27 Ottobre, 2021

Pescare voci

EDITORIA & LAVORO CULTURALE / il mestiere di esordire /5

A partire dallo snodo del millennio si è notato un deciso incremento delle pubblicazioni di titoli italiani presso quasi tutte le case editrici: grandi, medie e piccole. Una scelta che scaturisce da ragioni molteplici: tanto economiche che culturali. Fenomeni ‘planetari’ come Roberto Saviano ed Elena Ferrante o più circostanziati (ma senz’altro ‘pesanti’) quali la rinascita del ‘giallo all’italiana’ con suoi innumerevoli campioni, incoraggiano una tendenza a scrivere che si avvantaggia anche della rifrazione caleidoscopica offerta dai ‘nuovi media’. La scrittura è ovunque e sgomita per emergere: riempie le aule delle scuole di creative writing (in crescita esponenziale), ribolle nei blog, negli account di Instagram e Facebook, esondando come uno slime palpitante, insinuandosi, talvolta, nei media tradizionali che si offrono a fare da sponda (epigonale) a fenomeni nati perlopiù altrove. Il dato stride con le statistiche che ci consegnano un Paese segnato da una scarsissima attitudine alla lettura e afflitto da un irrimediabile analfabetismo di ritorno. Stride, appunto, ma non cancella: due fiumi che scorrono in direzioni opposte non cercano lo stesso mare. Che fine fa allora questo plus di scrittura? Quanta di questa propensione a esprimersi è orientata a travasarsi nell’universo dell’editoria tradizionale? Numerosi sono gli indizi che portano a concludere che una percentuale non irrilevante di scriventi nutre il desiderio (o l’ambizione) di vedersi rappresentata in libro: a testimoniare che il valore sociale del libro stampato non cessa la sua presa sull’immaginario, restando, nella sua fragilità organica, un traguardo preferibile all’eternità entropica della rete. Un fatto a cui fa riscontro un mercato che si confronta con pubblico sempre più esiguo: la proposta eccede di molto la domanda e per quanti scrittori italiani si pubblichino, molti di più chiedono di essere pubblicati. Da qui la moltiplicazione di filtri editoriali di cui si è occupata questa inchiesta nei numeri antecedenti.

I filtri, come si è ossevato, diluiscono il processo, ma in mancanza di un agente o contatti diretti, il manoscritto deve prima o poi fare i conti con l’ultima porta: migliaia di proposte arrivano infatti ogni anno nelle caselle delle numerose e variegate realtà editoriali; come si rapportano gli editori con questa mole di scritti?

Senza pretesa di essere esaustivi, abbiamo chiesto a quattro editor (talvolta editor e anche editori) quali sono i criteri che li guidano nella selezione delle voci italiane. Abbiamo scelto personalità afferenti a case editrici con profili ben distinti in termini di strategia e filosofia editoriale allo scopo di offrire spaccati significativi di una realtà spesso solo immaginata o supposta.


Marilena Rossi acquiring editor della narrativa italiana per Mondadori
Claudia Tarolo editrice ed editor di Marcos y Marcos
Orfeo Pagnani editore ed editor di Exòrma
Andrea Vaccaro editore ed editor di Hypnos edizioni


È sensazione diffusa tra gli scrittori che l’invio diretto alle case editrici attraverso la casella proposte sia solo perdita di tempo. In base alla vostra esperienza: quante proposte arrivano, mediamente, da quel canale? Riuscite a ‘smaltirle’? Quanto sono mirate: cioè dimostrano che l’autore ha chiare in testa le linee di catalogo? Avete mai pubblicato testi che arrivano da quel canale?

Rossi (Mondadori): Per quanto riguarda la casa editrice Mondadori, esiste una casella di posta elettronica, seguita con grande efficienza e professionalità, a cui è possibile inviare il proprio lavoro. Alla mail della segreteria letteraria arrivano opere non esclusivamente di narrativa, anche se in prevalenza sì, che vengono vagliate e, se superano questa prima selezione, indirizzate agli editor delle diverse linee. Arrivano circa mille proposte al mese. Può succedere che ci siano cose interessanti, anche se personalmente non mi è ancora capitato di pubblicare un’opera giunta attraverso quel canale.
Ci sono poi i testi che vengono inviati direttamente agli editor.

