The Expanse, la space opera che amava Cervantes

Dopo 6 stagioni termina The Expanse, serie tv tratta dal ciclo romanzesco Leviathan’s Fall di James S.A. Corey, acronimo di Daniel Abraham e Ty Franck. The Expanse è una space-opera con un profondo significato politico, etico e filosofico, costruita da un punto di vista letterario come se fosse un’epica cavalleresca in cui vengono innestati elementi noir e cyberpunk.

È finita. Dopo sei stagioni pare proprio che sia finita. Un lutto non indifferente per i moltissimi fan delle avventure di James Holden, Naomi Nagata e degli altri personaggi di The Expanse, la fortunata serie televisiva trasmessa negli ultimi anni da Amazon Prime Video. Non si può avere uguale certezza per quanto riguarda i romanzi, dove è stato annunciato un nuovo titolo in uscita il 15 marzo, Memory’s Legion, una antologia di spin off e racconti collegati con la serie principale. Nella versione su libro dell’epopea dei centuriani, come sono chiamati gli abitanti della fascia degli asteroidi (belter nell’originale), sono stati finora pubblicati nove romanzi, tutti firmati da James S.A. Corey, che, come è noto, è uno pseudonimo. Celati dietro questo nom de plume ci sono due autori, Daniel Abraham e Ty Franck.

Parlare di pseudonimo è chiaramente un eufemismo, dato che non è mai stato un segreto per i lettori chi fosse a scrivere realmente. La prima serie televisiva è cominciata nel 2015 mentre il romanzo iniziale era stato pubblicato nel 2012, con il titolo Leviathan: il risveglio. L’ultimo, in attesa di pubblicazione in Italia, chiude il ciclo, e si chiama Leviathan’s Fall. La serie TV aveva avuto una prima seria difficoltà nel 2018, alla fine della terza stagione, quando la produzione precedente (SyFy Channel) aveva deciso di interromperla. È stato in quel frangente che è subentrata Amazon, la quale, oltre ad acquisire i diritti per le prime tre stagioni, ha prodotto le tre seguenti. Si è giunti così a oggi, e la serie si è conclusa quest’anno, dopo “solo” sei stagioni, tralasciando quindi gli ultimi tre romanzi. Non sono del tutto chiare le motivazioni che hanno spinto Amazon a concludere la sequenza così seccamente, con una serie di soli sei episodi, soprattutto non è noto se si sono poste questioni di tipo economico oppure se si è trattato di elementi strutturali, legati al proseguo della narrazione stessa. A sostegno di questa seconda ipotesi va detto che la storia in sé ha una sorta di conclusione parziale proprio alla fine del sesto libro, con una pausa di trent’anni tra questo e il seguente. Gli stessi autori, infatti, avevano indicato come appropriato questo momento narrativo per concludere le trasmissioni, anche se, molto probabilmente, potendo, avrebbero optato per una opzione meno tranchant, e una serie di dieci puntate come le precedenti. Sicuramente, tenendo conto dei tre romanzi non trattati, dei molti racconti che collegano le diverse narrazioni e del volume in fase di pubblicazione in America nei prossimi mesi, il materiale per proseguire non manca, visto anche il totale consenso del cast e degli autori. È quindi possibile che questa volontà comune si concretizzi in un film o due, come è stato ipotizzato in diversi contesti.

James S. A. Corey, alias Daniel Abraham e Ty Franck

Gli aneddoti sulla genesi del filone sono infiniti, e in fondo hanno relativamente poca importanza. L’elemento identificativo che va sottolineato a proposito degli autori non è tanto il racconto di quel particolare momento in cui hanno avuto l’idea oppure le leggende circa le figure a cui si sarebbero ispirati per i personaggi, la sostanza è che stiamo parlando di due professionisti, nel senso di addetti ai lavori, entrambi abituati al duro impegno delle retrovie, a quel modus operandi che caratterizza e permette di riconoscere chi – ad esempio – costruisce il merchandising esistente intorno ai grandi successi, chi conosce il mercato dei comics e dei teenagers, e di conseguenza vi adegua i meccanismi propri della costruzione di una sceneggiatura, chi ha deciso di vivere ad Albuquerque (New Mexico) con la famiglia, invece che a New York o a Los Angeles. Insomma, si tratta di due autori con anni di manovalanza alle spalle prima di incrociare la strada giusta. Quanto ci sia di leggendario in questo ritratto non è dato sapere, ma certamente quello che il collettivo James S.A. Corey ha coscientemente diffuso di sé incita senza alcun dubbio a proseguire su questa linea.

