17 Giugno, 2021

Vanni Santoni, dialogo sulla psichedelia

Dalle storie dei peggiori bar del Valdarno ai teknival e ai rave degli anni ‘90 nasce la riflessione di Vanni Santoni sulla dimensione iniziatica delle droghe, sviluppata nei romanzi e negli articoli dedicati all'esperienza psichedelica, E all'influenza che si ritrova nelle visioni di Olga Tokarczuk, Antoine Volodine, Mircea Cărtărescu (tra gli altri).

PSICHEDELIA  / 2 / 3 / 4

Vanni Santoni, classe 1978, toscano di Montevarchi, è uno degli autori italiani più attivi e poliedrici dell’ultimo decennio. Debutta nel 2007, con il libro sperimentale Personaggi precari ma raggiunge la notorietà l’anno successivo con il suo primo romanzo Gli interessi in comune, pubblicato da Laterza e divenuto nel tempo un piccolo marcatore letterario per la generazione che oggi si aggira attorno ai quaranta.   A seguire Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza, 2011) , poi i due romanzi-saggio Muro di casse (Laterza, 2015) e La stanza profonda (Laterza, 2017),  fino al monumentale I fratelli Michelangelo (Mondadori, 2019), con cui sembra chiudere i conti con la parabola del Novecento.  Nel frattempo Santoni pratica anche il genere fantastico , con la trilogia fantasy di Terra ignota (Mondadori, 2013, 2014, 2017) ed è tra i più entusiastici iniziatori della scrittura collettiva in Italia, con il progetto SIC (Scrittura Industriale Collettiva) da cui nasce il romanzo storico In territorio nemico (Minimum Fax, 2013), ambientato nell’Italia dell’ 8 settembre, con il concorso di 115 scrittori.
Santoni  si è occupato più volte in ambito letterario e giornalistico di psichedelia e delle tematiche annesse alle sostanze psicoattive, con una specificità e competenza singolari per non dire uniche nell’ambito della cultura italiana. Lo incontriamo nel nostro viaggio nel “Rinascimento psichedelico” e dintorni. 

    

PULP: Due romanzi che affrontano l’argomento alle spalle (Gli interessi in comune del 2008 e Muro di Casse del 2015), vari articoli giornalistici su Internazionale e altrove, un contributo al recente volume collettaneo La scommessa psichedelica. Come entra il tema il tema della psichedelia nel lavoro culturale di Vanni Santoni?
VS: Oddio, ripensando a certa estati di metà anni ‘90 nei campeggi di Pistoia Blues, Pelago e Arezzo Wave, o ai primi teknival alla fine di quel decennio, probabilmente è stato più il lavoro culturale a entrare nella psichedelia… Ma parlando di libri, direi che entra proprio con Gli interessi in comune, che cominciai a scrivere nel 2005. A quei tempi il Rinascimento psichedelico non sembrava solo molto lontano, era semplicemente impensabile, nella vulgata gli psichedelici erano indistinguibili dalle droghe e quel romanzo non aveva intenzioni programmatiche in tal senso: la sua volontà era solo raccontare, in modo realistico, una serie di avventure di ragazzi di provincia, molte delle quali erano incentrate sulla sperimentazione, l’uso, e a volte l’abuso, di sostanze di ogni genere, legali, illegali, droghe, farmaci, tutto. Tra queste storie, o meglio tra i fili rossi che le univano, ce n’era uno che aveva l’aria più importante degli altri: il riconoscimento, anche se attraverso una sperimentazione per lo più casuale, della differenza ontologica degli psichedelici rispetto alle droghe comunemente dette. Quello che raccontavo, e che poi veniva direttamente dal vissuto della provincia di quegli anni, era che a un certo punto, dei ragazzi che sperimentavano un po’ tutto con intenti per lo più ludici, incappavano in qualcosa di diverso. Qualcosa che aveva a che fare col sacro e con le “categorie dello spirito”, oltre che con una storia culturale relativamente recente ma cancellata, a partire dagli anni ’80, dall’avvento dell’eroina, che col suo dramma sociale diffuso aveva portato a una demonizzazione di qualunque “droga”. A partire da questa consapevolezza, decisi di allineare a tale linea concettuale l’epigrafe del libro, per cui scelgi la frase “Avevamo preso sul serio qualcosa con cui è permesso solo giocare, o viceversa?”, tratta da una poesia di Walter Vogt, poeta svizzero amico di Albert Hofmann, dedicata all’LSD, nonché la più importante scelta strutturale del romanzo: ogni capitolo degli Interessi in comune corrisponde a una sostanza, ma solo l’acido lisergico figura due volte, nel primo e nell’ultimo capitolo, per la funzione sia rivelatoria sia mitopoietica che ha avuto per il gruppo dei protagonisti. Sul tema, c’è anche questa ‘intervista di Grof a Hofmann