Tarolo (Marcos y Marcos): Riceviamo tantissime proposte tramite la casella dedicata, in media venticinque la settimana. E si sommano con le altre proposte che arrivano ogni giorno dai più diversi canali: agenti letterari, consigli di scrittori, librai, collaboratori, traduttori, amici, conoscenti. Una vera e propria alluvione che è molto difficile dominare. Non riusciamo a considerarle tutte, per il semplice motivo che sono troppe. Spesso sono lontanissime dalle nostre scelte editoriali, ma devo ammettere che soprattutto la qualità scoraggia. In troppi casi sono davvero testi improponibili, che dovrebbero restare nei cassetti, nei computer, nel giro stretto dei familiari e degli amici più affettuosi. Invece purtroppo arrivano sulle nostre scrivanie e assorbono tempo.
Sono troppe e ci schiacciano; ci tormenta la consapevolezza che in quel giacimento c’è sicuramente qualcosa di prezioso, che magari non riusciamo a far emergere dal mucchio per esaurimento delle nostre energie, per saturazione. È il rammarico dei tanti editori che accettano proposte spontanee tramite il loro sito internet e pubblicano effettivamente ogni anno diversi esordienti.
Quando ancora arrivavano le bustone, forse l’impegno di stampare, imbustare e spedire rappresentava un piccolo freno: forse gli autori dedicavano qualche attenzione in più alla scelta delle case editrici a cui rivolgersi. Tra quelle buste inizialmente anonime ho trovato uno degli autori italiani più importanti della casa editrice, Fulvio Ervas.
Segno che gli editor leggono!
Del resto, scovare per primi un esordiente di valore resta una delle nostre massime soddisfazioni, un piacere assoluto.

Pagnani (Exòrma): Dipende! L’accoglienza dipende anche dal modo in cui si pongono gli scriventi aspiranti scrittori. Se sono invii a spaglio, cioè a tutti gli editori indiscriminatamente, non serve. Noi ci diamo da fare per guardare tutto quello che arriva con questa modalità senza scartare a priori, ma, detto con sincerità, il contenuto del plico non riserva quasi mai grandi sorprese. Riceviamo almeno una dozzina di manoscritti ogni mese in forma cartacea (lo preferiamo) e molti di più via mail. Nelle indicazioni presenti sul sito della Casa editrice si chiede di includere una sinossi e un profilo dell’autore ma negli invii spontanei quasi mai vengono allegati. Non avere un’anticipazione dei contenuti e informazioni sintetiche sulla natura e sulla struttura del testo costringe a leggere integralmente e al buio, a impegnare tempo e risorse per scoprire nella maggior parte dei casi che non rientra nella nostra prospettiva editoriale. L’aspirante autore si è chiesto se Exòrma sia il posto giusto per quello che ha scritto e se possa essere collocata in una delle nostre collane? Non è allenato a orientarsi nel variegato mondo dell’editoria indipendente? Ha mai letto un nostro libro? Ha idea di quante nuove pubblicazioni ogni anno assaltano i pochi spazi vendita e qual è il livello di competizione per farsi leggere? A costo di sembrare brutale vi confesso che in questi casi spesso (non voglio scoraggiare nessuno ma sarò sincero) già dalle prime pagine emergono grandi ingenuità, scarsa confidenza con la materia della scrittura, e, non è impossibile, addirittura con la lingua: grande ambizione ma poca consapevolezza.
Per questi motivi apprezziamo molto le persone che ci scrivono chiedendo se possono inviare l’inedito e anticipando i contenuti. Una mail può aiutare a capire se il futuro ipotetico autore è su una strada plausibile, se ha intrapreso seriamente un progetto e se le sue aspettative sono supportate da un ragionevole senso critico. Capire da subito se la proposta è nelle nostre corde, risparmia loro l’attesa di una risposta e a noi un lavoro inutile. Riceviamo anche proposte ponderate, attraverso il canale degli invii spontanei, da persone che tengono conto del progetto della casa editrice, che conoscono il nostro catalogo e che a volte hanno già pubblicato. È capitato di selezionarne alcune nel corso del tempo e dopo un intervento di editing attento e condiviso sono diventate un libro.

