Stefano Vicario / A Roma, meglio di un film americano

Stefano Vicario, Essere o non essere. La nuova indagine del re degli stracci, La nave di Teseo, pp. 240, euro 20,00 stampa, euro 11,99

La scrittura brillante di Stefano Vicario introduce bruscamente nell’ambiente losco e violento di una palestra clandestina governata col pugno di ferro da Tenerezza, mafioso su sedia a rotelle che gestisce un ricco giro di scommesse illegali. Poveracci che menano e soprattutto si fanno menare per racimolare pochi spicci, che useranno per loro e per le loro povere famiglie, in caso di sopravvivenza. Non ci sono regole. Si combatte di notte: calci, pugni, morsi, colpi bassi. Esattamente come nella vita quotidiana delle persone che vivono ai margini della società che sa tutto e che non vuol vedere nulla. Ed è questo il tema costante dei gialli di Stefano Vicario, giunto con Essere o non essere al terzo titolo (ultimo forse) di una fortunata serie.

Tutto ruota sempre intorno alla figura retorica del “re degli stracci” l’avvocato Andrea Massimi, figura tormentata dai sensi di colpa, indirizzati in gran parte verso la propria famiglia, la propria moglie e i propri cari, un po’ meno verso la società che pure riesce a disprezzare per il senso di ingiustizia che gli procura. Insieme a lui, alle sue vicende di clochard che si autopunisce, c’è sempre, opportunamente, una figura rappresentativa della sofferenza che attraversa il genere umano nei nostri tempi. Nel primo libro, che battezza l’avvocato Andrea con il nomignolo del “re degli stracci”, ci fu l’incontro con un trans alla stazione Termini. Nel secondo, Acqua di fiume, quello con uno zingaro bambino scomparso. Ognuno di questi personaggi fornisce una sorta di lasciapassare per un mondo che pure il “re degli stracci” conosce benissimo ma che, antropologicamente, non gli appartiene. Come non gli appartiene la vita che conduce Micio, omone moldavo che cerca disperatamente il suo compagno pugile Maskim.

Essere o non essere è il libro, appena uscito, che racconta proprio questa vicenda, questa ricerca in un tipico viaggio negli inferi di un pezzo di città nella città, la più grande, autentica e controversa metropoli italiana: Roma. Perché “a Roma succede qualsiasi cosa, meglio di un film americano”. E infatti Andrea non si perita, non si spaventa e inizia il suo viaggio di eccentrico detective. Talmente eccentrico che, nonostante meni una vita da clochard riesce a condurre una relazione amorosa, per quanto traballante, con il magistrato Anna Ungaro. In questo troviamo già uno dei primi punti di interesse di una trama costruita in spazi non separati nettamente tra loro: si passa agilmente dalle baracche ai quartieri borghesi, dalla Procura ai binari morti e ai vagoni abbandonati delle stazioni ferroviarie, dal profumo degli abiti borghesi alla puzza degli stracci. Intorno ai personaggi principali, Vicario fa muovere delle altre figure che si caratterizzano in modo interessante e originale non tanto per essere degli “ultimi” nel senso più banale e più ovvio del termine, ma per rappresentare dei veri e propri “sconfitti” e “perdenti” – come Aldo, ex direttore d’orchestra. Persone che, nei fatti sono state espulse da una società iperselettiva e molto escludente. Esattamente come l’ingiusta e crudele follia del ring e degli incontri suicidi di kickboxing.

Come è noto, Vicario è affermato regista televisivo e sceneggiatore, debuttando nel 1973 come aiuto regista del padre Marco Vicario. Nei suoi libri la scrittura risente favorevolmente di questa esperienza artistica. Il ritmo è reso frenetico – ottimo per un giallo – dall’uso generoso dei dialoghi e dal tratteggio rapido e espressivo dei profili dei protagonisti. Il lettore non troverà pagine dedicate a contesti o a particolari, ma leggerà di volti e linguaggi. Guarderà negli occhi i personaggi o li vedrà comunque molto da vicino, soffrire, amare, disperarsi, pieni di lividi, sanguinare e piangere ma non sempre per dolore.