Gabriele Battaglia / Taccuini d’inchiesta dalla Cina: oggi, ieri (e domani)

Gabriele Battaglia, Massa per velocità. Un racconto dalla Cina profonda, Prospero Editore, pp. 286, euro 15,00 stampa

La diaristica è stato uno dei generi prodotti con maggiore intensità dallo scoppio della pandemia in Cina, specie i diari di quarantena. Massa per velocità di Gabriele Battaglia è a sua volta prima di tutto un diario della pandemia, scritto dalla condizione paradossale di un giornalista italiano dell’”era della pestilenza” che ritorna in Cina, epicentro iniziale del virus, e si trova attenzionato in quanto proveniente da una zona a rischio. Ma non è solo questo. L’organizzazione è appunto diaristica, ma alterna pagine d’inchiesta datate 2020 ad altri appunti precedenti, tra il 2017 e il 2019. Un modo utile a recuperare il filo che ci ha portati fin qui e ricordare che, in Cina come da noi, interpretare ciò che è scaturito dal 2020 è possibile solo se lo si considera come accelerazione di processi già in atto prima: la crisi dell’immobiliare, con Evergrande al centro, parla per tutti. Dunque il diario è lo spunto per riflessioni più ampie sulla Cina e sul mondo, sugli intrecci fra passato, presente e futuro futuribile, mischiandosi a considerazioni più intime e personali, con un riconoscibile e travolgente stile provocatorio – tanto per scontentare tutti, apologeti e demonizzatori.

Massa per velocità intreccia una cronaca della vita nelle strade della Cina: dalle città in piena mobilitazione anti-epidemica dove i comitati di condominio e quartiere – retaggio del maoismo – tornano al centro dell’organizzazione minuziosa e “collettivistica” della vita quotidiana, alle campagne investite dai grandi progetti della lotta alla povertà e della “rivitalizzazione rurale”. Qui, nel teatro dello “sradicamento della povertà assoluta”, le contraddizioni si accumulano, i progressi reali si sommano a cifre fittizie, e con la povertà assoluta si sradicano anche i contadini dalle loro terre. Sono però due realtà intrecciate, sempre più indistinguibili, “campagne che sfumano nelle città” (p. 120), presentate con una notevole mole di dati e analisi approfondite. Dalle inchieste di Battaglia – dove si scorge l’inestimabile valore dello sguardo interno – emergono racconti di come il potere non venga meramente trasmesso e applicato dall’alto, ma interpretato e negoziato, non solo da burocrati locali ma anche dalla gente comune.

Sullo sfondo, l’immagine di una società regolata da un progetto di ingegneria sociale. Quali rapporti di forza, cioè di classe, lo sorreggono? Battaglia identifica, a mio avviso correttamente, il 2017 come spartiacque fondamentale (ma si potrebbe aggiungere anche il 2015 con il giro di vite sulle ONG del lavoro): da allora, con l’espulsione dei lavoratori migranti dalle grandi città (Pechino in primis), la “delocalizzazione parallela: ambientale e umana” (p. 141) diventa norma: le grandi città diventano vetrine della neo-borghesia urbana e alla riduzione dell’inquinamento si accompagna l’espulsione della povertà. Qui si inserisce il ruolo di Xi Jinping: per Battaglia si tratta di un’espressione del riordino del potere dopo decenni di spiriti animali incontrollati del mercato e corruzione rampante (p. 157) – interpretazione non distante da quella avanzata da altri, come il collettivo Chuang. Ma si tratta solo di rimettere ordine: e paradossalmente, in questa svolta autoritaria e decisionistica, è sempre il mercato, comunque regolato, a uscirne vittorioso; e sono gli spazi di azione dal basso a essere veramente ristretti. Infatti, la “nuova era” di Xi si è presentata sin da subito come una somma di “congelamento della vita sociale” e “dinamismo” di “tutto ciò che fosse mercato” (p. 178), dove la parola chiave è anquan 安全: sicurezza (p. 215). Non sembra vi sia molto spazio per riorganizzare la vita e l’economia in senso collettivo o comunque distante dai meccanismi in atto nell’emisfero euro-americano in declino.

Ma allora, senza negare le pur significative differenze, quanto è davvero “alternativo” il modello cinese? E quanto le “specificità cinesi”, più che “frantumare le loro [dei ‘soliti noti’ che governano il mondo] regole politiche, economiche, legali” (p. 8), sono invece indice di una modalità gestionale di un modello già ben consolidato: quello del mercato e del profitto capitalisti? In generale la contrapposizione tra un modello occidentale e uno cinese non dà spiegazioni soddisfacenti e fa solo il gioco di entrambe le parti. Del resto, a che servirebbe il “congelamento della vita sociale” se non a immobilizzare una delle classi lavoratrici più vaste del mondo per garantire il capitalismo cinese dalle sue stesse contraddizioni? Una storia già nota, certo “con caratteristiche cinesi”.

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