«Cosa sei disposto a perdere? Questa è la domanda. Sappiamo che la bilancia dovrà tornare in pari, che per ottenere ciò che desideriamo dovremo sacrificare qualcosa, che si tratti di tempo, fatica oppure di un bene più sotterraneo, una parte di noi, magari un pezzo di anima. Giochiamo con i pesi, allora, valutiamo se il gioco valga la candela e alla fine esercitiamo il nostro più grande potere: quello della scelta». Già dalla prefazione di Paola Barbato intuiamo il punto focale attorno a cui questa storia ruota, lo annusiamo, ne siamo incuriositi perché in fondo parla di noi, di ciascuno di noi e allora proseguiamo nella lettura ma non siamo pronti a quello che ci aspetta.
Se il serpente tentatore del giardino dell’Eden avesse delle sembianze umane sarebbero quelle di Perly Dunsmore. Il banditore, primo e unico romanzo della scrittrice statunitense Joan Samson e pubblicato nel 1976 poche settimane prima della sua prematura scomparsa a soli trentotto anni, raccoglie le atmosfere cupe e angoscianti dei migliori romanzi di Stephen King e Shirley Jackson e le trasforma in un romanzo difficilmente etichettabile ma estremamente magnetico. C’è qualcosa di profondamente malvagio e ipnotico nel banditore, un forestiero giunto nella piccola comunità rurale di Harlowe con mille nuove idee e pronto a rivoluzionare tutto in nome dei sani vecchi valori americani. Qui il progresso non sembra ancora essere arrivato così come il benessere economico delle grandi città non ha intaccato questo piccolo angolo d’America fatto di campi, fattorie e pascoli. Almeno fino a quando il misterioso Perly Dunsmore non convince tutti che il riscatto dalla povertà è possibile.
Attraverso il ritmo lento di una scrittura precisa ed essenziale in cui il peso della sottomissione psicologica degli abitanti – e del lettore con loro – cresce fino a diventare insostenibile, si comprende troppo tardi che quello che inizialmente appare un beneficio collettivo non è che un perverso meccanismo di controllo di massa. La facilità con cui le persone si lasciano manipolare, la conseguente e progressiva perdita di libertà e la fragilità della democrazia sono le tematiche fondanti di questo romanzo quanto mai attuale. Senza l’utilizzo di creature mostruose o scene splatter, la vera magia di Joan Samson è costruire una trama angosciante e disturbante descrivendo un contesto totalmente plausibile. Qui il vero mostro è l’uomo, Dunsmore nel caso specifico, che porta al limite gli abitanti costringendoli a donare qualsiasi tipo di oggetto e non solo, ed è questo aspetto a rendere Il banditore più efficace di un qualsiasi altro horror o thriller con elementi soprannaturali perché ci obbliga a confrontarci con la crudeltà a cui potremmo arrivare.
Una penna ammaliante, elegante, che riesce a regalarci un romanzo agghiacciante, di una raffinata spietatezza, proposto una manciata di anni fa da Sperling & Kupfer nella collana Macabre (recensito su “Pulp Magazine” da Walter Catalano) e rilanciato da Neri Pozza con il preciso proposito di salvare dall’oblio opere di profondo valore letterario. Se vorrete addentrarvi in questo piccolo inferno che è Harlowe e mettere alla prova la vostra capacità di resistenza psicologica, c’è un’unica raccomandazione: abbandonate ogni speranza ai cancelli d’ingresso.


