Daniele Piccione / Una notte, molte notti della Repubblica

Daniele Piccione, La lunga notte dell’idroscalo. Il delitto Pasolini, Mimesis, pp. 325, euro 20,00 stampa

Dopo l’esordio con Il labirinto del Mostro di Firenze, la collana di True Crime di Mimesis, Le notti della Repubblica, diretta da Roberto Taddeo, si dedica a un altro delitto celeberrimo e insoluto: il massacro di Pier Paolo Pasolini avvenuto all’Idroscalo di Ostia il 2 novembre del 1975, esattamente cinquant’anni fa. A differenza del volume precedente, opera collettanea di più autori, qui invece ricerche e stesura sono interamente di Daniele Piccione, avvocato e docente di Diritto Costituzionale, con prefazione di Fabrizio Gifuni, attore e regista che più volte si è occupato di Pasolini. Il testo, accompagnato da un nutrito numero di fotografie e da una mappa dei luoghi del crimine, si articola in sei parti, iniziando dalle Premesse culturali e politiche di un assassinio, proseguendo con l’analisi dettagliata delle circostanze e dei moventi del Delitto, e infine concludendo con l’esposizione dei Frammenti di un linciaggio, il racconto mediatico denigratorio e moralistico volutamente teso ad accreditare nell’opinione popolare le parole pronunciate da Andreotti ancora più di un decennio dopo la morte del poeta: “Pasolini i guai se li andava a cercare”. In appendice seguono un utile thesaurus dei personaggi, noti e meno noti, coinvolti a vario titolo nella vicenda, una cronologia degli eventi ed una dettagliata bibliografia. Decisamente uno studio completo che offre al lettore una visione precisa e approfondita sulla figura dello scrittore negli ultimi anni della sua vita, e sulle torbide circostanze, molto più politiche che private, del suo efferato omicidio.

La tesi di Piccione propende decisamente per un movente politico sulla cui natura possiamo purtroppo fare solo delle illazioni, oscura consuetudine di tutti i più grandi crimini che hanno insanguinato il nostro paese, regno irredimibile degli omissis, dei segreti di stato e dei misteri destinati a restare tali in eterno. Risulta per altro assolutamente evidente che Giuseppe Pelosi ha sempre mentito, da subito, nella sua prima versione, immediatamente successiva al delitto, di cui, palesemente manipolato, si denunciava come unico autore, in seguito a una colluttazione per un diverbio a causa di una prestazione sessuale rifiutata e per essere passato “per sbaglio” con l’auto sottratta a Pasolini sul corpo esanime dello scrittore. Basta il confronto fra le condizioni pietose del cadavere di PPP – un orecchio quasi staccato, multiple ferite alla testa e al torace, le dita della mano sinistra spappolate e altre lesioni che solo un linciaggio da parte di molte persone avrebbe potuto produrre e non certo uno scontro individuale, specie da parte di un diciassettenne esile come Pelosi – che non si è neanche macchiato di sangue, se non pochissime gocce – contro un cinquantatreenne atletico e in piena forma, per altro anche cintura nera di karate, come Pasolini. Assurda anche la fuga sull’auto dell’ucciso, quando sarebbe stato naturale per l’assassino abbandonare sul posto la prova del delitto e allontanarsi a piedi lungo il litorale facendo perdere le proprie tracce. Basterebbero questi due elementi – senza considerare i reperti sulla scena del crimine: l’anello perduto di Pelosi, gli occhiali della vittima ben riposti nel cruscotto dell’auto, la camicia inzuppata di sangue di Pasolini, il plantare e il maglione sconosciuti nel baule dell’auto, le tavolette e il bastone usati come corpi contundenti – per evidenziare una costruzione di comodo quasi troppo scontata.