Umberto Coromaldi (Padiglione della Pesca 1911 Roma)

Vaccaro (Hypnos): Premetto che la situazione della nostra casa editrice è differente da gran parte delle altre realtà, proponendo un numero molto limitato di titoli all’anno (una dozzina massimo) e spaziando il nostro Catalogo tra autori classici, contemporanei sia italiani che stranieri, naturalmente. Detto questo potrà forse non stupire che non abbiamo una sezione ufficiale attraverso la quale inviare manoscritti, tuttavia settimanalmente riceviamo almeno un paio di proposte di narrativa, più in generale di romanzi singoli se non di cicli o saghe. Devo dire che a parte qualche proposta al limite dello spam, la maggior parte sono mirate, anche se non sempre totalmente in linea con le nostre pubblicazioni, in ogni caso dimostrano una certa attenzione da parte dell’autore, questo sì. Sinora non abbiamo pubblicato testi pervenutici in questo modo, ma questo è conseguenza anche dell’esiguo numero di pubblicazioni annue della nostra casa editrice.

Quali sono i canali privilegiati attraverso cui cercate e trovate autori italiani, esordienti e non? Agenzie editoriali? Proposte dirette? Proposte mediate da contatti di cui vi fidate?

Rossi (Mondadori): Tutti e tre questi canali offrono un territorio di ricerca. Come accennavo prima, se molte autocandidature passano dalla segreteria letteraria, altre arrivano direttamente all’editor.
Apprezzo molto che mi venga inviato il lavoro completo, con una sinossi e una mail anche brevissima ma rivolta effettivamente a me e non troppo generica.
Devo dire che l’autocandidatura, la proposta di romanzo che mi arriva direttamente sulla casella di posta elettronica, ha un suo fascino peculiare. Il fascino dell’assenza di mediazione, che rende l’incontro più autentico, per certi versi. E’ capitato, anche se non spessissimo, di pubblicare autori incontrati così.
Con le agenzie letterarie lavoriamo molto, credo sia importante che chi decide di rivolgersi a un agente consideri diverse possibilità, studi bene il “catalogo” dell’agenzia e si faccia rappresentare da qualcuno con cui si sente in sintonia.
Trovo particolarmente interessanti le segnalazioni degli scrittori che già pubblicano con noi. Mi piace che ci sia un’affinità nel gruppo e la sensazione di giocare tutti nella stessa squadra.
Poi ci sono i concorsi, quelli per opere inedite in particolare: uno dei primi romanzi che ho pubblicato proveniva dal premio Calvino – e non era stato il vincitore di quell’edizione peraltro.
Le scuole di scrittura stanno diventando un incubatore sempre più vivace.
E poi, naturalmente, ci sono i libri già editi: gli esordi, ma non solo, in cui ci si imbatte in libreria e da cui si rimane folgorati. In questo senso i piccoli editori fanno spesso un lavoro prezioso e insostituibile nel far emergere voci nuove.

Tarolo (Marcos y Marcos): Non ho un canale privilegiato, cerco di assaggiare tutto quello che arriva, in lotta contro il tempo e le mille cose da fare. Se penso agli esordienti che ho pubblicato, devo riconoscere che i contatti fidati sono stati importanti, soprattutto negli ultimi anni; è più facile che una proposta adatta arrivi da chi conosce davvero la casa editrice, da chi per varie ragioni ha sviluppato un’affinità.