PULP: Gli interessi in comune – il tuo primo romanzo – è una sorta di Bildungsroman di un gruppo di ragazzi di provincia vissuto attraverso il loro uso di differenti sostanze stupefacenti, non solo psicotropi come LSD, mescalina o psilocibina, ma anche oppiacei o cocaina, e addirittura caffè, tabacco, sesso – ognuna delle quali scandisce un capitolo. Mi ricorda un po’ l’approccio inclusivo di Louis Lewin nel suo atlante farmacologico Phantastika o quello pionieristico-esplorativo dell’Ernst Jünger di Avvicinamenti, che – esclusi il sesso e il dolore, non qualificabili come sostanze – prendono in considerazione un po’ tutto quanto produca ebbrezza. Dobbiamo parlare dunque per te di dionisismo, diciamo neo-dionisismo, piuttosto che di psichedelia?
VS: Gli interessi in comune è il mio primo romanzo e il primo libro che ho pubblicato con un grande editore. Uscì nel 2008 per Feltrinelli ed è stato ripubblicato nel 2019 da Laterza. Quando cominciai a scriverlo, l’idea era di raccogliere in un libro tutto un corpus di storie e leggende dei peggiori bar del Valdarno negli anni ‘90, alcune vissute o viste direttamente, altre sentite solo raccontare, che erano diventate quasi un repertorio, una piccola tradizione orale. Molte di esse avevano al centro le droghe, così pensai di dare al libro un’organizzazione simile a quella del Sistema periodico di Primo Levi, in cui ogni racconto è intitolato come un riquadro della tavola degli elementi, con le sostanze psicotrope al posto degli elementi chimici. In quella fase non c’era ancora alcun elemento programmatico, anche perché non ce ne era nelle modalità d’uso che andavo a registrare: veniva provato un po’ tutto, come capitava, anche per l’assenza, a quei tempi, di informazioni affidabili sul tema: Internet non c’era ancora, dopo il riflusso le pubblicazioni di qualità a tema sostanze erano quasi zero… si navigava a vista, incappando magari ogni tanto in un “Mille lire” di Stampa Alternativa su Hofmann. C’era però un fatto che mi premeva sottolineare. Nella stragrande maggioranza dei casi, quelli non erano consumi problematici (anzi, quando c’erano problemi, erano in genere causati dall’illegalità delle sostanze), e vivevamo in una clamorosa scollatura tra narrazione ufficiale – TV e giornali presentavano ancora le droghe, anzi “la droga”, come qualcosa di pericolosissimo, col solo frame narrativo usato per l’eroina, e riportavano minuziosamente anche l’arresto dell’ultimo ragazzotto con due canne in tasca – e la realtà dei fatti, dove tutti fumavano, bevevano, si ingollavano un po’ di tutto, in fin dei conti senza grossi problemi e passando a una vita regolare appena finita la fase di sperimentazione dell’adolescenza. Questo mi pareva interessante, meritevole di essere raccontato. Tra l’altro in quel periodo ci fu l’avvento dell’MDMA, quella che i giornali dell’epoca chiamavano “ecstasy”. Adesso sappiamo tutti che è una sostanza meno dannosa dell’alcol, che sta venendo riscoperta anche come farmaco, e che quindi quelle discoteche improvvisamente piene di gente che si calava pastiglie e beveva bottigliette d’acqua erano più sane di quelle di qualche anno prima, che andavano ad alcol (o ad alcol e cocaina), ma tutti ricorderanno il panico sparso per anni da TV e giornali sulle “pasticche che bruciavano il cervello” e amenità simili.

