9 Maggio, 2021

A volte ritornano: la via italiana alla maturità psichedelica

Al di là della moda neo psichedelica (anche editoriale) decenni di proibizionismo non hanno impedito alle sostanze psicotrope di circolare comunque nella società. In Italia la ricerca e lo studio degli stati di coscienza hanno una tradizione e oggi si torna a ragionare di un approccio maturo e consapevole alla psichedelia. Parla Alessandro Novazio, ideatore e co-fondatore della rete Psy*co*re.

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Psy*co*re si definisce come un network di realtà italiane che si occupano, da diversi punti di vista, della ricerca e dello studio degli stati di coscienza. Ogni anno da due anni organizza un appuntamento –  gli Stati Generali della Psichedelia – con la partecipazione di psichiatri, terapeuti, neuroscienziati, figure storiche dell’underground come Andrea Valcarenghi e scrittori come Vanni Santoni, associazioni attive da anni come SISSC (Società Italiana per lo Studio degli Stati di Coscienza). Come associazione intende  favorire la rimessa in campo di pratiche e sperimentazioni legate a un approccio maturo alla psichedelia e l’incontro tra linee di pensiero diverse. Tutto questo in un clima di hype e di attenzione ripartito in America attorno alle sostanze psicotrope, descritto nel nostro precedente articolo. A che punto siamo oggi in Italia con la ricerca e che quadro emerge da questa rinnovata attenzione? Ne parliamo con Alessandro Novazio, fondatore e coordinatore di Psy*co*re.

PULP: Puoi raccontarci come è nata Psy*co*re e con quali finalità?
Psy*co*re nasce il 23 maggio 2019, quando  si sono riunite una trentina di persone da tutta italia per discutere della necessità di dar vita anche da noi, a “un qualcosa” che si occupasse di stati di coscienza e in particolare della ricerca ad essi collegata. L’esigenza nasceva dal fatto di constatare che nei paesi soprattutto di lingua anglosassone era ripartito un generale interesse su questi argomenti.
Da una parte la ricerca psichedelica riprendeva di fatto gli studi interrotti negli anni ‘70 e anni ’90, quando per esempio in USA venne fondata la MAPS, non-profit ora protagonista di questa seconda rinascita. Dall’altra c’era la riscoperta di enteogeni naturali e di ritualità ancestrali che per molti motivi, non ultima una rinnovata sensibilità “ecologica”, sono tornati a essere contemporanei. Una dinamica che da circa un decennio ha ritrovato vitalità e ha iniziato a “bucare” lo stigma culturale mainstream degli 50/60 anni.
In italia, invece, salvo realtà come quella della S.I.S.S.C. (Società Italiana per gli Studi degli Stati di Coscienza), attiva fin dagli anni ’90 e il cui convegno dedicato alle “medicine proibite” tnel 2015 ha di fatto rilanciato il discorso sulla ricerca anche in italia, ben poco si è mosso in generale. Le eccezioni si possono contare sulle dita di una mano: le iniziative del Livello 57 di Bologna, particolarmente attivo dal 1993, da considerarsi un apri fila per quanto concerne l’informazione sulle tematiche relative alla riduzione del danno e a un approccio consapevole all’utilizzo delle sostanze. E più recentemente, nel 2017, le attività dell’Associazione Luca Coscioni, impegnata in campagne per la libertà della ricerca scientifica, l’antiproibizionismo, per la salute e sanità, e che è stata promotrice di un interessante convegno internazionale qui a Torino sui profili legali e scientifici della libertà di ricerca sulle sostanze stupefacenti e il loro possibile uso terapeutico. O, sempre a Torino, per certi aspetti po’ epicentro di questa neo-psichedelia italiana matura, il lavoro pionieristico di Ilaria Martorana, avviato dieci anni fa con una tesi di laurea.