Pagnani (Exòrma): Le agenzie sono un buon filtro ma non si muovono tutte con lo stesso rigore professionale nell’indirizzare un testo all’editore giusto e arrivano anche proposte generiche estranee alla linea editoriale. Quando poi l’agenzia interviene durante la gestazione orientando l’autore a confezionare un “prodotto vendibile” è il disastro. Può anche capitare di trovarsi di fronte a un testo e un autore interessanti ma a un’agenzia con la quale è complicato relazionarsi: l’autore vorrebbe andare in una direzione e loro lo spingono in un’altra. Ci sono autori che stimo e che hanno il profilo giusto per le collane di Exòrma, che si muovono in autonomia e sottopongono senza intermediazioni le loro opere. Cerchiamo di essere molto attenti a quello che succede attorno, di leggere gli autori già pubblicati, di capire quali sono le penne che potrebbero trovarsi bene in casa nostra. A volte sono loro a cercare noi. Seguo i premi, le candidature.
Cerco poi di cogliere le indicazioni e i suggerimenti di persone vicine, sulla sensibilità e affidabilità delle quali credo di poter contare: nostri autori, altri scrittori, critici, librai, lettori professionali, editor, alcuni docenti di scuole di scrittura. Spesso sono io stesso a segnalare loro nostri progetti e temi che mi interessano per cercare di individuare scritture e voci, nel panorama delle riviste letterarie ad esempio (alle quali dedico parte del mio tempo…ma non si può fare tutto).

Vaccaro (Hypnos): Abbiamo indetto ormai da sette anni un concorso dedicato a racconti inediti fantastici e weird, e senza dubbio per noi questo è uno dei canali più importanti (se non il più importante) attraverso il quale trovare autori italiani, anche esordienti. I racconti vincitori vengono annualmente pubblicati sulla rivista e abbiamo dedicato anche due volumi con il meglio delle prime sei edizioni, antologie all’interno delle quali coesistono autori esordienti con altri già affermati. In più di un’occasione siamo rimasti così colpiti dai testi pervenutici che poi abbiamo espressamente chiesto noi all’autore altro materiale, che è poi sfociato in una pubblicazione, come per Cronache dalla Val Lemuria, di Cristiano Demicheli. Sinora non abbiamo avuto molte proposte attraverso Agenzie editoriali, mentre è più frequente che ci vengano sottoposti dei testi non direttamente dall’autore stesso ma da intermediari, come è stato nel caso del mastodontico volume Il paese stregato, di Sergio Bissoli, propostoci da un entusiasta Giuseppe Lippi.

Vi è mai capitato di fare scouting nel bacino del self-publishing? In quello di Wattpad? O tra i fenomeni della rete?

Rossi (Mondadori): Trovo molto interessante l’ambito della fan fiction, credo che la possibilità di scrivere a partire da storie che si sono amate possa aiutare persone talentuose a liberarsi di blocchi dovuti a un’autocensura intransigente. A questo si aggiunge il fatto che chi fa pratica nella fan fiction è abituato ad avere riscontri di lettura immediati e partecipati, per cui spesso sviluppa un buon istinto nella costruzione dei personaggi e nel gestire il ritmo dell’intreccio.
Mi è capitato anche di pubblicare autori che ho cominciato a leggere su Facebook o su Instagram.

Tarolo (Marcos y Marcos): Per ora la rete non mi ha attratto particolarmente, come territorio di scavo. Pubblichiamo pochi libri, molto selezionati, e le proposte, come dicevo, ci sommergono già. Abbiamo bisogno di autori che credano nella forza di un testo che diventa un libro e raggiunge i suoi lettori anche grazie all’apporto costruttivo di una casa editrice; chi si pubblica da solo, forse ha già scelto un’altra strada.
Ma non escludo niente, un giretto in quei mondi ogni tanto lo faccio e se venissi colpita non mi tirerei certo indietro. Un bravo scrittore è sempre prezioso, ovunque si trovi.

