Gabriella Ambrosio / Dalla mia riva

Gabriella Ambrosio, Aprile è una strana stagione, Feltrinelli Gramma, pp. 169, euro 18,00 stampa, euro 10,99 epub

La complessità del mondo comprende abitanti che seguono la geografia ferendosi lungo i confini – nonostante questo, da migliaia di anni gli umani circolano per contrade selvagge e sentieri tracciati tra villaggi e province coltivando e distruggendo, con la scusa di miti leggeri o mostruosi, di leggende e invenzioni. Storie d’insondabile grandezza che sempre rasentano questioni private o pubbliche d’amore e di sesso, di bellezze suggerite e magari esplosive.

La geografia muta come mutano le persone, rispecchia le residenze in cui si addentrano donne e uomini che, le une negli altri, disdegnano convenzioni e psicologie mediche. Sessualità duplici si ritrovano su rive straniere, ma anche in una Genova dove le infanzie sono seppellite come quella di Nina, anima a cui Gabriella Ambrosio, napoletana di nascita, dedica il suo libro. Con la propria scrittura l’autrice accarezza il protagonista del racconto, cineasta nomade che si lascia sciogliere nella geografia attraversata e nelle anime amate per un tratto del Novecento italiano, notturno e diurno, tragico e sacro negli atti quotidiani. I confini si sfilacciano perché nessuno li vuole, nessuno dei personaggi incontrati dal protagonista “orfano di sé stesso” secondo il suo sentire, nemmeno il gatto Nostromo, compagno di barca, assunto come marinaio a quattro zampe, sempre in formidabile attesa durante i lunghi allontanamenti dell’umano bipede nei territori dei propri viaggi terrestri, amorosi, e sessuali.

Tutto ruota all’interno di un Mediterraneo che conosce fin dalla classicità vicissitudini e gesti mirabili di uomini e donne uniti nel ruolo di semidei, immersi in atti appassionati non di rado deleteri. Ogni sorriso contiene materia violenta, Ambrosio ne conosce mitologie e scatenamenti rabbiosi, e privilegi di vedute: il suo romanzo ha momenti di luminosa meditazione sul senso dell’esistenza che nell’aprile strano e “crudele” (come ci ha informato Eliot nel Novecento di The Waste Land) trova l’apice dell’essere femminile e maschile in raro – nel senso di prezioso – connubio. L’acqua del mare sa come placare la terra che sarà pure “Waste” ma è pur sempre capace d’instillare ironie nella mente umana, poetica o meno. Che sia sale genovese o napoletano, o francese, sarà immancabilmente “straniera” la riva (D’ä mê riva, cantava De Andrè) su cui si assaggia il suo sapore. Ora su una riva, ora sull’altra, nessuna concessione all’atto di scegliere. Il protagonista alla fine sa come allontanarsi dalle memorie con bracciate precise una dietro l’altra per liberarsi di voci troppo invadenti. Ambrosio lo riconosce, abitante nato di fronte al mare, mai sua la scelta a quale genere di umanità appartenere, maschile o femminile. E gli fa dire: “Correre il rischio di soffrire. Nella mia millesima vita ne rivendico finalmente il diritto”.