Tornando a noi, ci si rendeva conto che certe dinamiche erano ripartite “altrove” e ci si interrogava sul fatto del perché invece l’Italia “stava alla finestra”, del perché sul fronte della ricerca eravamo praticamente inesistenti e più in generale eravamo “l’ultima ruota del carro”. Questa presa di coscienza ha portato, all’inizio di agosto 2019, alla prima stesura del manifesto di Psy*co*re e nel settembre successivo alla “chiamata” per i primi Stati Generali. Qualcosa di simile a quella che per certi versi è stata la Breaking Convention di Londra per l’ambito anglosassone, la cui prima edizione risale al 2015.
La prima finalità è ovviamente fare network quindi unire le forze e dare una casa comune/cappello/ombrello a chi è interessato da diversi punti di vista a questi argomenti.  Il nostro è un network molto eterogeneo, dobbiamo saper e poter parlare a persone con diversa formazione e esperienze. Dai giovanissimi a ricercatori senior e tecnici esperti. Quello che possiamo sviluppare  insieme  comprende: attività di studio e ricerca (di base, applicata e sviluppo  di prodotti e servizi), divulgazione scientifica, informazione, formazione, mediazione istituzionale. E tutto quello che nascerà  di volta in volta in base a un’esigenza condivisa.

PULP: Quale è oggi in breve lo stato della terapia psichedelica, in italia?
Fino a un paio di anni fa ufficialmente “nulla”, tranne pratiche che potremmo definire “psichedelico simili” dove le sostanze cosiddette psicotrope alternative, vietate in Italia, erano sostituite ad esempio dal respiro olotropico, una tecnica utilizzata anche da Stanislav Groff. O da altri approcci come  la biosonologia, una tecnica che utilizza il suono messa a punto da Domenico Scjaino professore di musica elettronica al conservatorio di Torino. L’anno scorso abbiamo avuto notizia di un inizio di sperimentazione con l’esketamina al Policlinico di Bari e più recentemente una ricerca canadese ha incaricato un laboratorio italiano dell’Università Roma Tre ad effettuare una ricerca di fase 1, con utilizzo della psilocibina per la cura dell’autismo. C’è poi il progetto non profit RAM che mi vede coinvolto direttamente con Gianluca Toro e che prevede l’utilizzo di un fungoe, l’amanita muscaria e in particolare il muscimolo, una sostanza legale, come possibile “modulatore del tono dell’umore”. Recentemente in Canada una startup con idee molto simili è stata quotata in borsa. Entrambi i progetti partono dalla considerazione che l’amanita muscaria  gode di un’anedottica millenaria che deve essere però ancora dimostrata in modo scientifico, ed è proprio quello che stiamo cercando di verificare attraverso il nostro lavoro che a breve dovrebbe entrare in una fase di  sperimentazione con un piccolo campione di volontari, e non più test su animali.  A fine maggio ci sarà un raduno dedicato esclusivamente alla ricerca e alla terapia che riunirà psicologi, psicoterapeuti e in generale chi è interessato professionalmente alle terapie cosiddette “psichedeliche” con la presenza degli istituti internazionali che attualmente offrono formazione qualificata in questo settore.

PULP: In un quadro di “maturità psichedelica” come valuti oggi, anche rispetto alla moda, le pratiche connesse alle diverse sostanze?
L’argomento qui richiederebbe un libro per essere affrontato con un minimo di accuratezza. Credo sia corretto essere onesti nel dire che non tutto è oro quel che luccica e spesso i commentatori si lasciano trasportare da un eccessivo entusiasmo. Prendiamo l’ayahuasca: c’è una vera propria moda che va molto oltre la terapia e per molti la terapia o, se vogliamo la sua pratica spirituale, sono un po’ la foglia di fico per consumi diversi, edonistici e ricreativi, che possono essere altrettanto legittimi se non si scade naturalmente nell’abuso che è sempre un problema o il segnale di un problema, che non va condannato ma eventualmente compreso e curato.
La maturità psichedelica sta proprio in questo. Essere consapevoli e ben informati su pregi e difetti e farsi un’idea indipendente. Bisogna essere consci che queste sostanze possono essere come delle Ferrari in corsa e che prima di toccare il pedale dell’acceleratore bisogna aver fatto pratica magari con un istruttore esperto.

C’è anche molta enfasi data al viaggio in sé, vedi ad esempio il nuovo filone letterario dei “trip report”, filone interessante ma che incentra molta l’attenzione sulle  parti più forti del viaggio, quella emotiva o estetica, trascurando quasi sempre la preparazione e l’integrazione.