Il messaggio che i due autori hanno voluto trasmettere è trasparente, e, non per caso, si allinea alle indicazioni politiche e sociali presenti nel loro lavoro e sostenute in The Expanse. Perché – va detto senza esitazioni – il vero fulcro della storia è il discorso politico che la sostiene. È chiaro che non si tratta dell’unico, e difatti vi sono moltissimi temi e narrazioni che si incrociano e si sostengono vicendevolmente, ma il suono costante che affianca ogni altro strumento di questa orchestra, la ritmica che è presente prima, durante e dopo qualsiasi altro argomento, è quello che proviene dalla rivolta e dalla piazza. La ricerca del buon governo, il conflitto tra le diverse espressioni della res publica, la rivolta che ne può scaturire, tutto ciò è al centro del racconto propostoci dagli autori.

L’analisi di pregi e difetti delle diverse pratiche politiche in conflitto, dal parlamentarismo terrestre sotto l’egida ONU alla pseudo-anarchia dei pirati centuriani e dall’APE (il governo ombra semi clandestino della fascia), dal terrorismo applicato su scala planetaria all’uso della forza manu militari di stampo marziano, dal capitalismo senza regole delle zaibatsu extraterritoriali all’idealismo libertario di James Holden, il confronto è davvero a tutto campo. Terra, Marte e la fascia rappresentano qui tre modelli di governo, ognuno con i suoi limiti, i suoi difetti e i suoi pregi, e sono sia le spaccature interne quanto le difficoltà evidentemente presenti quando si tratta di costruire le fondamenta di una gestione comune a caratterizzarli in senso negativo. Chrisjen Avasarala, Fred Johnson, Marco Inaros, Camina Drummer, i generali marziani, e, a suo modo, anche James Holden, sono i personaggi di un teatro politico su scala interplanetaria, dove le variegate forme di governo si misurano, mostrando tristemente quanto è facile cominciare una guerra devastante, e contestualmente quanto è complesso mettervi fine. Una buona dose di cinico realismo non impedisce però alla coppia di autori di schierarsi apertamente dalla parte della popolazione della fascia, sfruttata, uccisa e vittima di mille angherie da parte di un capitalismo selvaggio e senza regole troppo tollerato dalle classi dominanti dei pianeti interni. La rivolta dell’estremista Inaros è da condannare, ma è nello stesso tempo compresa e in una certa misura giustificata, e difatti viene in diverse occasioni sottolineato come la causa indiretta delle sue azioni terroristiche – il terreno di coltura – sia da ricercare nelle condizioni disperate in cui vivono molti dei beltalowda.  

L’oggetto narrativo The Expanse, quindi, senza rinnegare in alcun modo il suo status di prodotto commerciale e mediatico, si rivela di fatto essere molto di più del suo merchandising (peraltro piuttosto scarso), e la domanda che ci si deve porre riguarda quindi i motivi strutturali del successo della serie, ha a che fare con gli elementi che lo hanno determinato, e soprattutto cerca di comprendere come un racconto strutturalmente diverso da tutti i grandi cicli degli ultimi decenni (Star Wars, Star Treck, Battlestar Galactica, Doctor Who, X-Files) ha potuto arrivare all’empireo dei migliori di sempre. Perché The Expanse è lontana dai cicli citati e da altri analoghi, sia da un punto di vista formale sia da uno contenutistico. Leggendo Leviathan Wakes ci si rende conto dopo poche pagine dall’inizio del libro quale sarà la traiettoria intrapresa dagli autori. James Holden, inseguito da ogni parte, e a capo di un equipaggio riunitosi per pura casualità e superstite di una immane tragedia, si ritrova al comando di una nave da guerra proveniente dalla flotta marziana, di cui entra in possesso in modo a dir poco rocambolesco. Questa nave sarà al suo fianco sino all’ultima puntata della serie, e sarà protagonista delle sue avventure almeno quanto il suo equipaggio. Holden battezza la nave con il nome di Rocinante, il cavallo di Don Quixote, rivendicando così l’appartenenza sua e di tutta la storia narrata a una tradizione picaresca e utopista, e questo si riscontra sia per la visione epica e cavalleresca che la caratterizza sia per il substrato politico testimoniato. In Holden vi è completa coscienza di questo rimando, non viene nemmeno ipotizzato che possa trattarsi di una coincidenza. D’altronde il primo episodio della prima serie televisiva si intitolava Dulcinea, a sottolineare il rimando a Cervantes, e i mulini a vento vengono immediatamente richiamati dall’eroe stesso come obiettivo dichiarato della sua crociata, nel momento in cui così battezza l’astronave marziana.