Un vero e proprio cliché: il cantore dei ragazzi di vita giustiziato da un ragazzo di vita, la nemesi del peccatore. Non è un caso che l’ispiratore e il propagatore di questa versione, e di una rappresentazione fortemente diffamatoria e criminalizzante della figura di Pasolini, sia stato Aldo Semerari, ordinario di medicina criminologica presso l’Università La Sapienza di Roma, consulente dell’avvocato Rocco Mangia, difensore di Pelosi, e anello di congiunzione fra la criminalità comune e l’estrema destra neofascista (anche lui, dopo essere stato facilitatore medico-legale della Banda della Magliana, collaboratore del SISMI e membro della P2, farà una fine degna delle sue vittime: verrà ritrovato decapitato, in un altro degli ennesimi misteri italiani). Ma molto più tardi, Pelosi continuerà a mentire anche nelle varie versioni successive, posteriori al 2005, e fino alla sua morte nel 2017, in cui si dichiarerà innocente dell’uccisione del poeta, avrebbe anzi cercato inutilmente di difenderlo, e attribuirà il linciaggio ad un gruppo dei cui membri non farà mai i nomi, ma confermerà (inspiegabilmente) di essere stato lui a passare, sempre per sbaglio, con l’auto sul corpo di PPP. Il gruppo avrebbe voluto dare una lezione a Pasolini (sempre una storia di froci, quindi…) senza necessariamente arrivare all’uccisione e questa sarebbe stata causata “inavvertitamente” dal suo passaggio con l’auto sul corpo (ma le tracce rilevate sembrano indicare invece passaggi ripetuti di un’auto fino a causare lo sfondamento della gabbia toracica e dei polmoni della vittima). Pelosi ammetterà anche di aver conosciuto Pasolini da almeno due mesi prima della data del delitto, e non di essere stato rimorchiato in Piazza dei Cinquecento senza nemmeno sapere chi fosse il “cliente” come nella versione iniziale: già una sorta di boyfriend quindi, regolarmente vicino all’obbiettivo e che avrebbe potuto vantarsi della conquista con gli amici marchettari divenendo facile preda, condizionabile e ricattabile, da parte dei congiurati venuti a conoscenza del legame tra i due. Un pretesto per l’incontro in un luogo così pericolosamente appartato come l’Idroscalo avrebbe potuto essere l’accordo di riscatto per la restituzione delle pizze trafugate dei negativi originali del finale di Salò o le 120 giornate di Sodoma, l’ultimo film che PPP stava finendo di montare.

E i mandanti? Resta abbastanza solida la questione di Petrolio, il romanzo che Pasolini stava scrivendo in quei mesi e del fantomatico capitolo Appunto 21 (Lampi sull’Eni), mai ritrovato, in cui si metteva esplicitamente in relazione Eugenio Cefis, subentrato a Enrico Mattei alla guida dell’Eni e in seguito a capo della Montedison, con il sabotaggio dell’aereo su cui perse la vita il presidente  che Cefis avrebbe sostituito all’Eni orientando la politica energetica successiva del paese in tutt’altra direzione. Un argomento abbastanza pericoloso e poi, come se non bastasse, l’articolo del 1974, Che cos’è questo golpe? “Io so”. Insomma molti, troppi – servizi segreti governativi o “deviati” (comoda parola…), fascisti vecchi e nuovi, mala romana in effervescenza (di lì a poco prenderà il potere la Banda della Magliana) – tutti vorrebbero tappare la bocca a questo frocio comunista, questo rompicoglioni che sa farsi ascoltare fin troppo sui media ma che ha un tallone d’Achille molto evidente. E proprio lì verrà colpito.

Che poi oggi il pantheon pseudo-culturale post-fascista abbia incluso anche lui nel confuso, demenziale e contraddittorio pot-pourri dei suoi intellettuali di (presunto) riferimento, perdonandogli perfino l’omosessualità dopo averlo da sempre infamato e dileggiato per questo, la dice lunga sul trasformismo e sull’opportunismo. Anche se, in fondo, Pasolini non era affatto privo di contraddizioni e talvolta appariva sostanzialmente conservatore, se non addirittura reazionario: l’apologo delle lucciole, la sua posizione su Valle Giulia, sul divorzio e sull’aborto, possono essere proditoriamente travisati e stravolti. Forse i fascisti vogliono ucciderlo un’altra volta.