Pagnani (Exòrma): Per la verità no, anche se occasionalmente do uno sguardo. Non è una forma di reticenza snob, il fenomeno del self-publishing è tutt’altro che trascurabile ed esprime una realtà molto eterogenea nelle intenzioni degli autori, nella natura della piattaforma scelta, negli esiti. È un osservatorio interessante più dal punto di vista sociologico che editoriale. Credo che il mestiere dell’editore non sia defunto né sul punto di defungere, a meno che anche la forma libro non si estingua. Può anche darsi che io non riesca a immaginare la fine del libro e delle modalità cognitive legate a questa forma, o che voglia esorcizzare un futuro di superstiti transumanisti che avranno trovato modalità diverse di sedimentare, di condividere i significati e che avranno abbandonato le lingue naturali; ma ad oggi, sulla soglia probabilmente di una crisi dell’immaginario, di una parcellizzazione di spazi condivisi, di una ‘glebalizzazione’ della cultura, dello strapotere della comunicazione credo che sia auspicabile che qualcuno continui a prendersi la responsabilità di filtrare la bulimia della scrittura con un qualche criterio, arbitrario certo, purché disegnato bene. Noi siamo in posizione di ascolto, con l’obiettivo di intercettare, poi cerchiamo di traghettare le idee che riteniamo più sane, meglio articolate e generose.

Vaccaro (Hypnos): No. Sia inteso, non ho nulla contro progetti quali Wattpad o simili, semplicemente non abbiamo risorse sufficienti per poterci dedicare a uno scouting così capillare.

Quali caratteristiche deve avere un libro per spingervi a scommettere sul suo autore?

Rossi (Mondadori): Forse sembrerà banale, ma la prima caratteristica è che quel libro mi deve piacere. Cerco sempre di fare una prima lettura “di pancia”, dimenticando il lavoro. L’esperienza di lettura è immersiva? Ho voglia di tornare a quel romanzo mentre sono impegnata in altro? Sento vicini i personaggi? Se le risposte sono affermative quello è certamente un testo che prenderò in considerazione. Poi, certo, intervengono altri criteri: la forza e l’unicità della voce, il tasso di originalità dello stile, l’impatto della storia, il suo potenziale commerciale, l’appartenenza a un genere che funziona bene… le considerazioni accessorie sono tante e tutte rilevanti, ma l’unica cosa imprescindibile è che quel romanzo mi coinvolga e mi tocchi.

Tarolo (Marcos y Marcos): Mi conquista prima di tutto la voce. Una voce caratteristica, dotata di personalità, in grado di evocare un mondo convincente, attraente; che sia dolce o sinistro, freddo o caldo, dev’essere un mondo in cui scivolo senza intoppi e da cui fatico ad uscire. È il miracolo che produce un testo di valore: quando non vorresti più uscire, quando fatichi a staccarti, è segno che si è compiuto. Capita al libero lettore, ma capita anche al lettore professionale, che dopo ore o giorni o settimane di sbuffi e noia incappa finalmente nel testo che crea la magia. È un criterio soggettivo? Certo, almeno in parte. L’editor, del resto, ha una tale esperienza di lettura, talmente tante ore di volo, da non lasciarsi catturare con troppa facilità. Conosce i mille volti dei testi, riconosce gli artifici e gli inganni. Fiuta il banale e il già sentito.
Per una voce riconoscibile, sacrifico volentieri anche la storia. Nel senso che una voce forte tiene perfettamente in piedi anche una storia apparentemente esile, senza clamore. Un esempio tratto dal nostro catalogo abbastanza recente: La terra si muove di Roberto Livi. Livi ha una voce delicatissima e dolce, intrisa di un umorismo amaro incantatore. Il romanzo racconta le crepe nella casa e nella vita del protagonista, ma quello che ce lo fa amare è il modo peculiare, per me indimenticabile, in cui le racconta.

Pagnani (Exòrma): Essere onesto (il libro), scaturire da una reale necessità del dire (non del dichiarare); frutto di un lavoro sudato; una scrittura che abbia presa sulla realtà senza doversi aggrappare alla rappresentazione della cronaca; che non sia il palcoscenico abilmente acconciato per una esibizione (l’autore che vuole mostrare i muscoli e scrive per rincorrere il consenso non può scrivere un buon libro); un libro dal quale l’autore si tiri fuori il più possibile e faccia perdere le tracce. Dietro a scritture così, nello stesso tempo solide e disposte alla continua trasgressione, si intravedono autori implicati sul serio in una condizione irrinunciabile della scrittura, con una grande presa sul reale quindi. Il loro sguardo si rivolge alla contemporaneità, e questi libri riescono a parlarci del mondo in cui siamo immersi senza doverlo rappresentare accodandosi al tema del giorno. Viene fuori la voce, e a noi piace.