Idealismo e onestà, insieme a una buona dose di follia e di insano coraggio, saranno quindi le colonne portanti della storia e dei suoi eroi, destinati anche a sofferenze e sconfitte, ma capaci di sporcarsi le mani con gli errori di tutti e pronti a farsi carico di ogni pentimento. Si, perché quel meccanismo psicologico che chiamiamo redenzione dice che gli errori si pagano, anche se si riconoscono e ci si pente, ma aggiunge che in questo caso il destino – o chi per lui – concede una seconda possibilità a chi se lo è meritato. E così accade per Naomi, per Amos, per Alex, Bobby, per la stessa Avasarala, e poi per Clarissa, Filip, Camina, persino con Fred Johnson. Anche Julie Mao cercava la sua seconda possibilità. La vita gli ha offerto la possibilità di cambiare, e la loro grandezza sta nell’aver saputo cogliere al volo quanto gli si è presentato. Vi sono però alcuni personaggi per cui questo schema non vale. Sono solo tre, un terrestre e due centuriani: Holden, Miller e Inaros. Onesto senza ombre il primo, e preda di ossessioni insuperabili gli altri due, sebbene in modi completamente diversi. Holden è l’unico dei tre che sopravvive a sé stesso, ma come il Don Quixote a cui si ispira, è convinto che vi siano dei principi superiori a cui renderne merito.

Holden è un filosofo, è davvero un cavaliere della Mancia, seppur nascosto, e forse a volte altrettanto ridicolo, ma la sua non è una adesione intellettuale, mediata da un progetto, ma è il suo corpo stesso che si addentra in questo immaginario, sembrando un folle che disprezza la morte. Holden è ininterrottamente a contatto con la morte, sia la sua che quella di chi gli si accompagna, e si consuma con il passare degli anni, al punto che dopo il passaggio dell’anello in un certo qual modo assurge ad una dimensione altra, solipsistica, dove, unico, avverte e percepisce determinati eventi, apparendo, agli occhi esterni, ancora più simile a un pazzo. Miller, la cui presenza è purtroppo limitata dall’accadere degli eventi, avrebbe potuto essere la salvezza di Holden, il suo contrappasso, e in un certo qual modo lo è stato. Unico a comprendere la protomolecola in modo analogo a quello del terrestre, Miller brucia come una falena di fronte alla luce dell’universo, e questo suo immolarsi lo rende molto vicino alla letteratura hard boiled, di cui incarna tutti gli stilemi. Poliziotto solo e alcolizzato, ha di fronte a sé la famosa seconda opportunità, ma il suo spirito già non è più di questa terra e non può fare altro, come d’altronde Holden, che diventare servo dei principi dietro a cui si muove. Miller si presenta come una sorta di Sam Spade, o di Philip Marlowe, legato quindi a doppio filo ad autori come Raymond Chandler o Dashiell Hammet, insuperabili autori del noir classico americano

In an interview, Corey tells how his story is composed of two main genres and two main characters: “It is definitely science fiction of the old-school space opera variety. That’s the story I wanted to tell. But half of the story was a detective story, and as soon as Detective Miller hit the page, he told me in a loud voice that he was a classic noir character” […]. Josephus Miller is a perceptive and somewhat corrupt policeman in the Belt, a place as distant and as poor as La Mancha, somewhere between Mars and the habitable moons of the outer planets. (Fredrick de Armas, 2020) [1]

Questo stile narrativo incrementa gli elementi cyberpunk presenti in The Expanse. William Gibson, soprattutto nei suoi primi romanzi ha attinto continuamente dalla letteratura noir e hard boiled, esattamente come qui James S.A. Corey. Miller difatti combatte la Protogen, una zaibatsu, per usare il linguaggio della trilogia dello Sprawl, che non ha nulla da invidiare alla Tessier–Ashpool. Inoltre, la mutagenità della protomolecola, così come l’utilizzo diffuso di innesti, impianti e apparati di ogni genere, procede in direzione della formazione di cyborg. Dai martian marine agli impianti distruttivi di Clarissa Mao fino alle mortali modificazioni indotte dalla struttura aliena, è evidente che il corpo umano è una casa ormai troppo stretta per le ambizioni degli abitanti di un intero sistema, già in partenza cresciuti in ambienti gravitazionali molto diversi tra loro.

