18 Settembre, 2020

Ci vediamo giù in strada! L’Arte della rivolta nelle Primavere arabe e oltre

Arabpop. Arte e letteratura in rivolta dai paesi arabi, a cura di e , Mimesis Editore, pp. 224, euro 18,00 stampa, euro 12,99 epub

“La meravigliosa gioventù si è levata per mutare l’autunno in primavera”.
Tamin al-Barghuthi, Ya Masr hanet (Egitto, ci siamo quasi)

Nella serie di dipinti intitolata Al Maw3oud (2011), che ritrae combattenti con indosso la kefiah, celebre copricapo, sullo sfondo di una carta da parati fiorata decisamente kitsch che mescola ricordi di infanzia e guerra, l’artista libanese Ayman Baalbaki (1975) fa emergere cambiamenti dirompenti prodotti dalla rivisitazione pop dell’immaginario arabo comunemente inteso, sfidando i canoni tutti maschili delle sue rappresentazioni più diffuse. Rappresentazioni che venivano dissacrate dal romanzo a fumetti del 2008 Metro, dell’artista egiziano (1961) che, con tre anni di anticipo sulla Storia, racconta un episodio di rivolta violenta seppure individuale: un programmatore vessato dall’iniqua quanto opprimente burocrazia decide di rapinare una banca, con conseguenze senza lieto fine.

Ma il cambiamento era nell’aria e viene sancito dal verso “scrivi una poesia nuova, come l’Egitto”, dalla lirica “Visione dall’alto di Piazza Tahrir”, letta in piazza dal poeta egiziano Hisham al-Gakh (1978), il giorno otto febbraio 2011.

Dentro questo orizzonte si colloca Arabpop, volume collettaneo curato da (fondatrice del bel sito Editoriaraba) e (arabista, esperta di mondo e letteratura araba, docente di lingua e letteratura araba, traduttrice delle poesie di Nizar Qabbani e Mahmud Darwish). Aperto da un’introduzione delle due curatrici, il volume attraversa otto scenari delle pratiche sociali e culturali del mondo arabo prima e dopo le rivoluzioni e movimenti comunemente noti come Primavere: il romanzo (Comito), l’arte visuale (), la musica (), il fumetto (), la street art (), la poesia (Moresi), la () e infine il cinema (). Nove contributi di otto donne: studiose accademiche e militanti, traduttrici, esperte, appassionate.

Una delle tesi del volume appare chiara sin da subito: gli eventi a cavallo delle rivolte del 2011– con conseguenze che giungono chiaramente fino a noi – sono stati prodotti da e hanno prodotto pratiche culturali autonome e locali dal tutto originali e potenti. Non vi è alcuna banale derivazione dalle pratiche e dalle culture del cosiddetto Occidente se non un continuo mescolare, remixare, attraversare generi, lingue, riferimenti. Anche quando, per esempio, i rapper più radicali scelgono di rifiutare l’inglese o il mix tra arabo e inglese (l’arabizi, cioè ‘arabi più inglizi), richiamandosi orgogliosamente all’antica poesia araba orale alla ricerca di nuove identità collettive. Allo stesso tempo, la diffusione del fumetto – in forma di graphic novel, riviste o attraverso i social network – ha dato vita a un’ampia e articolata scena editoriale ed espressiva che ha fatto uso dei dialetti locali in contrapposizione all’uso dell’arabo classico che in passato aveva agito da collante delle politiche panarabistiche, richiamandosi simultaneamente a prodotti transnazionali come V for Vendetta (1982-85) di Alan Moore e David Lloyd o i manga giapponesi, mostrando come il lavoro di continua traduzione culturale abbia moltiplicato significati, simboli, vernacoli, ibridando i generi testuali.

Il volume ci guida attraverso una ricchissima costellazione di produzioni artistiche che s’incuneano nel nostro immaginario nel quale dominano poche parole chiave ormai svuotate di senso, mettendoci invece davanti ai nomi, ai volti e ai corpi di scrittori e scrittrici, cantanti, artiste e artisti. Ciò che emerge con forza sono le tante declinazioni dei processi di liberazione e riappropriazione degli spazi (ora finalmente pubblici) attraverso una sorta di divenire rivoluzionario che tutto permea e che, in qualche modo, sembra essere riprodotto dalla struttura stessa del volume: non deve sfuggire, infatti, che il capitolo sulla poesia – arte popolarissima nel mondo arabo sin da epoche pre-islamiche – si collochi tra i capitoli dedicati alle artistiche di strada e quello su murales e graffiti. Letteratura, e arte visuale costituiscono un continuum che mostra quanto, per capire le Primavere arabe, sia necessario uscire dall’epica dello scontro di piazza per rivolgersi invece “ai poeti, agli artisti, ai drammaturghi e ai cineasti per comprendere quello che stava accadendo”, come scrive Solombrino.

Si tratta, insomma, di un volume necessario per chiunque non si accontenti di racconti e cronache stereotipate che colano sempre più stancamente dal giornalismo mainstream. Un libro ben fatto, occorre sottolinearlo, da ogni punto di vista: dalla copertina pop – con un’illustrazione dell’artista libanese dalla rivista di Beirut Samandal (2012) alla qualità della carta e delle immagini riprodotte, anche a colori. In un’epoca di editoria di crisi, quando non proprio sciatta e deludente, non è affatto poco.

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