17 Giugno, 2021

Aglaia McClintock  / Tra mito e diritto, nel ventre antico di Roma

Aglaia McClintock (a cura di), Storia mitica del diritto romano, il Mulino, pp. 240, euro 20,00 stampa

In questo tempo apatico in cui serpeggia una rassegnata sfiducia nei confronti delle istituzioni, recuperare quelle favole antiche che con accenti drammatici e icastici illustrano la nascita della legge equivale forse a restituire senso e valore al proprio ruolo di cittadini, a risignificare in una certa misura il dibattito pubblico intorno ai nodi del diritto, alle sue evoluzioni, alle sue negazioni, e dunque alla sua necessità. Incoraggia riflessioni di questo tipo la lettura di Storia mitica del diritto romano, a cura di Aglaia McClintock, un saggio specialistico a più voci che al rigore della ricostruzione storica associa una tensione costante verso i temi universali che riguardano l’umano e le sue irrisolte contraddizioni.

La sete di racconto e la potenza simbolica dei luoghi sono le necessarie premesse del discorso centrale sul ius e svolgono per questo un ruolo tutt’altro che secondario nel testo: veri e propri serbatoi di memoria, narrazioni e geografie si impongono nell’immaginario comune con la loro incisività eterna; in un viluppo inestricabile, il metaforico e il reale ammantano così l’esistenza della collettività e, grazie alla tradizionalità e alla significatività che li contraddistinguono, vengono recepiti e accolti nel patrimonio culturale, come garanzia di identità e promessa di futuro.

Ma se i luoghi costituiscono l’approdo dell’avventura, il momento di pacificazione, il monumentum che racchiude in sé memoria e monito, i racconti sono immancabilmente accomunati da un segno inquietante: la violenza, il sangue, la tragedia. Come le fiabe più crudeli, queste leggende insegnano che ogni equilibrio è precario: basta poco perché l’ordine sia rovesciato; da qui deriva la necessità che la civitas si doti di un suo ius capace di garantire al cittadino un’esistenza che si svolga in un mondo regolato dal diritto. A partire da questa cifra di brutalità e ferocia, osserva McClintock, “si snoda l’exemplum che finirà per dare vita all’istituzione. […] E puntualmente insieme alla violenza si riafferma la supremazia della norma”.

Il volume è impreziosito dai contributi di studiosi notevoli: Maurizio Bettini riflette sull’istituto giuridico del matrimonio, cui si giunge dopo un’azione di prevaricazione, il celebre ratto delle Sabine, che porrà le basi per la fine della guerra e costituirà il preludio alla progressiva inclusione del nemico nella società romana; a un’uccisione e a un sacrificio purificatore è poi dedicato il testo di Cristiano Viglietti, che ricorda come la nascita del Foro Boario, luogo di scambio commerciale tra cittadini e stranieri, fosse legata alla vicenda mitica di Ercole; Luigi Garofalo, dal canto suo, ripercorre la storia dell’Orazio sororicida (eroe superstite nella contesa contro i Curiazi che non aveva esitato a uccidere la sorella, indignato dal pianto di costei per la morte del fidanzato nemico) e solleva interrogativi pregnanti intorno al primo processo penale celebrato nell’antica Roma; Graziana Brescia e Mario Lentano rintracciano, nel suicidio di massa dei plebei (impiccatisi in segno di rivolta verso Tarquinio il Superbo che li aveva costretti al degradante compito di costruire cloache) e nel conseguente ordine del re dispotico di inchiodare i cadaveri alla croce, l’origine della consuetudine di considerare un’infamia l’atto di darsi la morte, e del divieto di sepoltura per chi compie il suicidio; con Carlo Pelloso si giunge all’inizio della repubblica e alla vicenda di Bruto, il console che fece uccidere i propri figli, congiurati che con il loro agire avevano messo in dubbio la validità del ius; Gianluca De Sanctis, nel suo contributo, spiega perché l’elaborazione delle XII Tavole, la prima legge scritta, sia legata nella leggenda a un legislatore corrotto e criminale – “dove il sistema pubblico fallisce, il sistema domestico è in grado di supplire”.

Con un trickster, un demiurgo imbroglione che scompiglia l’ordine costituito per spalancare un nuovo orizzonte di possibilità, si chiude il ricco volume: è McClintock a consegnare ai lettori il racconto conclusivo, dedicato a Gneo Flavio, lo scriba che rubò il diritto, ovvero “il libro delle azioni processuali dall’archivio dei pontefici, che detenevano il monopolio sul ius e sulla sua interpretazione, per darlo al popolo”, garantendo così l’accessibilità a un sapere fino a quel momento appannaggio di pochi e determinando, con l’avvento di giuristi laici, l’inizio della letteratura giuridica scritta.

Talvolta, affinché la società vada avanti nel cammino che porta il nome del progresso, è necessario che l’ordine venga turbato, anche solo per poco; il superamento dei limiti deve esortare a un ripensamento collettivo e preludere a una nuova armonia, sotto l’egida della Concordia, per smascherare pose acquisite e ipocrisie tollerate, nel segno intramontabile del mito che sa chiarire lo sguardo.