Strade e altre “buone cose” del colonialismo italiano

Francesco Filippi prosegue la sua meritoria operazione di sanificazione, disinfezione e igienizzazione della memoria e dell’immaginario nazionale: la messa in luce e la rettificazione di equivoci, leggende, falsi miti, opinioni e attitudini scorrette - sempre artatamente incoraggiate e diffuse da chi non ha mai fatto i conti con il nostro passato politico – che l’indifferenza, l’ignoranza e l’inerzia di molti continua a perpetuare.

Dopo aver smentito sistematicamente le bufale propagandistiche del fascismo “buono” (Mussolini ha anche fatto cose buone) e chiarito perché il nostro paese non è mai riuscito a chiudere definitivamente la pagina più nera della sua storia (Ma perché siamo ancora fascisti?), Filippi prende in esame in questa sua ultima ricerca (Noi però gli abbiamo fatto le strade: Le colonie italiane tra bugie, razzismi e amnesie, Bollati Boringhieri, pp. 198, euro 12,00 stampa) un altro evento rimosso ed edulcorato del nostro passato, un episodio decisamente lungo, che non si ascrive soltanto alle colpe del ventennio mussoliniano ma che rimonta fin quasi al principio della nostra storia unitaria di nazione: gli ottant’anni di epopea coloniale.

Nel tortuoso percorso storico efficacemente sintetizzato da Filippi, gli antefatti africani sono remoti: fra il 1845 e il 1849, mentre perde la Prima guerra d’indipendenza, il Regno di Sardegna permette che le proprie navi si dedichino alla tratta degli schiavi fra Golfo di Guinea e Brasile. La marina britannica blocca diverse imbarcazioni genovesi con l’accusa di aver infranto la legge che dal 1807 vieta il traffico di esseri umani. Molto prima dell’Unità lo schiavismo è dunque già ampiamente praticato. Nel 1869, appena dopo l’inaugurazione del Canale di Suez, la compagnia di navigazione genovese Rubattino, già nota per aver fornito le due navi che portarono i Mille di Garibaldi da Quarto a Marsala, acquista da due fratelli, sultani locali, la baia di Assab, sulla costa del Mar Rosso, prospiciente al porto britannico di Aden, nella speranza di farne una base di approdo e rifornimento per piroscafi italiani sulla via dell’India. Il progetto commerciale però non decolla, troppo agguerrita è la concorrenza dei più organizzati inglesi: nel 1882, per non fallire, la compagnia vende l’avamposto con tutte le (poche) infrastrutture allo stato italiano, trasformando di fatto un acquisto privato in un’annessione territoriale. Il Regno d’Italia di Depretis si accolla un’iniziativa in perdita per banali ragioni di prestigio: un anno prima la Francia gli ha soffiato l’ambita Tunisia e il paese ha così stipulato, per rompere il suo isolamento in Europa, la Triplice Alleanza con gli imperi centrali. Con l’imprescindibile beneplacito della Gran Bretagna, interessata a ridurre le ingerenze francesi nel Mar Rosso, il colonialismo italiano – ridotto a sottoprodotto di quello britannico: sarà infatti l’Inghilterra a inserire l’Italia nel gioco come, nel 1941, sarà sempre l’Inghilterra a eliminarla – fa il suo ingresso nel corno d’Africa, come fallimentare consolazione per la perdita di Tunisi. Il “fardello dell’uomo bianco” prevede ovviamente anche per l’Italia la civilizzazione dei selvaggi e le intenzioni progressiste della Sinistra storica, affiancano questo nobile compito ai provvedimenti interni sull’allargamento del suffragio elettorale e sulla riforma scolastica. Già nel 1891 però, i primi scandali coinvolgono le gerarchie militari preposte all’amministrazione del nuovo territorio con accuse di violenza, torture e omicidi mirati nei confronti della popolazione locale: un tenente dei carabinieri subisce un processo ma – come vuole la sana consuetudine ancor oggi in vigore nel nostro paese – viene ovviamente assolto: tutte le colpe ricadono sulle truppe indigene.

È ancora la diplomazia inglese a proporre all’Italia, sempre in funzione antifrancese, di allargare il proprio dominio occupando, dopo Assab, anche il porto di Massaua e da lì, nel 1885, la città di Asmara nell’immediato entroterra: nel 1890 per Regio Decreto, viene istituita ufficialmente la “Colonia primigenia” con il nome di Eritrea, ereditato da letture classiche. Da lì verranno gli Ascari (in arabo: soldato), il Regio corpo coloniale d’Eritrea: truppe sacrificabili e curiosità esotica delle future parate militari. E proprio i soldati locali saranno usati preferibilmente nelle frequenti dispute confinarie con l’Etiopia dell’imperatore Menelik II, dopo il fallimentare trattato di Uccialli, con cui l’Italia umbertina, contando su un doloso errore di traduzione, tenta vanamente di aggiudicarsi a tradimento il protettorato sull’intera regione: solo i cinquecento caduti di Dògali (per la precisione 430) del 1887, verranno ricordati in quanto italiani e bianchi. Nove anni dopo, nel 1896, sarà la battaglia di Abba Carima, per noi di Adua, con circa 7000 caduti fra italiani ed Ascari, a porre tragicamente fine ad ogni mira espansionistica in Abissinia, così come alla carriera politica di Francesco Crispi.