Questi due spunti furono gli unici che avevo in mente prima di cominciare, per il resto mi interessava solo raccontare delle storie che sapevo essere valide perché erano già state “testate” raccontandole a voce mille volte, alla fine di qualche serata (è interessante anche questo aspetto ricorsivo: c’erano serate in cui accadevano eventi epici o tragicomici, e serate in cui questi venivano riconsegnati alla memoria collettiva) e rendere testimonianza di un’epoca e di una “provincia profonda” che, nel suo piccolo, aveva avuto i suoi sgangherati eroi. Quando il libro cominciò a essere letto, e arrivarono i primi commenti, capii che c’era anche altro, e inquadrai meglio anche il perché della centralità degli psichedelici al suo interno. Fu in particolare decisiva la lettura che ne fece Jacopo Nacci sull’Indice: da lì capii che la reiterazione delle avventure psicotrope dei protagonisti, per anni e anni, in quella specie di ossessiva adolescenza protratta, aveva a che fare con la ricerca di un rito d’iniziazione, di un passaggio all’età adulta, in una società che non aveva alcune intenzione né di riconoscere il valore di tali iniziazioni, né tantomeno di offrir loro la possibilità di essere veramente adulti, come aveva fatto con i loro genitori e i loro nonni. Nel momento in cui entra in campo una dimensione iniziatica, è naturale che gli psichedelici, col loro carico visionario quando non mistico tout court, possono svolgere questa funzione meglio di qualunque altra sostanza (o esperienza). Se invece si parla di Dioniso, ecco, forse ancora a quel tempo non era “liberato”, neanche in quelle discoteche di nuovo tipo: solo a un certo punto, molto avanti nel libro, quando si comincia a entrare negli anni Zero, arrivano i rave, e il consumo di determinate sostanze riacquista con essi un frame rituale e uno scopo – la rinnovata manifestazione del “Dio che danza”, per citare il titolo di un bel libro di Paolo Pecere uscito da poco – che prima non aveva. 

PULP:  In Muro di casse invece affronti, a metà strada fra romanzo e saggio, l’esperienza del rave e della trance. Personalmente appartengo ai late boomers, troppo giovani per vivere la stagione psichedelica originaria, ma troppo vecchi per partecipare a quella del rave a cui mi sento del tutto estraneo, anche musicalmente: potrei citare decine di gruppi e pezzi psichedelici, progressive, kosmische, ecc. ma neanche uno di trance music. Come spiegheresti quella stagione oggi a un boomer e invece a un giovane, un gen z?
VS: Eh… Ci ho dovuto scrivere un romanzo, per spiegarla! Non è un caso che la “quarta” scelta da Laterza dicesse così: “Cosa è stata questa “cosa” sfuggente, multiforme ed entusiasmante avvenuta in Europa tra il 1989 e oggi – una cosa lunga dunque un quarto di secolo? Proprio dalla consapevolezza che nessun dato potrà mai avvicinarsi al significato profondo del rave, del trovarsi lì, a ballare davanti a un muro di casse fino al mattino (e sovente fino a quello ancora successivo) in quelle industrie abbandonate, in quei capannoni, in quei boschi, in quelle ex basi militari, fiere del tessile, ballatoi, vetrerie, depositi ferroviari, rifugi montani, bunker, uffici smessi, pratoni, centrali elettriche, campi, cave, rovine di cascinali, finanche strade di metropoli quando venne il momento della rivendicazione, è nato questo libro – perché, sia pure con una forte impronta documentale, in casi come questo il romanzo è il più potente strumento di analisi e rappresentazione della realtà.”
Penso che i due dati più significativi siano quello della verità e quello della bellezza. Verità, nel senso che venivamo tutti da un contesto in cui ci venivano offerte mitologie prezzolate oppure già morte – eravamo punk di paese prima di essere raver, ma il punk moriva mentre nascevamo –, e improvvisamente arrivò quella cosa lì, una cosa che era viva e rovente in quel momento. Fu come uscire dall’esperienza passiva del sentimento di “fine della storia” di Kojève, che avevamo in qualche modo introiettato, e ritrovarsi, invece a ballare sulle macerie – e quindi a creare una storia nuova, che per di più nostra. Bellezza, perché uno degli scopi dei rave era, in ultimo, tramutare i più sperduti angoli di periferia, i più dimenticati capannoni lasciati lì da una società industriale ormai scomparsa, in angoli di spaziotempo raggiante e indimenticabile: ci riuscivano.
Se invece mi chiedi una spiegazione più “tecnica”, provai a buttarne giù una nel 2007: tornando dal teknival di Pinerolo, riflettevo su come i media avrebbero mistificato l’evento (già le locandine davanti all’edicola della stazione di Pinerolo parlavano chiaro, presentandoci come una manica di criminali) e mi dissi che potevo provarci io, a scrivere le cose come stavano. Nacque un articolo che da allora non ha mai smesso di girare  (eccolo qua); successivamente gliene ho affiancato anche un altro dedicato all’altra metà del cielo della cultura rave, i festival psytrance (si può leggere qui – ma che non mi ha mai veramente soddisfatto, perché quell’approccio analitico non poteva in alcun modo dare l’idea dell’esperienza del rave, che è necessariamente prassi, non teoria, e per di più Gestalt, qualcosa che trascende la somma dei singoli elementi. Fu proprio a partire da quell’insoddisfazione che anni dopo mi decisi a scrivere Muro di casse, convinto (e lo sono tuttora, in generale, non solo per i rave) che la forma-romanzo sia la più adatta di tutte a dare l’idea di qualcosa che pertiene al regno dell’esperienza. 