Vaccaro (Hypnos): Deve essere una voce originale, prima di tutto, e non tanto, o meglio, non principalmente nei contenuti, ma soprattutto nello stile e nella lingua. Per noi ogni autore contemporaneo, italiano e non, è sempre una grande scommessa, perché nella stragrande maggioranza dei casi si tratta se non di esordienti, di autori con cui il pubblico italiano non ha grande familiarità. Se un autore riesce a sorprenderci, allora pensiamo che potrebbe sorprendere ed emozionare anche i lettori. Expect the Unexpected, intitola una canzone che non a caso mi sta facendo ora da colonna sonora. Questo ci porta a volte a spiazzare un po’ il nostro pubblico, ma d’altra parte la ricchezza di un Catalogo si dimostra anche nella sua varietà.

Riuscite ad avere una pur vaga idea di quanto sia ampio l’universo di chi aspira alla prima pubblicazione’? Avete notato delle caratteristiche dominanti in termini di genere e di età? Vizi, vezzi o ingenuità ricorrenti?

Rossi (Mondadori): Da ciò che posso osservare mi pare un universo decisamente ampio e molto vario, sia in termini di genere che di età.
Come accennavo prima, non mi piace ricevere un parziale del lavoro, trovo difficile dare una valutazione sulla base di poche pagine. Capita anche che mi venga mandata una sinossi, con la richiesta di avere delle indicazioni su come sviluppare il testo, quasi che la priorità non fosse scriverlo, ma avere la certezza di pubblicarlo.
Per come la vedo io, la pubblicazione è un pensiero che può accompagnare ovviamente il lavoro di scrittura, ma bisogna stare attenti non lo soffochi. Più di tutto conta l’urgenza di scrivere, la necessità di farlo.

Tarolo (Marcos y Marcos): So per esperienza che è un universo vastissimo. Ovunque io vada a parlare di libri o editoria, immancabilmente si fa avanti qualcuno con un suo testo: donne e uomini, giovani e meno giovani. Molto recentemente un festival di Macerata dedicato agli aspiranti scrittori, Scrivere Festival, mi ha chiesto di incontrare on line dieci di loro. In questo piccolo campione, per esempio, c’erano cinque donne e cinque uomini, un ragazzo di ventisette anni e altre persone di età varia, certamente non caratterizzata in un verso o nell’altro. Il vizio più ricorrente è sottovalutare la scrittura, la lingua: non fare, in altre parole, un uso consapevole e responsabile della lingua.
Questo non vuol dire che una lingua debba essere ricercata, costruita o letteraria, al contrario. La lingua, qualsiasi essa sia, deve essere pulita, propria, deve essere dominata, posseduta, come un canto.
Troppo spesso la scrittura è una sorta di risciacquatura di altri testi orecchiati male.

Pagnani (Exòrma): Certo, credo di sapere che alla propensione a scrivere segua il sano desiderio di essere letti. Riuscire a pubblicare è altra cosa. Se si decide di attribuire valore alla competenza e ci si rivolge a un editore che abbia anche la capacità di accompagnare il libro nelle mani del lettore, si deve essere disposti a sfidare le griglie della valutazione. È luogo comune che ci siano più scriventi che lettori, ma forse è vero, vista la crisi endemica dell’editoria italiana. Incontro lettori più o meno educati e scriventi più o meno equipaggiati. Vedo tanti calchi inconsapevoli dei pochi libri letti, la voglia compulsiva di trasformare in materia universale vicende familiari private, carriere personali, dilemmi esistenziali, analisi sociali, drammi ricostruiti, ego sovrapponibili urlati, molte storie di storie tutte uguali: la vita che si vorrebbe restituire con la scrittura diventa triste parodia.
 Scriviamo, sentiamoci liberi, se abbiamo un progetto impegniamoci, dotiamoci degli strumenti adatti, affiniamoli, buttiamoci nella mischia se ne abbiamo voglia. Credo che faccia bene alla salute e alle relazioni dedicarsi seriamente alla scrittura e seguire il proprio talento, condividerla anche, ma non pensiamo che il racconto della nostra storia individuale debba per forza diventare un libro di cui non si possa fare a meno.

