshuvah, che significa al contempo pentimento e ritorno alla fede e al proprio vero Sé.

Questa costellazione religiosa, intessuta di rinnegamento e pentimento, di allontanamento dalla casa paterna e di successivo rientro, di maledizione e perdono, sarebbe risaltata con più evidenza se il titolo del romanzo fosse stato correttamente tradotto con “Il figlio del figliol prodigo”, un titolo, oltretutto, che aggiunge all’operazione letteraria di Morgenstern una nota di originalità, poiché suggerisce la riproposizione di una parabola neotestamentaria in un contesto prettamente ebraico.

Ottima, per il resto, la traduzione del romanzo, reso dalle due traduttrici in un italiano preciso e scorrevole che rende conto dei diversi registri stilistici adottati da Morgenstern, che svariano dall’ironia all’effusione sentimentale, da sobrie tonalità descrittive a fantasticherie struggenti.

Nonostante il predominare di una tonalità narrativa piuttosto datata – gli alterchi tra Welwel e Jankel risultano fiaccamente umoristici e alquanto convenzionali, nella loro misoginia, sono i ritratti femminili – il romanzo mantiene solidi elementi di interesse storico-religioso-culturale e riserva, oltre a scorci non convenzionali su Vienna, alcune pagine di intensa bellezza, laddove il narratore descrive Welwel intento alla preghiera con devozione ardente e in un dialogo ininterrotto con i propri progenitori.

Un’ultima annotazione, infine, circa l’aleggiare della Shoah sulla vicenda narrata nel romanzo: pur in assenza di segnali circa il genocidio imminente, il lettore resta impressionato da una frase di Alfred, tragicamente premonitrice: “Da molto tempo ormai il criterio per stabilire l’identità ebraica non è più la confessione. Ora si stabilisce in base al sangue”.

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