PULP: Mark Fisher, che sarebbe oggi poco più che un tuo coetaneo, emerge dal CCRU come un teorico che attinge all’esperienza del  rave anche nella sua sua critica al realismo capitalista. Se la morte non lo avesse interrotto stava cercando di definire il concetto di comunismo acido, ma purtroppo non ha avuto il tempo di precisare meglio questa intuizione. Questo ci lascia molto liberi di elaborarla in senso personale e creativo. Tu che ne pensi?
VS: Quando Federico Di Vita mi ha chiesto di scrivere un saggio per il volume La scommessa psichedelica (Quodlibet, 2020) da lui curato, ho pensato subito a Fisher e al suo “acid communism”, perché pensavo che un aspetto interessante da affrontare, in quanto poco toccato in questo Rinascimento così incentrato sulla dimensione terapeutica, avrebbe potuto essere quello degli psichedelici come leva di progresso sociale: era ancora possibile immaginare uno scenario come quello degli anni ’60, in cui l’LSD diventava un portentoso acceleratore politico, o quella stagione era ineludibilmente legata al suo setting ed era inutile farsi troppe illusioni? Per quanto alcuni segnali possano indicare la plausibilità della seconda ipotesi, dall’altro lato ce ne sono, anche supportate da studi, riguardo la possibile attivazione di una sensibilità ecologica (la stessa fondazione del movimento Extinction Rebellion è stata “suggerita” da un’esperienza con ayahuasca), e ho dedicato il mio saggio – leggibile anche online qui – proprio a questo tema. Non si può però non notare che l’ecologismo è, per ovvi motivi, un movimento molto vitale oggi, il che tenderebbe a confermare che gli psichedelici possono sì essere una leva di avanzamento sociale, ma solo laddove sia presente un determinato contesto – parlerei di framing, prima ancora che di setting, inteso come qualcosa che va oltre il setting e riguarda il campo generale (e sociale) di riferimento, e le aspettative da esso derivanti – che lo renda possibile. Temo quindi che il comunismo acido sia già esistito, ed erano le comuni degli anni ’60, esperienze per tanti motivi non ripetibili… E comunque io voglio, casomai, il socialismo libertario acido!