PULP: Parlando di  “microdosing” :  è un approccio che porta ad essere manager più efficienti per i parametri creativi della Silicon Valley o a essere teste meglio  pensanti, per stabilire nuovi rapporti tra io e mondo?
Può essere sia l’una che l’altra cosa. Certe molecole sono mezzi e il microdosing è una modalità di assunzione. Dove possono portare dipende da quello che desidera chi ne fa uso. Poi è vero, certi consumi/metodi di assunzione hanno preso piede in certi ambienti più di altri, come nella super competitiva Silicon Valley ma possono essere anche uno  strumento per facilitare la scoperta del “proprio Sé”. O,  meglio, per ribadire la propria libertà cognitiva o “diritto all’autodeterminazione mentale” che è la libertà di un individuo di controllare i propri processi mentali, cognizione e coscienza. Bisogna fare però attenzione a non etichettare il microdosing in modo univoco perché il rischio è che nell’immaginario collettivo passi poi un “meme” che vale per tutti gli usi, come quando dico “coca cola” per indicare una generica bevanda scura e dal gusto caramellato ..

PULP: Si può parlare oggi di un “rinascimento psichedelico”  e in che termini?
Io sono d’accordo con Gilberto Camilla presidente onorario della S.I.S.S.C quando agli stati generali ha affermato che più che un rinascimento sia “un risvolto”. Camilla è spesso lapidario ma credo che abbia ragione.
Anche Samorini, una figura di assoluto riferimento nel campo fenomenologico delle droghe psicoattive,  lo ha detto recentemente in un’intervista:  “A noi non piace il termine “rinascimento psichedelico”, anche se va molto di moda. Il concetto di rinascimento non rende conto di quello che è successo in questi trent’anni di tabù, dove in realtà gli psichedelici non sono spariti, ma hanno continuato a diffondersi nella società, riuscendo ad uscire dall’ambiente underground per diffondersi in strati della società di altro livello”.
Sono affermazioni importati rilasciate da chi conosce l’argomento. Da notare che usa il “noi” perché si riferisce a Adriana d’Arienzo e qui va sottolineato il ruolo fondamentale delle donne nel contesto della neo-psichedelia “matura” di cui mi faccio portavoce.
Qui bisognerebbe metterci d’accordo. Se vogliamo fare un confronto con il passato, l’LSD, di cui proprio oggi cade l’anniversario della scoperta,  partì come prodotto Sandoz (una multinazionale del farmaco) e stimolò la ricerca in tutto il mondo occidentale. E, visto che si vuole parlare di quello che succede in Italia direi che è stata una realtà per molti aspetti di primo piano. Pare che persino il microdosing sia un nostro primato, leccese forse, ma ci sono contributi estremamente importanti e poco noti,  uno per tutti quello pionieristico di  Vittorio Espamer sui neurotrasmettitori e sulla serotonina, che isolò nel 1935.
Negli anni ’90 quando ci fu un tentativo di rilancio di questi studi (ad esempio con la nascita dell’americana MAPS), in l’Italia proprio in quegli anni nacque la S.I.S.S.C che fu un precursore nella sperimentazione con ayahuasca, proposta anche in via ufficiale ma totalmente ignorata. Dopo questi entusiasmi e queste false partenze sono molto cauto, oggi siamo quindi sicuramente testimoni di un “revival” dall’esito a mio avviso non ancora scontato: la prudenza su questi temi è d’obbligo e secondo il mio modesto parere meglio mantenere un profilo basso

