Il libro si divide, di fatto, in due opere diverse tenute insieme dalla stessa etichetta. La prima metà è un saggio storico onesto, anche godibile: Cappellini risale alle origini ottocentesche francesi dell’incrocio tra nazionalismo e socialismo, passa per Mussolini come caso di scuola del transito da un estremo all’altro, si sofferma sull’affaire Dreyfus e sui suoi strascichi ideologici, su Jünger, von Salomon e i nazionalbolscevichi weimariani, per arrivare alla Jeune Europe di Thiriart e ai nazi-maoisti alla Sapienza nel ’68, e chiudere il percorso genealogico con la destra radicale tedesca nata dalle ceneri del comunismo della DDR. È la parte in cui il libro funziona meglio, perché l’autore si limita a raccontare una genealogia concettuale senza doverla piegare all’attualità politica italiana, e la scrittura, pur senza pretese accademiche, tiene.
Cappellini prende in prestito da Antonio Pennacchi l’espressione “fasciocomunisti” per definire il fenomeno, e sceglie il Donbass come laboratorio originario della sua indagine: è lì, sostiene, che si è consumato “il più incredibile esperimento fasciocomunista” della storia recente, con neofascisti e nostalgici del bolscevismo schierati fianco a fianco dalla parte di Mosca. La genesi del termine — coniato in Russia negli anni Novanta come krasno-korićnevyj per bollare gli oppositori nazional-bolscevichi di El’cin, poi importato in Francia e infine in Italia — è ricostruita con cura filologica, ed è forse la pagina più solida del libro.
La seconda metà cambia registro e vale la pena dirlo senza infingimenti: non è più saggistica, è dossieraggio giornalistico in salsa “Repubblica”. Cappellini, vicedirettore del quotidiano, applica l’etichetta rossobruno alla cronaca politica italiana recente con una disinvoltura che tradisce la postazione da cui scrive. Il capitolo sul Donbass, già presentato come “il più incredibile esperimento fasciocomunista”, diventa ora, passando dall’analisi storica al redde rationem cronachistico, il punto più debole del libro: la tesi della convergenza neofascisti-nostalgici del bolscevismo che tifano Putin diventa il grimaldello per liquidare come rossobruno chiunque, a sinistra o fuori dal recinto interventista, esprima posizioni critiche sull’invio di armi o sull’allargamento NATO. Il Movimento 5 Stelle, bersaglio ricorrente, viene descritto come il partito che “più di tutti ha pescato dall’arsenale rossobruno” — formula che funziona benissimo come titolo su Repubblica, molto meno come categoria analitica.
È qui che il libro smette di essere un’inchiesta sul fenomeno e diventa un regolamento di conti tra testate. Il bersaglio implicito, e talvolta esplicito, è “Il Fatto Quotidiano”, accusato per interposta persona di fare da cassa di risonanza a posizioni conniventi con l’espansionismo russo ogni volta che si discosta dalla linea atlantista maggioritaria. Cappellini non nomina sempre la fonte, ma il bersaglio polemico è riconoscibile: chi dissente sull’Ucraina, chi solleva dubbi sulla narrazione unica del conflitto, finisce automaticamente nel calderone rossobruno, a prescindere dalla collocazione politica di partenza. È un uso del concetto — l’ha notato con qualche ragione anche la pubblicistica di sinistra radicale che ha reagito al libro — che funziona più come arma di delegittimazione che come strumento di comprensione: tutto ciò che si oppone al consenso atlantista sull’Ucraina viene ricondotto, per contiguità sospetta, all’area nazional-bolscevica, indipendentemente dalle intenzioni dichiarate di chi lo sostiene. Alla presentazione romana del libro, alla Mondadori di Galleria Colonna, la logica del testo si è materializzata in cronaca: Marco Rizzo ha fatto irruzione in sala per contestare la propria inclusione tra i rossobruni – difficile dire con quali argomenti in questo caso – offrendo dal vivo la controprova di quanto l’etichetta, applicata alla cronaca politica corrente invece che alla ricostruzione storica, produca più rumore polemico che chiarezza analitica.
Ma è sull’asimmetria geopolitica che il libro rivela il suo limite più serio, ed è un’asimmetria strutturale, non un dettaglio. L’intransigenza di Cappellini nei confronti di chi minimizza o giustifica l’espansionismo di Putin è totale: nessuno sconto, nessuna comprensione per le “ragioni del contesto”. Applicata alla Palestina, la stessa griglia sparisce. L’espansionismo israeliano nei territori occupati, la colonizzazione della Cisgiordania, la devastazione di Gaza non trovano nel libro lo stesso metro di giudizio riservato a Mosca: qui la parola espansionismo si ritira, sostituita da un lessico più prudente, quando non del tutto assente, e le responsabilità del governo israeliano vengono trattate, nei rari accenni concessi, come questione a sé, separata concettualmente dalla griglia interpretativa che regge tutto il resto del libro. Il doppio standard non è dichiarato — non lo è mai, in questo genere di testi — ma è leggibile nella sproporzione tra la severità riservata a un fronte e la cautela riservata all’altro. Chi in Italia solleva la questione palestinese con toni critici verso Israele rischia, nella grammatica implicita del libro, di scivolare più facilmente nella categoria rossobruna di quanto non vi scivoli chi giustifica l’azione militare israeliana: un’incoerenza che mina alla radice la pretesa di neutralità analitica rivendicata nella prima parte.
Ed è un’incoerenza che si vede ancora meglio se si applica la griglia concettuale del libro fino in fondo: se rossobrunismo significa convergenza di destra estrema e retoriche che riscrivono la storia per assolvere sé stesse, il caso di certa destra radicale israeliana che ha rilanciato la tesi — già smontata dagli storici — di una corresponsabilità palestinese nell’Olocausto rientrerebbe a pieno titolo nella categoria. Cappellini non lo considera nemmeno un’ipotesi. Eppure il materiale per farlo non manca: la destra kahanista oggi al governo — Ben Gvir e Smotrich in testa — è stata definita “fascismo ebraico” da intellettuali israeliani come Eva Illouz, e testate come Haaretz hanno parlato apertamente di un gabinetto in cui “i ministri fanno a gara a chi è più fascista”. Il kahanismo, con la sua retorica del trasferimento forzato dei palestinesi, la sua vocazione messianica e il suo culto per figure come Baruch Goldstein, presenta gli stessi tratti — suprematismo etnico, mitologia della purezza nazionale, culto della violenza rigenerativa — che nel libro di Cappellini bastano a bollare come rossobruno chiunque, in Italia, guardi con eccessiva comprensione a Mosca. Applicando lo stesso metro, la destra radicale israeliana meriterebbe una pagina, se non un capitolo. Non ce n’è traccia.
Resta nel complesso un libro utile per la ricostruzione storica del termine e delle sue origini russe ed europee — su questo Cappellini ha fatto un lavoro di ricerca abbastanza serio, superiore alla media della pubblicistica sul tema — ma la seconda metà, nel momento in cui lo studio si trasforma in dossier di attualità e perde la distanza critica necessaria, finisce per diventare essa stessa un caso da studio: quello di un giornalismo che, mentre denuncia la strumentalizzazione ideologica altrui, non si accorge di praticarne una propria, con criteri di giudizio che cambiano a seconda del fronte geopolitico osservato.