teknival pinerolo, 2007. muro di casse

PULP: La tesi del “rinascimento psichedelico”, termine che tu sei stato forse uno dei primi ad usare in Italia, viene sostenuta oggi da autori piuttosto di moda come Michael Pollan, nel suo Come cambiare la tua mente, in cui le sostanze psicotrope vengono rivalutate in quanto ausilio farmacologico e terapeutico utile a risolvere problemi esistenziali, medici e psichiatrici. Per la vecchia psichedelia ovviamente non erano solo questo: gente come Timothy Leary la società voleva cambiarla – almeno nelle intenzioni – e la terapia diventava così gesto rivoluzionario.  Secondo te la riscoperta della psichedelia prospetta ancora oggi questa tensione al cambiamento sociale? 
VS: Ho letto che la prima occorrenza italiana del termine sarebbe un mio articolo uscito su “Internazionale” nel gennaio 2017, ma è bene ricordare che il termine entra nel dibattito pubblico grazie a un libro di Ben Sessa del 2012, oggi titolare della prima clinica per la terapia psichedelica del Regno Unito, a Bristol, intitolato proprio The Psichedelic Renaissance, ed eloquentemente sottotitolato “reassessing the role of psychedelic drugs in 21th Century psychiatry and society; inoltre si era già visto in articoli del 2011, mentre un articolo di Time del 2007, che già dal titolo si chiedeva se tanto tanto Timothy Leary avesse avuto ragione, parlava di “a quiet psychedelic renaissance”. Circa la possibilità di un cambiamento sociale sistemico e generalizzato, credo di aver risposto con quanto detto alla domanda precedente, ma non sottovaluterei il cambiamento sociale che nasce, in modo meno eclatante e più sotterraneo, dal cambiamento di tante coscienze individuali – sempre che si sia in tempo, vista la situazione generale. In ogni caso, se le cose continueranno ad andare nella direzione giusta, e dopo il “rinascimento” si arriverà, con i giusti tempi e le necessarie cautele, all’attesa “maturità psichedelica”, è evidente che il dibattito non potrà fermarsi alla sola questione terapeutica, ma anche andare ad abbracciare gli effetti sulla società in senso più ampio – per tacere della dimensione spirituale, altro elemento difficilmente scindibile dall’esperienza psichedelica (e per ora sottaciuto anche per ragioni di credibilità scientifica), ma che una volta superato definitivamente il tabù tornerà a galla, anche perché quando si parla di LSD, psilocibina o DMT come “cure”, una parte rilevante del loro potenziale in questo senso viene proprio dalla capacità di scatenare esperienze di picco, capaci di innescare poi un deciso cambiamento interiore.

PULP:  Un campo in cui la stagione della psichedelia è stata sicuramente rivoluzionaria negli anni ’60 è quello artistico: musica, cinema, letteratura, arti figurative, fumetti… Da scrittore e da artista, credi che un futuro rinascimento psichedelico potrebbe favorire – e ce ne sarebbe bisogno – anche conseguenze di questo tipo nelle arti ?
VS: Non c’è dubbio che l’avvento della psichedelia abbia rivoluzionato musica, cinema e arti figurative, ribaltando il tavolo e aprendo a suggestioni tutte nuove. Sarei tuttavia più cauto rispetto alla letteratura, un’arte più “lenta” delle altre, che deve digerire molto i contenuti prima di rielaborarli a modo suo. Pensiamo a Ken Kesey: era il leader dei Merry Pranksters, un gruppo di mattacchioni che andavano in giro per gli Stati Uniti con un autobus a distribuire LSD nei villaggi, ma il suo romanzo, Qualcuno volò sul nido del cuculo, al di là del grande afflato anarchico che lo anima, è un testo strutturalmente e stilisticamente molto classico. Dall’altro lato, un libro generalmente considerato tra i capostipiti del filone, Pasto nudo di William Burroughs, nasce prima della rivoluzione psichedelica ed è a ogni effetto un testo tardo-beat. Se si escludono i (pur amabili) deliri del Richard Brautigan di La pesca alla trota in America e Zucchero di cocomero, forse l’unico grande libro psichedelico, nel senso di una sovversione radicale della struttura, più che di temi e atmosfere, è V. di Thomas Pynchon. Vale la pena però dire che, tra gli autori che fanno le cose più interessanti oggi, molti hanno dalla loro influenze psichedeliche, anche se possono venire dalla lettura di altri libri – ormai un “canone” esiste – o, chissà, dall’elaborazione di esperienze magari risalenti agli anni ’90, durante la “Second summer of love”, che fu forse il primo vero Rinascimento psichedelico: penso all’inglese Tom McCarthy con Déjà-vu e Satin Island; penso alle fortissime suggestioni lisergiche presenti in Nella quiete del tempo della Nobel polacca Olga Tokarczuk; penso alle visioni di autori come il francese Antoine Volodine o il bulgaro Georgi Gospodinov; penso, soprattutto, all’opera del massimo autore romeno Mircea Cărtărescu, che ha strutturato una vera e propria grammatica della visione nel suo capolavoro Abbacinante, un romanzo in tre volumi quasi interamente costituito da sogni, allucinazioni, ierofanie, rivelazioni, deliqui ed epifanie di marca psichedelica, e che speriamo di ritrovare nell’attesissimo Solenoide, di prossima uscita per il Saggiatore.


PSICHEDELIA  / 2 / 3 / 4