Da Omero alla moto Guzzi

Rosita Copioli, Le figlie di Gailani e mia madre, Franco Maria Ricci, pp. 136, euro 30,00 stampa

Rosita Copioli invia dalla sua Rimini segreta e fantastica un libro in versi, un poema definito dalla prosa con tutte le sue possibilità epiche e narrative. Esiste un diario archeologico e storico di questa città adriatica, al tempo della Seconda guerra mondiale zona di prigionieri militari e civili, di campi femminili che raccoglievano simpatizzanti dei regimi e pregiudicate. La Rimini strategica per posizione, per l’aeroporto, per le colonie e le ville, è la materia petrosa e tessuta di anime che giunge a noi da poche lettere materne ritrovate in un cassetto e alcune fotografie sopravvissute al tempo. La storia complessa di Rashîd ’Alî al-Gaylânî, ex primo ministro del regno dell’Iraq, intrecciata ai plenipotenziari tedeschi e italiani. E, dopo la resa della Germania, le testimonianze dal campo di concentramento femminile allestito dagli alleati a Riccione, dove erano trattenute figlie e famiglia di Gaylanî.

Da questa storia poco conosciuta, e di certo misteriosa, anche per Rosita Copioli che ha faticato non poco per ricostruirne almeno alcune tracce, giungono le onde di un libro che veleggia dentro fatti e accadimenti spesso impenetrabili. Con minuzia attenta alla vastità dell’argomento, e al corredo privato di una famiglia, la poetessa raccoglie il credito delle Muse verso la sua poesia (da Splendida lumina solis, 1979, a oggi). Il passato ha avuto bisogno di una poetessa come Copioli, perché i fatti storici si accordassero con i profumi mediterranei, con la lezione leopardiana sulla natura e sul posto degli uomini alle prese con avvenimenti tellurici (Vesuvio, vulcani, terremoti e scambi climatici) e diatribe fra gli dèi.

Nei versi di Le figlie di Gailani e mia madre sono stanziali le famiglie vegetali e le nuances diversissime dei fiori, gli alberi ombrosi sui tetti delle ville avite, le enfasi terribili del Novecento, le stoffe domestiche e nobiliari, le moto Guzzi e le barchette davanti alla battigia, la ferrovia che sega la costa, la rugiadosa prosodia di Whitman, fino ai personaggi storici e maledetti dai nomi fin troppo noti. Sono molte le case davanti al mare rievocate, e le materie organiche che soltanto un altro poeta, su diversa Riviera, ha saputo cantare per numerosi decenni: Giuseppe Conte. Il racconto, in entrambi i poeti, s’infuoca di numerosi momenti epici, e di tempi lontani che hanno la vastità acquatica ancora oggi resistente (non senza sconfitte cocenti) alla congiuntura epocale. La modernità è trauma per i due poeti, almeno quanto hanno grande corpo ondoso i versi scritti su due differenti mari. Adriatico e Tirreno hanno le stesse discendenze divine, o per prossimità alla Grecia, o per distanze colmate da viaggi veliformi. Sono custodi delle Terre del mito.

I destini interrotti, anche quelli spezzati, sono il principio di questo libro che si satura di nomi e cose, in una foresta che Copioli osserva e descrive mai dimenticando la storia ormai antica, di guerre e prigionie e di grandi vicende familiari. Pietro Citati nel suo Prologo non dimentica di sottolineare la solidità degli intrecci nelle opere della poetessa, e di come l’assolutamente moderno emerga dalla tenuta dei singoli poemi. E di come nulla spaventi Copioli man mano che lo scavo nelle profondità avanza. Nessuna carta venuta dal passato potrà mai, in opere come questa, lisare e stracciare la vastità della memoria. Tutto ciò che è vicinissimo, per antichi statuti, rimane tale e rimbalza sui bordi spumosi rilasciati da Omero tre millenni fa.

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