30 Settembre, 2020

Storia di un padre, di un figlio e dell’assenza di una madre

, Il nome della madre, NN Editore, pag. 176, euro 17,00 stampa

“Aspetterà quelle che saranno ore, guarderà il giorno diventare sera. Aspetterà l’aprirsi di quella porta. Avrà voglia e paura di vedere suo figlio, di vedere lei.”

Non sappiamo che nome abbia la madre di questo romanzo di , giovane autore nato a Fabbrico, in provincia di Reggio-Emilia, un luogo fatto di pianura, nebbia e poco altro. Una seconda prova che viene dopo il successo di A misura d’uomo (, 2018), quasi una raccolta di storie ambientate in questo paese della bassa emiliana, al quale Camurri si sente legato da un affetto che traspare dalle pagine dei suoi libri.

E ritorna a Fabbrico con Il nome della madre. Non conosciamo il nome di questa madre, come dicevamo, perché lei manca, se n’è andata per sempre, lasciando il protagonista, Ettore, da solo con Pietro, un bambino di pochi mesi che il padre cerca di crescere con l’aiuto dei nonni materni, Ester e Livio, due figure tenerissime per quell’amore che mostrano a Pietro, nel tentativo di colmare il vuoto lasciato dalla figlia e sentirsi ancora genitori.

Roberto CamurriSe da un parte ci sono quindi due nonni che avvertono su di loro il fallimento della genitorialità, sfociata nel rifiuto della loro figlia di prendersi le sue responsabilità di madre; dall’altra c’è Ettore, un padre che non riesce ad accettare l’abbandono della donna che ha amato, che ama e che è la madre di suo figlio; un figlio per il quale nutre un affetto profondo che fatica a dimostrare per quel timore costante di non essere ingrato di accudirlo, educarlo, aiutarlo nel difficilissimo atto del crescere.

Il senso di abbandono, un fattore costante nella vita di questa famiglia, viene passato a Pietro dal padre come si passa un testimone; un’eredità, questa, che segnerà il Pietro adolescente e adulto, nel carattere, nei pensieri, nelle relazioni che avrà con gli altri. In particolare con Miriam, l’amore adolescenziale che si trasforma in legame profondo, che però è fonte di dubbio: “E Pietro […] al centro di quel marciapiede pensa ai motivi per cui lui e Miriam stanno insieme, dondola sui piedi, si chiede se il non aver avuto una madre sia il motivo, la paura di non trovare più nessuno che lo voglia”.

E poi c’è Giada, l’amore trasgressivo, anche lei conosciuta al liceo, nei bagni della scuola, e rivista a una festa, dove Pietro si lascia travolgere dalla musica, la droga e il sesso facile: “Non riesce a distogliere lo sguardo da quello di lei che, aveva pensato, era uguale a quello di sua madre”. Quello sguardo che Pietro conosce solo attraverso una fotografia che suo nonno Livio gli ha dato.

Pietro dovrà affrontare il “vuoto” lasciato dalla madre e prendere delle decisioni importanti. Lo farà e, nel diventare padre a sua volta, sembra finalmente riscattare anni di sofferto abbandono.

Con questo secondo romanzo, Camurri si conferma uno scrittore maturo e sensibile, per l’argomento trattato, per la capacità di immedesimarsi alternativamente nel padre e nel figlio, nel descrivere i loro sentimenti contrastanti, il loro modo così diverso di affrontare un dramma comune; e per la prosa, limpida e lineare, che avvolge e coinvolge il lettore in una storia di profonda intensità.

Il nome della madre è un racconto intimo, commovente e poetico, dove i dettagli della quotidianità, per i quali l’autore sembra avere un’attenzione particolare,  scandiscono lo scorrere del tempo. Piccoli gesti quasi insignificanti che compongono la vita dei personaggi e dove un’assenza è così forte da essere determinante più delle persone che restano.

Non manca il colpo di scena finale, che lascia senza parole e che finalmente rivela quel nome che, per tutto il romanzo, non è stato possibile svelare.

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