The Expanse è quindi una space opera con un profondo significato politico, etico e filosofico, costruita da un punto di vista letterario come se fosse un’epica cavalleresca, in cui vengono innestati elementi noir e cyberpunk. Nonostante la narrazione ruoti costantemente intorno a James Holden e al suo equipaggio, nel corso del tempo ci vengono presentati decine di personaggi, e nessuno di loro viene trascurato, dimenticato o – più realisticamente – semplicemente usato, come invece accade comunemente nel mondo della serialità televisiva. Nel plot di The expanse anche i personaggi apparentemente minori trovano modo di esprimersi e intervenire sugli eventi, creando un racconto corale come pochi se ne sono visti nella narrativa d’anticipazione degli ultimi decenni, e tutto ciò avviene nel mentre della più grande rivelazione della storia dell’umanità, ovvero la scoperta di un “qualcosa” di alieno, di proveniente da un altrove totalmente indefinito, qualcosa che però interagisce con noi, rifiutando di restare rinchiusa nel ruolo oggettuale in cui la vorrebbe il nostro dualismo ontologico. Tutto ciò è evidentemente un terreno mitologico e archetipo, e ci mostra il luogo dove l’umanità potrebbe trovare la forza e la capacità per ripensare la propria intera esistenza, e forse, tra mille difficoltà, mettersi in discussione per un futuro condiviso. 

Dulcinea becomes many things: a dream-like ideal, a dead woman, a woman infected, a monster and, finally, the consciousness that guides Eros. As Julie becomes Eros, Miller comes to her, risking his own life. He gently leads her towards Venus, Eros’ mother, the goddess of love. As many witness the stunning conjoining, Earth is saved, love is saved, and something new is born. Miller and Julie are now truly enchanted. They have become part of Venus and part of a substance from beyond the solar system. (De Armas, 2020) [2]

BIBLIOGRAFIA MINIMA 

Oltre alla lettura dei romanzi e la visione della serie, consiglio la lettura di questi tre saggi, che mostrano quanto The Expanse sia senza dubbio degna di un approfondimento filosofico, letterario ed epistemologico. 

The Dialogic Expansion of Garcia’s We: Chronotopes, Ethics, and Politics in The Expanse Series, Eamon Reid 

Solar Accumulation: The Worlds-Systems Theory of The Expanse, Brent Ryan Bellamy and Sean O’Brien

Rocinante in Flight, Dulcinea Infected: Quixotic Moves in James S. A. Corey’s Leviathan Wakes, Frederick de Armas – Cervantes: Bulletin of the Cervantes Society of AmericaVolume 40, Number 2, Fall 2020

NOTE

[1]  In un’intervista, Corey racconta come la sua storia sia composta da due generi principali e due personaggi principali: “È decisamente fantascienza della varietà dell’opera spaziale vecchia scuola. Questa è la storia che volevo raccontare. Ma metà della storia era un giallo, e non appena il detective Miller ha colpito la pagina, mi ha detto ad alta voce che era un classico personaggio noir” […]. Josephus Miller è un poliziotto perspicace e un po’ corrotto nella Cintura, un luogo distante e povero come La Mancha, da qualche parte tra Marte e le lune abitabili dei pianeti esterni. (Fredrick de Armas, 2020)

[2]  “Dulcinea diventa tante cose: un ideale onirico, una donna morta, una donna infetta, un mostro e, infine, la coscienza che guida Eros. Quando Julie diventa Eros, Miller va da lei, rischiando la propria vita. La conduce dolcemente verso Venere, la madre di Eros, la dea dell’amore. Mentre molti sono testimoni della straordinaria unione, la Terra è salvata, l’amore è salvato e qualcosa di nuovo è nato. Miller e Julie ora sono davvero incantati. Sono diventati parte di Venere e parte di una sostanza al di là del sistema solare. ” (De Armas, 2020)

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