Simile la storia del secondo possedimento, la Somalia, il più longevo, essendovisi protratta l’amministrazione fiduciaria italiana ben oltre la sconfitta nella Seconda guerra mondiale, fino al 1960. Ancora un’operazione di subcolonialismo, una procura nei confronti del dominio britannico, permette nel 1889 la penetrazione del Regno d’Italia nei territori all’incrocio fra Mar Rosso e Oceano Indiano. Le intenzioni commerciali della Società di Benadir, costituita dagli italiani imitando l’”imperialismo informale” della Compagnia delle Indie britannica, finiscono in nulla mentre gli scarsi mezzi impiegati per promuovere lo sfruttamento agricolo della regione provocano solo rivolte sanguinose. Nel 1905 lo Stato italiano subentra ai privati, come già fatto in Eritrea, estendendo le normative alla regione sull’Oceano Indiano: nasce nel 1908 la seconda colonia, la Somalia italiana, riprendendo il nome da Somaliland, il confinante possedimento inglese.

Un caso a parte è la città cinese di Tientsin – in realtà 46 ettari di terreno paludoso adibito fino ad allora a cimitero, adiacente al porto della città – briciole di una concessione ricevuta in compenso per la partecipazione italiana con duemila soldati a sostegno degli alleati occidentali durante la repressione della “rivolta dei boxer” nel 1900. Solo un pretesto dell’Italia per sedersi – da parente povera – a fianco delle potenze imperialiste. La Tientsin italiana la si ricorda solo per un paio di romanzi di Emilio Salgari, lì ambientati, e più tardi per gli esotici amori giovanili tra il diplomatico rampante Galeazzo Ciano ed Edda Mussolini. Dopo la resa dell’8 settembre 1943 verrà occupata dai giapponesi per tornare definitivamente cinese nel 1947.

Più significativa l’espansione in Nord Africa, nella cosiddetta Libia, in realtà unione forzosa di tre territori distinti: la Cirenaica, la Tripolitania e il Fezzan. Compensazione allo smacco di Tunisi, l’avventura coloniale di Giovanni Giolitti, approfitta delle “crisi marocchine” tra Francia e Germania e dei sentimenti antiturchi dell’Impero Austro-Ungarico che si è appena impossessato della Bosnia-Erzegovina, per vincere le resistenze degli inglesi, disposti a concedere sponde nel remoto Mar Rosso ma non sul Mediterraneo, nei confronti dell’impresa. Fra le proteste dei pacifisti, tra cui l’ancora socialista Mussolini, e l’esaltazione dei nazionalisti, tra cui Corradini, D’Annunzio e il Pascoli della “Grande proletaria si è mossa”, l’Italia attacca finalmente nel 1911 l’Impero Ottomano. Nella guerra – un particolare che Filippi omette ma, già che ci sono, lo ricordo io – per la prima volta fu usata la recente invenzione dell’aereoplano come mezzo di ricognizione e di offesa, effettuando la prima ricognizione tattica e il primo bombardamento a mano a bassa quota della storia: un gramo primato per l’Italia. Nonostante la fretta di Giolitti nel decretare l’annessione dopo una guerra lampo di un solo mese, il territorio è tutt’altro che pacificato e una serie di rovesci subiti alla periferia di Tripoli porta gli occupanti ad abbandonarsi a una brutale repressione con 1800 morti per rappresaglia e una scia di saccheggi, stupri e violenze. Una tradizione di assoggettamento e riconquista di aree ribelli che proseguirà fino agli anni ’20 sotto il governatore Giuseppe Volpi e si inasprirà ulteriormente dopo l’avvento di Mussolini con l’arrivo nel 1929 di Rodolfo Graziani, il “macellaio del Fezzan”, con bombardamenti sulla popolazione civile, uso di gas, deportazioni di massa in campi di concentramento, e culminerà nel 1931 con la cattura e l’esecuzione del patriota Omar al-Mukhtar, capo della resistenza. Come spiega Filippi:” La maggiore eredità coloniale è […] aver riunito […] i diversi popoli e le regioni che componevano il possedimento italiano, tanto da farne una nazione”, Tripolitania, Cirenaica e Fezzan otterranno insieme l’indipendenza nel 1950 sotto il nome di Regno Unito di Libia.

La sconfitta militare dei turchi ottomani porta all’Italia anche il possesso di Rodi e del Dodecaneso, divenuto ufficiale nel 1923 dopo una lunga occupazione “provvisoria”. Una colonia anomala poiché gli abitanti, greci o turchi che siano, in quanto “bianchi” non possono sottostare al regime di apartheid applicato nelle colonie africane: la si preferisce definire “possedimento italiano”, eredità ideale della Serenissima Repubblica di Venezia. Stabilita la non inferiorità razziale degli indigeni greci, si conferisce loro uno status giuridico a metà strada tra la cittadinanza italiana piena e la sudditanza coloniale.

