4 Luglio, 2020

Troll, giganti e animali nelle

, trad. e postfaz. di , illustraz. di , Iperborea, Milano 2018, pp. 162, € 16,00

di ALESSANDRO FAMBRINI

Nel 1842, sull’onda dell’interesse per il patrimonio popolare della tradizione orale, dilagante in tutta Europa dopo la raccolta dei fratelli Grimm (Kinder – und Hausmärchen, 1812), note in Italia come Fiabe del focolare, usciva il primo volume della raccolta di a cura di Peter Christen Asbjørnsen e Jørgen Moe, e si apriva anche per il mondo nordico la porta d’accesso a quel ricchissimo serbatoio di storie e di immagini che, secondo un’idealizzazione romantica, costituisce la mappa dell’“anima” di un popolo e di una nazione. A quell’impresa si ispirano anche le ricerche condotte nella seconda metà del diciannovesimo secolo dal linguista faroese (o feringio, come si diceva un tempo) , che portarono alla compilazione della silloge Færøske Folkesagn og Eventyr, uscita tra il 1898 e il 1901, e di cui il volume pubblicato da Iperborea presenta una selezione.

Ma quale popolo e quale nazione sono qui rappresentati? Le Faroe (Føroyar nella lingua locale) sono un arcipelago di diciotto isole, per una popolazione di poco meno di 50.000 abitanti, raggruppati soprattutto su Eysturoy e Streymoy, dove si trova la capitale, Thórshavn. Isolate nel nord dell’oceano Atlantico, nel punto baricentrico di un largo triangolo tra Islanda, Shetland e costa norvegese, per quasi tutto il corso della loro legate alla Norvegia prima e poi alla Danimarca, dalla quale ancora dipendono politicamente, sia pure in un regime di ampia autonomia, le Faroe conservano un patrimonio culturale prodigiosamente intatto, anche se non propriamente peculiare. Ovvero: i personaggi e le vicende che popolano queste storie sono emanazioni della più vasta tradizione scandinava, impensabili senza di essa. Sono i troll e i giganti (protagonisti di molte fiabe, da Il gioco del gigante a Il troll senza papà, da La ragazza nella caverna del gigante a Il troll nel monte), gli animali (un vero bestiario che vede protagonisti volpi, orsi, asini, galli e cigni, fino al trittico cane-cervo-usignolo della delicata, magica Il re nel corpo del cervo), gli dei di un pantheon insieme grandioso e scurrile come nel Gigante e Lokki, o gli esseri umani in cui si incarnano archetipi largamente diffusi, imparentando queste fiabe con una più vasta tradizione europea, e al tempo stesso si riflettono i costumi e la peculiari di un mondo tipicamente nordico e arcaico. È questo per esempio il caso delle fiabe in cui è protagonista Ceneraccio, una sorta di maschera furba e buffonesca, espressione di un mondo alla rovescia, che ricorre ampiamente nelle raccolte di Asbjørnsen e Moe e che qui ritroviamo, rappresentato in termini praticamente identici:

C’era una volta un uomo che aveva tre figli: Per, Pål e Espen, detto Ceneraccio. Ma oltre a quelli non aveva proprio niente, era povero in canna e perciò ripeteva spesso e volentieri che avrebbero dovuto andarsene per il mondo a guadagnarsi il pane. Lì a casa non potevano far altro che morire di fame”.
(Per, Pål e Espen, detto Ceneraccio, in Asbjørnsen e Moe, , trad.
di Alda Castagnoli Manghi, )

C’era una volta un uomo che aveva tre figli. I due più grandi erano come la maggior parte dei loro coetanei e lavoravano sodo, mentre il minore era un tipino che non combinava mai niente e che stava sempre steso a rimestare le ceneri”.
(Ceneraccio, in Fiabe faroesi)

Ma ciò che rende interessanti queste fiabe, oltre al piacere puro delle storie che
raccontano, sono le differenze con i loro più noti modelli: di tono, innanzitutto (più sobrio, pià scarno, meno elaborato), e poi di contenuto. Come afferma il curatore di questa edizione italiana, “rispetto alle versioni originali scandinave l’elemento magico nelle fiabe faroesi è meno prominente” e, per quanto abbondino spiriti e creature ancestrali, la chiave delle vicende ruota quasi sempre intorno a elementi concreti, riconoscibili, umani. Nel mondo duro, freddo e remoto dell’arcipelago, dove il soprannaturale incombe ed è quasi un elemento naturale (come scrive Rilke in una lettera del 1924 a Hermann Pongs, “solo nell’atmosfera dei paesi scandinavi lo spettro appare ammesso nelle categorie del possibile”), la fantasia, oltre a quello di intrattenere, ha anche il compito di descrivere la vita e di restituirne i contorni, per dare un senso ai gesti e agli oggetti quotidiani, innalzandoli in un tappeto di corrispondenze più vasto che tiene intrecciato l’infinitamente piccolo di queste isole e l’infinitamente grande del mondo.

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