Il passato è una strana bestia, si trasforma fra nostalgia del futuro e visioni modificate della realtà, seguendo e imitando quel miscuglio di onde e particelle di cui tutto – e quindi noi – è fatto. Ne sa qualcosa Ian McEwan che ce lo ha raccontato in Quello che possiamo sapere, opera virtuosa e pensosa dello scrittore inglese. Di fatto Antonio Padellaro ha messo in esergo una frase ricavata da quel libro, là dove penombra, relitti e rottami volano dentro il pozzo senza fondo quando si affronta la storia delle famiglie. Se si pensa di riscriverne vicende personali e comunitarie, bisogna dare spazio anche ai ricordi belli, ai dialoghi proiettati nell’atmosfera terrestre e oltre. Sono le onde create da noi terrestri a restare dentro e fuori le nostre teste – e chissà che in questo campo non si sia già oltre il fascino della fisica per entrare nell’“implacata fame di magia” (secondo la nota osservazione di Manganelli).
I ricordi del Padellaro adolescente in Versilia – e siamo negli anni Sessanta – sono il monitor dove osservare lo scontro fra quel periodo e i tempi attuali, quando cronaca e storia erano rappresentati in modo ineguagliato dai film, da quelle pellicole che si proiettavano davanti agli occhi di molti di noi, tra cui l’autore di Quando eravamo felici e la moglie. Per sessant’anni la coppia ha assistito a migliaia di proiezioni, e ora che il tempo del dialogo sta per finire dalla parte femminile l’aria si fa stretta e Padellaro deve fare in fretta se vuole ancora leggere il suo memoir a colei che lo attende con ansia. Deve farlo, e trascrivere il flusso “ininterrotto” di ricordi. Tutte storie dentro la storia.
La memoria è una limitazione non da poco, si sa, ma avendo ben presente che la vita cambia in fretta, lo scrittore (e giornalista), affidandosi a figure letterarie come Joan Didion e Paul Auster, prova a sfiorare delicatamente la vita alle spalle e la vita presente in un dialogo che coinvolge la forma terrestre della coscienza umana e familiare. Non si tratta di divagare tra gli affetti e gli effetti, spesso devastanti, della realtà italiana della seconda parte del ’900 e dei primi anni 2000. Si tratta di trovare spazio negli “spazi di bosco”, di far respirare la persona amata, prima che la linea dei ricordi diventi definitivamente retta, priva delle fruttifere digressioni della mente.
Tempo ritrovato? Forse. Ma quella generazione di anziani si è scelta Philip Roth, e non Marcel Proust. Per un certo periodo ci sono state altre affiliazioni, e diversi genitori a cui guardare fiduciosi. Questi traffici sono avvenuti nell’Italia del boom, vale non scordarlo, e pochi hanno saputo immaginare cosa sarebbe accaduto fuori dalle mura domestiche. Il mondo “là fuori” è il racconto principale voluto da una moglie morente, e Padellaro si fa largo nella “bruttezza dei nostri tempi”, resiste al disagio, resiste a Trump, alla guerra globale e altre “porcate” – perché le cose della vita non sarebbero state vita senza la prima e unica lettrice di questo libro.


