7 Luglio, 2020

Tutti responsabili, anche gli assolti

, , e , . , Round Robin editrice, pp. 124, € 15 stampa

di DAVIDE CARNEVALE

Il ruolo fondamentale giocato dalle immagini nella tortuosa vicenda giudiziaria e mediatica creatasi attorno alla morte del giovane , avvenuta il 22 ottobre 2009 nel reparto di Medicina Protetta dell’ospedale “Sandro Pertini” ad appena una settimana dall’arresto del trentunenne romano per detenzione di stupefacenti, si direbbe paradigmatico di quel bisogno di immediatezza espressiva e comunicativa che caratterizza sempre più il nostro tempo. Un ruolo intuìto prontamente dall’avvocato Fabio Anselmo nel suggerire alla famiglia Cucchi di scattare quante più foto possibili durante l’autopsia, quelle stesse, terribili foto che, mostrate alle telecamere, avrebbero lasciato un segno indelebile nell’opinione pubblica dando una decisiva svolta a un processo che, dopo cinque anni e con l’assoluzione dei medici per insufficienza di prove, lasciava di fatto l’omicidio senza un colpevole.

Dopo il film Sulla mia pelle dello scorso anno – diretto da Alessio Cremonini e prodotto da Netflix, che racconta con taglio documentaristico gli ultimi giorni di vita del ragazzo – il volume pubblicato da Round Robin . La lunga notte di si rivolge ancora una volta alle potenzialità dell’immagine (disegnata, in questo caso). È un ottimo esempio di quel graphic journalism che sta prendendo sempre più piede anche in Italia, tanto nelle testate generaliste che sul web (dove si distingue la rivista online  Stormi ), per la sua capacità di combinare fruibilità del e rigore dell’informazione giornalistica.

Un difficile equilibrio raggiunto, in primo luogo, grazie all’eterogeneità della squadra di autori coinvolti. La sceneggiatura – sempre che di sceneggiatura si possa parlare per una che punta a ripercorrere le diverse fasi dell’inchiesta giudiziaria unicamente attraverso atti processuali, verbali, interrogatori, intercettazioni e altre fonti – firmata da Floriana Bulfon, giornalista de L’Espresso e la Repubblica, e dallo scrittore di noir Emanuele Bissattini – si presenta come un lavoro coeso, unitario; i due disegnatori (qui alla sua prima pubblicazione) e , già apprezzata matita del giornalismo grafico (al suo attivo vanno segnalati Soldi sporchi. Corruzione, riciclaggio e abuso di potere tra Europa e Delta del Niger, del 2015, con cui ha vinto la prima edizione del premio Andrea Pazienza come miglior graphic novel d’inchiesta, e L’alleato Azero. Gas e petrolio contro i diritti umani, pubblicato l’anno successivo), si avvicendano nelle sei parti che compongono il fumetto giocando sui contrasti generati dal loro diverso stile, nitido e crudamente realista quello di lui, ricercatamente “sporco” ed espressionista quello di lei.

L’intero volume è, del resto, costruito sui contrasti: a partire dalla copertina, dove la monocromia del bianco e nero è spezzata dal rosso della divisa dei carabinieri (ma anche del sangue, della violenza), così come dall’intricato groviglio di versioni discordanti, ricostruzioni contraddittorie, testimonianze inconcludenti di cui i testi danno conto, senza curarsi troppo del lettore disorientato di fronte alla frammentarietà e disorganicità di una simile mole di informazioni.

Gli stessi autori, non a caso, hanno ribadito in più di un’intervista come la maggior difficoltà che si sono trovati ad affrontare sia stata rappresentare e rendere interessante, attraverso le possibilità del fumetto, la complessità di una vicenda assurda e drammatica, di una realtà ben lontana da qualsiasi logica consequenziale e da ogni forma di narrativizzazione. Ogni cosa, dalle singole soluzioni grafiche adottate (di innegabile efficacia visiva) all’eclettica costruzione delle tavole, dal lettering all’organizzazione interna degli episodi, è tesa a far emergere, con dolorosa violenza, dalle profondità della china e dal bianco della pagina un’oscurità che nulla ha a che vedere con il tratto disegnato: il buio della settimana di agonia vissuta da un giovane spaventato e solo, calato sull’insensatezza della sua morte, il buio in cui per nove lunghi anni una famiglia è stata abbandonata al suo dolore, nella speranza che lentamente rinunciasse al suo diritto di conoscere, di avere giustizia. Il buio, infine, più nauseante: quello in cui, con la morte di Stefano Cucchi e di tanti altri (solo nello scorso anno sono stati più di centoquaranta i detenuti che hanno perso la vita nelle carceri italiane in circostanze poco chiare), piomba ogni volta un intero Paese e le sue istituzioni: perché se è vero che pochi hanno alzato le su di un ragazzo inerme, questo fumetto ci ricorda che in troppi hanno abbassato lo sguardo lasciando tacitamente che ciò accadesse.

“Tutti hanno avuto responsabilità nella storia”, è l’inappellabile verdetto pronunciato in queste pagine, “anche gli assolti”.

Poco importa, allora, stabilire se si tratti di un fumetto “bello” o meno; Il buio. è prima di tutto un’opera necessaria, doppiamente opportuna: sia per il suo impegno a mantenere alta l’attenzione su di una vicenda esemplificativa dello stato di salute della società in cui viviamo, sia anche per il suo dimostrare – se mai ce ne fosse ancora bisogno – che il fumetto, in quanto specifica forma di linguaggio, può e deve ambire a raccontare qualsiasi aspetto tanto del reale che dell’immaginario, ben al di là della gabbia dorata dell’intrattenimento e della produzione di consumo in cui solitamente è costretto.

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