Uwe Johnson / Tentativo di biografia

Uwe Johnson, Un viaggio a Klagenfurt, a cura di Luigi Reitani, L’Orma Editore, pp. 144, euro 18,00 stampa, euro 9,99 epub

“C’è stato un momento determinato che ha distrutto la mia infanzia: l’ingresso delle truppe di Hitler a Klagenfurt”, ebbe a dichiarare Ingeborg Bachmann in una intervista pubblicata nel 1971. Dopo la sua morte, avvenuta in tragiche circostanze nel 1973, l’amico Uwe Johnson sente il bisogno di parlare di lei confezionando un libro, Un viaggio a Klagenfurt, che partendo dalla mera registrazione dei luoghi e dei fatti fa presentire il mistero che si cela dietro le apparenze, l’altra realtà annidata nel visibile, seguendo in parte le linee stilistiche adottate dalla scrittrice in Malina, fra le sue opere più riuscite.

Siamo di fronte a un libro dalla forma peculiare e dalle dimensioni contenute se paragonato alla colossale tetralogia dello stesso Johnson, I giorni e gli anni, anch’essa meritoriamente pubblicata da L’Orma. Lo scrittore traccia le coordinate oggettive di un’esistenza, a volte lasciando la parola alla stessa Bachmann; citazioni che costituiscono i pezzi di un intricato puzzle impossibile da terminare, frasi che, per il loro isolamento e la loro iterazione, assumono inusitata valenza.

Considerando che confezionare una biografia è compito improbo e irrealizzabile, l’autore elabora un genere originale nelle sue coordinate formali e contenutistiche. Dal punto di vista stilistico è orientato alla frantumazione, all’uso dei materiali più disparati, come gli opuscoli turistici o i ritagli di giornale. Ogni vita, del resto, è un enigma. Johnson vaga per la città in una erratica rielaborazione del lutto, scrive un libro complesso quanto oscura è l’esistenza stessa. Recuperare la memoria è operazione ardua. Fuggita da Klagenfurt per vivere in Italia e in particolare a Roma, una scelta giusta, anche se neppure lei sa esprimere il perché di tale decisione, dopo la sua morte la scrittrice viene sepolta in quella stessa Klagenfurt dove non avrebbe mai voluto fare ritorno. Ironia della sorte. Secondo Thomas Bernhard è vano arrovellarsi sulle effettive cause del decesso, forse accidentali, oppure legate a un possibile suicidio.

Nella peculiare visione dello scrittore, Bachmann è stata distrutta dal mondo che la circondava, dalla meschinità del suo Paese d’origine. Per questo ha deciso di abbandonare l’Austria per la penisola italica. Nella sua dimora romana viene disturbata dai carabinieri, ma solo perché il rumore notturno dei tasti della macchina da scrivere tiene sveglia la sua vicina. Furore creativo, che la coglie in particolare di notte. Johnson orchestra una partitura complessa, fatta di immagini, di topografie ma anche di suoni, come quelli che penetrano attraverso le finestre dell’appartamento romano. Voci spettrali a comporre un affresco della memoria che trascende le semplici dimensioni terrene della scrittrice. “Ogni necrologio non può che essere un’indiscrezione”, una violazione della dimensione privata. Con questa citazione della stessa Bachmann, Johnson apre il libro. Una narrazione che si muove all’interno delle macerie di un mondo, fra bombardamenti e ricostruzioni, un percorso di recupero della patria perduta e mai ritrovata, un viaggio che si conclude nelle prospettive di un cimitero, ad additare la morte individuale ma anche l’eclissi di un’intera civiltà.