Umberto Coromaldi (Padiglione della Pesca 1911 Roma)

Vaccaro (Hypnos): Una pur vaga idea credo di averla, e non solo per l’alto numero di racconti ricevuti per il nostro concorso o per la difficoltà, a volte, di identificare il “lettore” puro, senza ambizioni di scrittura. La fascia di età più attiva in questo senso, per la mia esperienza è quella tra i 30 e i 40 anni, ma non sono rari casi in cui ci si imbatte in autori più giovani o anche più maturi, in prevalenza maschile, ma negli ultimi anni la presenza soprattutto nel concorso, di autrici è aumentata notevolmente, raggiungendo circa il 20% del totale, un buon numero se si pensa a un genere che, fallacemente, si pensa molto più legato all’universo maschile. Il vizio, o vezzo più ricorrente, sono le dichiarazioni e i pareri dell’autore stesso sulla propria opera ad apertura del file o della mail di presentazione. Non è mai una buona idea.

Volete aggiungere qualcosa?

Rossi (Mondadori): Credo che per chi desidera scrivere sia fondamentale leggere, tanto, di tutto, senza preclusioni. E non solo leggere, anche guardare film, serie tv, nutrirsi di tutto ciò che interessa, senza finalità. Non farsi accecare dalla smania di vedersi pubblicare o di scrivere qualcosa che funzioni, ma cercare delle piste personali, una propria cifra.

Tarolo (Marcos y Marcos): È vero, per un esordiente, pubblicare un libro è diventato più facile anche solo rispetto a dieci anni fa. Come dice Vanni Santoni nel suo libro La scrittura non si insegna, un testo buono, oggi, ha ottime probabilità di trovare un editore. Però l’autore corre anche, più di un tempo, il rischio di essere abbandonato se il libro “non funziona”.
Ecco, ci tengo a sottolineare questo: pubblicare un libro può essere frutto di grande impegno e lavoro, da parte della casa editrice, ma è solo l’inizio. Il lavoro più importante, la vera lealtà, secondo me, è sostenere l’autore nel tempo, permettergli di crescere, insistere, percorrere tante strade, accettare che i risultati non arrivino subito.
Pubblicare un libro per noi non è mai un tentativo isolato, ma una responsabilità più complessa, e auspicabilmente il primo passo di un cammino.
Per questo pubblichiamo pochissimi autori, e solo quelli in cui crediamo davvero fino in fondo.

Vaccaro (Hypnos): Il discorso è molto ampio e complesso e penso che la prima riflessione si debba fare su cosa si intenda per “pubblicazione”. Probabilmente siamo ancora legati a un’idea di pubblicazione risalente a un’epoca in cui fenomeni come quelli che appunto tu citavi del self publishing o di piattaforme come Wattpad non esistevano. Dobbiamo riflettere, la differenza tra pubblicazione/publishing e self publishing sta solo in quel “self”? Sinceramente ne dubito fortemente. Oggi attraverso un buon network, ovvero l’insieme di contatti, conoscenze, visualizzazioni, e via dicendo, è possibile scrivere e farsi leggere, anche da un gran numero di persone. Il mio concetto di pubblicazione però è diverso: è un percorso, una strada in cui il nucleo fondamentale è il rischio intrapreso e la volontà di un editore di investire su un’opera e, più in generale, su un autore. Il rispetto verso il lettore, che di tutto il processo è il punto finale, passa proprio da questo, da una sorta di “patto” a tre, in cui ogni parte si mette fortemente in gioco (il solo fatto che un lettore dedichi tempo prezioso della propria vita per leggere un testo, è una responsabilità enorme sia per lo scrittore che per l’editore). In questo senso forse oggi anche se è più facile diffondere i propri scritti, risulta più difficile “pubblicare” rispetto a un tempo, ma senza dubbio il risultato finale, quando frutto di un vero e proprio percorso può essere veramente emozionante.


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