Gli europei, si dice, possono essere “vicini e irreparabilmente lontani” dai giapponesi – ma quanto capiscono del loro territorio, delle loro città-cantiere, quanto sanno addentrarsi nelle loro qualità distintive, prima fra tutte la discrezione? Ben poco, si teme, a meno che non ci si imbatta in studiose e poetesse il cui studio comprende lunghi stazionamenti nei luoghi dove la sollecitazione visiva e intellettuale governa passione, interesse, e sensibilità ai dolori di quest’epoca tragica. I capitoli di Spettro urbano, agile libretto impostato con scritti e immagini da Damiana De Gennaro e Marta Fanasca, conducono per mano nei quartieri di un’immensa Tokyo dove l’architettura sembra scatenare la propria mitologia dentro secoli e decenni affastellati l’uno dentro l’altro. Alle due autrici interessano mutamenti e rielaborazioni mentali dei cittadini, del tutto corrispondenti a quanto accade a antiche dimore e luoghi rimasti simbolo per secoli e poi abbattuti nel corso di una sola notte. Vale presentarle: Damiana, poetessa e traduttrice di poesia dal giapponese – pubblicata da Interno poesia e Raffaelli, dottorato all’università di Stoccolma. Marta, ricercatrice all’università di Bologna e studiosa di genere, sessualità e sottoculture urbane con articoli scientifici e saggi.
Tre quartieri di Tokyo – Capitale dell’Est – a testa, microcosmi dove siamo trasportati da una visione cauta e mai invasiva, e molto attenta a non lasciarsi influenzare dai cliché falsi e deleteri dell’occidente. Troviamo sentimenti di nostalgia nella descrizione di locali dove le note sono quelle del jazz classico che risuona fra pareti di legno annerite di fumo e le somme bevande sono caffè e whisky. Uomini anziani in piena condivisione, in solitudine ma per niente isolati. Comportamento diffuso in tutta Tokyo che costruisce comunità di coesistenza, dal sorseggiare caffè al ritrovarsi in bagni pubblici dove nessuno nasconde e tutti stanno nello stesso posto: lo spazio del “ba”, spazio fisico mentale virtuale. Questo il passo che coesiste nella vita “che sfreccia senza fermarsi sotto luci sempre troppo accese”.
Ogni capitolo contiene folate di esistenze “fluttuanti” a cui la nostra mente non è abituata, ma intravede passaggi in cui case e donne dispiegano la loro storia se soltanto avvertono una premura femminile, un ascolto capace di spiegare sia il degrado sia la vitalità mai doma. Per questo l’attraversamento compiuto dalle autrici porta nelle nostre dimore la lingua originaria con parole che narrano storie già con il loro tracciato sulla carta. Ordine precedente e ordine attuale hanno sempre qualcosa da custodire, fra le campanelle dei luoghi di culto e il ronzio continuo dei condizionatori. Fra i due estremi, De Gennaro e Fanasca passeggiano e sostano, trasparenti e attente in un connubio strettissimo di archeologia e attualità.