PULP: La psichedelia oggi torna oggi  soprattutto in ambito terapeutico, seguendo forse una linea che – come sembra intendere Michael Pollan – nel Novecento è passata attraverso  Huxley, Hoffmann, Jünger, ecc.  Qual è invece il lascito della linea diciamo “rivoluzionaria” di Leary, Kesey, ecc.?
La psichedelia è come la storia tantrica del famoso “elefante al buio” e dei ciechi, dove tutti procedendo a tastoni/tentoni, e credono che l’elefante sia a turno: la proboscide, l’orecchio, il codino, etc. I più evoluti magari riescono a mettere insieme a caso, un orecchio e una zampa e tutti pensano di aver toccato l’elefante intero. A proposito di Michel Pollan, quando è uscito il suo libro (Come cambiare la tua mente, Adelphi 2019) mi è capitato di parlare con dei lettori che credevano che Pollan fosse uno dei padri della psichedelia. Ho dovuto spiegare che Pollan è un ottimo giornalista ma che sta alla psichedelia come Napoleone al suo biografo. Questo a dimostrare la grande confusione che gira..Una confusione diciamo, strutturale. Ognuno ci vede e ci trova quello che vuole vedere e trovare. È in sintesi la grande lezione del set e del setting: primo è definito dal carattere e dalla personalità individuale, le attitudini, l’umore, le motivazioni, le aspettative e le esperienze passate con sostanze psicoattive; mentre il setting è l’ambiente circostante fisico, sociale (presenza o meno di altre persone) ed emozionale.

I “leariani” e gli “huxleiani”, i concavi e i convessi, i chiusi e gli aperti, i rivoluzionari estremi e quelli moderati, i non rivoluzionari e quelli che cavalcano l’onda rivoluzionaria per altri fini. Una risposta precisa non c’è. In Italia possiamo distinguere ad esempio, tra l’approccio più “Old School”, rappresentato dalla SISSC,  e quello più “aperturista” di un autore come Vanni Santoni.  Posso però dire che le persone che frequento sono soprattutto degli inguaribili romantici, ho avuto una discussione con chi io consideravo “leariano”  e che invece si riteneva a sua volta eccessivamente “huxleyano”. Personalmente ho una visione piuttosto prudente, da “terza via” diciamo ma credo che occorra passare da una percezione analogica della realtà soggettivamente percepita, ad una “digitale”, misurabile in modo più oggettivo. Abbiamo bisogno di qualche parametro da usare come punto di riferimento, una bussola e credo che anche in questo Psy*co*re possa dare un contributo concreto.

Anche perché, al di là dell’hype, che arriva oggi dall’America credo che la realtà italiana, compreso il suo quadro normativo, potrà evolvere solo molto lentamente. Ci vogliono in media 10 anni perché una sostanza sia riconosciuta dalla farmacopea e occorre, soprattutto, un volume di business più o meno dimostrabile. O, come mi ha detto una volta un funzionario della Sanità, “l’intervento di Dio”. Un dio credo politico-economico e non trascendentale.

PULP: La psichedelia si porta dietro decenni di pessima informazione e di vera e propria disinformazione. Quale pensi sia oggi un approccio comunicativo corretto e a che punto è invece l’informazione mainstream su questo tema in Italia ?
Ho dedicato la tavola di chiusura degli ultimi stati generali (SGPI20) proprio a questo argomento. Il titolo era “La responsabilità dei media”. Rispetto al passato, quando la  trasmissione del sapere era soprattutto interpersonale personale e tra gruppi, mentre i media, la stampa, etc erano percepiti per così dire all’esterno della sfera dell’esperienza, oggi è aumentata enormemente la responsabilità dell’informazione, mainstream e specializzata, come principale canale di contatto e veicolo di conoscenza. Bisogna chiedersi se l’informazione mainstream a sua volta si è posta il problema, se è conscia della responsabilità di cui è investita.
Non credo che il detto “purché se ne parli” sia applicabile a questo contesto e mi dispiacerebbe che dopo anni di comunicazione “non oggettiva” e a senso unico, si passasse ora a una comunicazione altrettanto inappropriata nella direzione opposta. Ad esempio negli USA è già partito un movimento “anti Pollan” che si oppone alla visione dell’autore, ritenuta eccessivamente entusiasta e in ultima analisi enfaticamente “consumista”. L’informazione mainstream poi non è omogenea: c’è chi è ancora apertamente contro e chi apre più o meno coraggiosamente, credo che presto o tardi avremo anche una reazione da parte della linea più conservatrice. Quello che più mi colpisce è però come anche nell’informazione “seria”, cioè illuminata, moderata, etc sembri sempre prevalere l’interesse per il fenomeno editoriale, a discapito dei temi scientifici ed esperienziali della psichedelia.  Ecco non vorrei che la psichedelia alla fine fosse ridotta per i più al libro di “x” o di “y”.  Perché ovviamente è molto molto di più!


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