Arkady Martine / Un altro impero galattico

Arkady Martine, Un ricordo chiamato impero, tr. Francesca Mastruzzo, Mondadori, pp. 466, euro 20,00 stampa, euro 9,99 epub

Valutare il romanzo di esordio della statunitense Arkady Martine in quanto space opera è piuttosto difficile, nonostante proprio sotto tale etichetta il volume sia generalmente proposto. Non fa eccezione Mondadori, che ha portato in Italia il romanzo a tre anni di distanza dalla sua pubblicazione americana, in un periodo in cui tale filone della fantascienza sta vivendo un periodo relativamente fortunato, grazie soprattutto al successo in sala della più recente incarnazione cinematografica di Dune. Piuttosto difficile, dicevo, perché il romanzo di Martine, che nel 2020 ha valso all’autrice il premio Hugo e il premio Compton Crook, presenta davvero pochi dei tratti che caratterizzano il sottogenere della space opera: non racconta, ad esempio, di nessuna odissea spaziale, anzi evita deliberatamente di riferire – facendo ricorso a un’ampia ellissi – dettagli di sorta sull’unico viaggio interplanetario a cui si fa rifermento nel corso della narrazione, così come non indugia su alcuna battaglia spaziale, nonostante delinei nelle sue pagine un imminente conflitto di proporzioni galattiche; l’avventura, l’esplorazione, l’elemento romantico (“l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese”, per dirla con l’Ariosto) sono lasciati ai margini della storia, che si presenta, nella sua essenzialità narrativa, più come un thriller politico a sfondo fantascientifico che come un’opera di fantascienza tout-court. Questo perché l’elemento immaginario-futuristico appare nell’economia del racconto del tutto accessorio, una scelta ben poco incidente sugli eventi narrati, che potrebbero benissimo funzionare all’interno di un’ambientazione storica. Più volte, leggendo, si ha anzi l’impulso di accostare l’impero galattico descritto al declino delle grandi egemonie della storia antica, al tardo Impero romano o meglio ancora all’Impero bizantino. Non sorprende, in tal senso, scoprire che l’autrice è anche una ricercatrice specializzata in storia bizantina, e che la stesura del romanzo ha avuto luogo proprio negli anni di studio universitario.

C’è molto di Bisanzio nel decadente impero immaginario descritto nel romanzo, il Teixcalaan, con il suo centro politico e sacro, una ecumenopoli di proporzioni planetarie indicata con un termine che esprime significativamente sia il concetto di mondo che di città, con i suoi giochi di potere, i suoi intrighi di palazzo elevati a forma d’arte, con il linguaggio artificiale e affettato degli abitanti, organizzato su rigide regole metriche, ambiguo nella sua poeticità. Martine delinea in maniera efficace una realtà millenaria, ricca di fascino e di mistero, un’ambientazione vasta e sfaccettata di cui la narrazione ci permette di scalfire solo la superficie marcescente. La forza del romanzo sta proprio nella capacità di spalancare una finestra su una dimensione profonda, credibile, aliena e familiare allo stesso tempo, e di farlo già dalle primissime pagine, senza ricorrere a interminabili descrizioni, mostrando senza raccontare, grazie all’intelligente espediente di calare il lettore nei panni di una protagonista a sua volta estranea a tale scenario: l’ambasciatrice Mahit Dzmare, una barbara che si lascia inghiottire dall’impero teixcalaanliano per far luce sul misterioso omicidio del suo predecessore, un delitto che sembra celare dietro di sé uno scontro di poteri capace di portare al collasso l’intero assetto politico dell’universo conosciuto.

Il giallo attorno a cui ruota l’intera vicenda è avvincente, con diversi colpi di scena ben costruiti, ma resta comunque, a confronto del raffinato worldbuilding portato avanti da Martine, la parte meno memorabile del romanzo. Gli affettati distici attraverso cui i personaggi intessono i loro nefandi intrighi, l’affascinante onomastica utilizzata dai teixcalaanliani (sempre composta da un numero e il nome di un fiore), l’anima senziente della Città, considerata un’emanazione dello stesso volere dell’imperatore, in poche parole la grande cura che l’autrice ha posto nel rendere allo stesso tempo sorprendente e verosimile il suo universo narrativo, punta di un iceberg che si intuisce immenso (e che nei prossimi libri della serie avrà certamente modo di rivelarsi), conferisce alla narrazione un respiro grandioso, questo sì, proprio della migliore space opera.

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