Ancora più indubitabile e per di più attardata e quasi fuori tempo, è la natura imperialista dell’aggressione all’Etiopia del 1935, l’”impresa fascista” per eccellenza, un’epopea propagandata come scontro tra la “nuova Italia” e le vecchie demoplutocrazie occidentali, prima fra tutte la passata mallevatrice coloniale del Regno d’Italia umbertino: la Perfida Albione.E’ come sempre non un’effettiva utilità economica a muovere l’invasione, quanto un’ottusa questione di prestigio: le sbandierate memorie romane dell’Impero, il riscatto e la vendetta di Adua, la rivincita sulla “vittoria mutilata” della Grande Guerra. Un’immagine da tenere alta ad ogni costo, al prezzo di sfrenate brutalità in battaglia, uso di gas, bombardamenti a tappeto, violenze sistematiche contro i civili, considerati subumani, e dispendio esorbitante di capitali – trasporto e rifornimento di centinaia di migliaia di uomini, dispiegamento tecnologico in aerei, carri armati, salmerie meccanizzate – tale da mettere in crisi per anni la capacità bellica delle forze armate: una crisi che peserà ancora nel 1940, quando Mussolini si getterà di nuovo in un’altra sconsiderata avventura. La volontà di dominio e il timore di rivelare la propria debolezza in ambito internazionale inducono il duce e il “re-imperatore” ad instaurare un regime di terrore e di apartheid che anticiperà la legislazione razzista del 1938. “Economicamente fallimentare, deleterio sul piano della politica internazionale, ed effimero per quanto riguarda la durata della permanenza”, cinque anni esatti, l’invasione dell’Etiopia è “l’evento coloniale che più ha segnato la coscienza storica degli italiani”.

La perdita definitiva dell’”Oltremare” dopo il 1945 sottrae il nostro paese agli shock più o meno violenti della decolonizzazione che agitano altre potenze occidentali come Francia, Belgio, Inghilterra o Portogallo. L’Italia – non toccata direttamente dal fenomeno – passa nel secondo dopoguerra al ruolo di nazione terzomondista, sostenitrice e alleata dei processi di indipendenza dei popoli post-coloniali, perpetuando il mito degli “italiani brava gente” e di una colonizzazione morbida che ha lasciato generosamente strade e infrastrutture agli indigeni trattandoli sempre umanamente. Intanto i governi che si susseguono tergiversano, evitando di consegnare alla giustizia internazionale criminali di guerra come Graziani o Badoglio o di restituire prede di rapina come l’obelisco di Axum – riportato in Etiopia solo nel 2008 – e una fitta cortina di silenzio impedisce al paese di prendere coscienza delle brutalità compiute durante l’occupazione, colpe non limitate all’Italia fascista, ma estese all’intero comando militare e all’apparato governativo “con la sua imbarazzante continuità dalla dittatura alla repubblica”. Una censura che si protrae – esempio eclatante – fino agli anni ’80 quando si vieta la distribuzione nazionale del film Il leone del deserto voluto da Gheddafi per ricordare la figura del martire libico al-Mukhtar, in quanto il film sarebbe “lesivo dell’onore dell’esercito italiano”.

I residui dell’esperienza coloniale dispersi tra la memoria e l’oblio, sono, freudianamente, oggetto di rimozione o di sublimazione. Un immaginario erotico fatto di veneri nere, discinte e pregiudizialmente disponibili – già immortalate in foto “artistiche” diffuse dagli stessi soldati, e in canzoni come A Tripoli o, più tardi, Faccetta nera, esaltanti la sensualità e la docilità della preda conquistata (d’altra parte, come scrisse Ennio Flaiano: “Alla base di ogni espansione, il desiderio sessuale”) –  perpetuato fino a tempi recenti con i film sexy di Zeudi Araya o le immagini glamour delle tante modelle etniche del posticcio “antirazzismo” alla Benetton. E perfino un vocabolario che tuttora conserva termini come lingua di Menelik – un giocattolo carnevalizio – ambaradan  – da Amba Aradam, monte etiopico presso il quale nel 1936 Badoglio, usando l’iprite, lasciò sul terreno circa ventimila morti etiopi, tra militari e civili – o tucul – un tipo di capanna indigena divenuto celebre motivetto goliardico per le ovvie assonanze anatomiche. Una mancata elaborazione critica del nostro passato imperialista che impedisce oggi la corretta comprensione dei fenomeni della globalizzazione, come giustamente evidenzia Filippi: “Entrati nell’immaginario come servi selvaggi e inconsapevoli, i ‘diversi’ sono scomparsi dalla coscienza pubblica del Paese per mezzo secolo, rinchiusi in rappresentazioni imbarazzanti e caricature razziste, per riapparire ora sulla scena come una minaccia: ‘clandestini’, ‘invasori’, ma mai ‘esseri umani’ ”.


Illustrazioni di Aurelio Bertiglia (1891-1973)

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