25 Ottobre, 2020

Tutto ciò che voglio è spaventarvi. Incontro con

Jeffery Deaver, , tr. , Rizzoli, pp. 496, euro 20,00 stampa, euro 10,99 epub

In occasione dell’uscita del suo ultimo thriller, lo scrittore di bestseller internazionale giunge direttamente dall’Illinois per un tour di presentazioni in Italia. Al Circolo dei Lettori di Novara, il 9 settembre, con lo scrittore e giornalista Gianluca Ferraris, Deaver ha fatto il punto sul suo ultimo romanzo e sulla sua carriera.

“I miei veri rivali in un mondo che legge sempre meno sono la TV, i videogiochi e i social media, che rubano tempo ai miei libri. Per questo il mio ultimo romanzo è scritto con uno stile molto diverso dai precedenti. È più breve, i paragrafi sono più corti, nei dialoghi uso parole semplici, ci sono meno pensieri interiorizzati. In poche parole imito il linguaggio di Netflix, di Sky, dei canali in streaming… voglio portare quel modo di comunicazione nei miei libri.” Con queste parole pubblicate su La Lettura, Daever provoca i suoi potenziali lettori. Ne facciamo la conoscenza di un nuovo protagonista, Colter Shaw, un tracker, ossia una persona che per vivere cerca persone scomparse  a bordo di un furgone. Colter arriva in California, dove una studentessa è sparita, seguendo come unica pista gli inquietanti messaggi lasciati dal rapitore che si rifanno a un noto videogioco; messaggi che lo porteranno dritto nel cuore nero della Silicon Valley. “Lincoln Rhyme tornerà tra uno o due anni,” dice Deaver per tranquillizzare i propri lettori. E Il personaggio di Colter Shaw, confessa, è ispirato ai film di Sergio Leone, in particolare da Clint Eastwood, perché come lui è solitario, viaggia e nasconde anche un lato oscuro.

Il mondo già esplorato in Profondo Blu (Rizzoli, 2009), che raccontava dall’interno la comunità hacker, ritorna vent’anni dopo in una Silicon Valley, scelta come ambientazione “perché io devo spaventarvi, è quello per cui vivo!”. Nell’intervista Deaver racconta: “Un paio d’anni fa ero in visita alla mia famiglia e mia nipote, che all’epoca aveva otto anni, mi chiede di giocare con lei a un giochino sul telefono. Mi scarica il tutto e in men che non si dica mi ritrovo nel mondo tutto squadrato di Minecraft. Le chiedo cosa dovrei fare, e lei tranquillamente mi risponde: è semplice, tu muori! Dopodiché mi accoltella… Ho trovato questa cosa ingiusta, perché non mi aveva spiegato le regole del gioco, ma pazienza, perché da lì ho iniziato a immaginare cosa sarebbe accaduto se le persone avessero estrapolato quelle regole per trasferirle nella vita reale.”

Come per ogni thriller, sorge la domanda se anche Il gioco del mai nasconda critiche o messaggi particolari rivolte alla società. Deaver, citando il produttore cinematografico Seldon Golwing, è convinto che se si vuole mandare un messaggio si deve andare in posta. Non occorre salire in cattedra per fare una predica. “Ho scelto come ambientazione la Silicon Valley fondamentalmente per due ragioni. La prima è che rappresenta un microcosmo del sistema economico attuale in cui si assiste a una disparità estrema tra chi è multimiliardario e chi non riesce nemmeno a pagare l’affitto. La seconda ragione è perché è lì che prendono vita i videogiochi. E sono convinto che, anche se spesso sono violenti, non conducano necessariamente a compiere azioni violente; certo è che creano frequentemente una forma di dipendenza, come le droghe o le sigarette.”

Riguardo all’impegno politico e sociale che caratterizza molti libri di genere, Deaver ammette: “Nei miei libri affronto anche tematiche forti e importanti, tenendo però sempre in considerazione che la lettura deve essere un’esperienza piacevole. Le persone che leggono, anche libri di altri autori, però poi hanno delle difficoltà nella quotidianità. Per esempio ho seguito con attenzione le vicende politiche italiane. Noi però negli Stati Uniti, dove la società è polarizzata sotto questo aspetto, abbiamo un problema in più che si chiama Donald Trump.” A proposito del processo creativo, Deaver ricorda che “una volta Joyce Carol Oates ha detto che non puoi scrivere la prima frase di un libro senza conoscere come andrà a finire. Per scrivere una buona storia occorre sapere dove quella storia va, e dopo otto mesi di appunti e post-it avevo la struttura del romanzo già praticamente composta, ed è stato molto semplice per me scriverla. Una volta terminata la stesura l’ho riscritto, e poi l’ho riscritto ancora e ancora, perché, come disse una volta Hemingway, non esistono bravi scrittori ma solo bravi riscrittori.”

Oggi assistiamo a una ricerca del limite nel rappresentare il male, sia nei film che nei libri, ma anche per la letteratura di Deaver è così? “Il limite c’è. Quando mi viene mossa la critica da qualcuno sul perché io non scriva storie reali, la mia risposta è sempre la stessa, e cito William Shakespeare. Perché Amleto, in fondo, cos’altro è se non una versione in calzamaglia di Le Iene di Tarantino in cui tizi in calzamaglia usano spade al posto di pistole?”. I temi sono molti, ma quello della violenza ricorre inevitabilmente. “Nei miei romanzi non troverete mai scene di violenza su bambini, animali o sessuale, perché queste cose accadono già nella vita reale e il libro deve essere un’esperienza piacevole, non deve essere rallentata da questi elementi. La violenza che il lettore percepisce nelle mie storie in sostanza la immagina, perché mi fermo prima di descriverla, la taglio come un regista al montaggio della scena.”

Deaver ha un’opinione anche riguardo alla comunione tra libri e cinema e a proposito di Hollywood “Io sono contento che esista Hollywood perché così noi scrittori continuiamo a scrivere libri! A quegli scrittori che si lamentano sempre che il cinema ha stravolto i loro romanzi critico il fatto che però l’assegno non l’abbiano restituito in segno di protesta.”

Jeffery Deaver conclude l’incontro raccontando di aver sempre letto molto fin da ragazzino ma ora che il tempo della scrittura ha assorbito la maggior parte delle sue giornate, quello che resta per la lettura è inesorabilmente diminuito. Ama comunque leggere autori come Raymond Chandler, Peter Robinson, Ian Rankin, Thomas Harris, Michael Connelly e Dennis Lehane, mentre per l’Italia sul suo comodino ci sono libri di Andrea Camilleri, Giorgio Faletti, Gianrico Carofiglio e Carlo Lucarelli. Anche un autore che sembra essere inarrivabile, può rivelare un lato umano molto vicino al comune vissuto e immancabilmente ci appare più vicino.

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