Nel 1967 Ornella Vanoni portò al successo La musica è finita, brano scritto da Umberto Bindi e arrangiato da Gianfranco Intra, il cui testo di Franco Califano e Nicola Salerno evoca note che sfumano quale metafora di un amore ormai spento, un ballo che si interrompe lasciando due persone sole nel silenzio. Il critico musicale Gino Castaldo ne fa il titolo d’un appassionato e dolente peana. Un pretesto intelligente, basato sulla dimensione sentimentale – nel senso etimologico di chi sente e patisce – che attraversa il libro. Origine della riflessione è infatti un disagio personale, maturato negli anni e divenuto quasi insostenibile, osservando quel che accadeva alla musica. Firma storica de “La Repubblica”, conduttore su Rai Radio 2, Castaldo ha passato la vita ad ascoltarla e raccontarla, e il suo lavoro è animato dal piglio diagnostico di chi vuole capire.
Il nucleo argomentativo ruota attorno alle rivoluzioni della musica moderna. La prima l’ha affrancata dal vincolo dell’esecuzione dal vivo, rendendola riproducibile. La seconda, quella digitale, ha sostituito il suono analogico con un codice binario inadatto a riprodurre le sfumature. La terza, l’attuale, è dominata dagli algoritmi, che governano decisioni e visibilità, piegano la creatività alle logiche del consumo. Ognuno di questi passaggi ha cambiato il modo in cui la musica viene prodotta, distribuita e consumata, ma se i primi due hanno preservato, pur trasformandolo, il nucleo dell’esperienza musicale, il terzo lo sta erodendo dall’interno. L’autore chiama in ballo la liquidità teorizzata da Bauman: lo streaming corrisponde all’idea del mondo liquido, con due dirette conseguenze, la deresponsabilizzazione delle scelte, sottratte alla libertà dell’individuo, e la scarsa qualità del prodotto musicale, progettato per durare poco ed essere continuamente sostituito. Nei fatti, una presunta liberazione si è rivelata un regresso travestito da progresso. L’analisi ripercorre un terreno già dissodato, da Walter Benjamin a Neil Postman, da Jeremy Rifkin ai sociologi della cultura digitale, reso concreto da riferimenti storici ed esempi precisi.
Questo rovesciamento dà peso al sottotitolo: più che iperbole giornalistica, vezzo retorico, “Appunti per una rivoluzione” è scelta che rimanda ad un determinato immaginario denso di storia. Gli anni Sessanta, il decennio in cui pop rock e jazz divennero veicolo di mutamento politico e culturale, con la trasformazione dei costumi, i movimenti per i diritti civili, il femminismo, il pacifismo, la controcultura: tutto questo passò attraverso la musica, autentica lingua franca, arma ed utopia sonora. Quei rivolgimenti furono possibili perché esistevano determinate condizioni: spazi di incubazione, tempi lunghi di maturazione artistica, un pubblico disposto ad aspettare e a seguire un percorso. Condizioni oggi scomparse, smantellate dalla logica del profitto immediato e delle piattaforme.
Altra lettura interessante è il rapporto tra mercato e qualità artistica, una tensione che attraversa l’intera storia dell’industria discografica, la quale nell’era dello streaming ha raggiunto una forma inedita di perversione, con un paradosso sistemico: a fronte di un commercio in espansione, gli artisti, i critici e gli operatori culturali hanno la sensazione di muoversi in un ambiente su cui non hanno alcun controllo. Il settore guadagna, ma il valore viene redistribuito in modo iniquo: alle piattaforme e alle major, non agli artisti. Soprattutto, la crescita dei ricavi non corrisponde a una crescita della vitalità autoriale.
Ma la riflessione più acuta riguarda la figura dell’artista. La musica ha finito per assomigliare sempre di più ai social, fare una canzone è diventato come pubblicare un post, e Castaldo pone la domanda cruciale: nell’epoca del tutto e subito, della superficialità e dell’ovvio, sarebbe possibile la nascita di un David Bowie? Di un Jim Morrison? Di un Bob Dylan? Il sistema attuale è in grado di riconoscere e sostenere certi tipi di artisti? La risposta è negativa, ma non per mancanza di talenti. Non è esaurita la spinta creativa in sé, bensì la musica come entità dotata di peso specifico, di identità riconoscibile, di un rapporto autentico col proprio tempo. Per decenni feticcio identitario da esporre e condividere, la musica si è trasformata in un servizio di sottofondo, e il modello in abbonamento delle piattaforme streaming ha riscritto le modalità di ascolto e di fruizione.
La denuncia degli effetti dell’intelligenza artificiale è forse il capitolo più attuale e problematico. L’IA generativa applicata alla musica solleva questioni irrisolvibili, e Castaldo sceglie la posizione dell’allarme motivato piuttosto che della profezia apocalittica: l’irruzione di tecnologie capaci di generare musica a partire da prompt suscita interrogativi sull’autorialità, sull’originalità e sulla funzione sociale dell’artista che non possono essere liquidate con il rifiuto moralista o con l’entusiasmo acritico.
C’è da dire che il saggio si sofferma sulle logiche mainstream, con una certa circoscrizione del campo visivo: il Novecento musicale su cui Castaldo basa il proprio metro di giudizio è in prevalenza quello angloamericano, con incursioni nel cantautorato italiano. Le tradizioni non occidentali, le scene elettroniche sperimentali, il jazz degli ultimi vent’anni rimangono sullo sfondo. La sua preoccupazione è per la cultura musicale come fenomeno di massa, come strumento di costruzione di un immaginario condiviso, piuttosto che per la sopravvivenza di pratiche musicali alternative. Timore legittimo: quando la musica smette di avere una funzione civile e aggregativa, quando non riesce più a produrre momenti di riconoscimento collettivo, la perdita non riguarda solo l’aspetto sonoro.
Il libro si chiude con un appello ai musicisti affinché si riconoscano come comunità, prendendo coscienza del grande potere che avrebbero se agissero uniti. Dunque, la rivoluzione invocata nel sottotitolo non è quella armata o ideologica, bensì un invito alla consapevolezza identitaria, alla comprensione che si sta smarrendo qualcosa di irripetibile, alla decisione di recuperare un senso perduto. Una chiusa gramsciana: l’ottimismo della volontà che resiste nonostante il pessimismo della ragione, con un epilogo struggente, “Cento ragioni per non poter fare a meno della musica”, un lungo catalogo di gemme uniche: la luce nel buio di Miles Davis, l’opera integrale dei Beatles, l’impatto con un concerto di Springsteen, il colpo di rullante che introduce Like a Rolling Stone di Bob Dylan, Jimi Hendrix che trasforma l’inno americano nel suono delle bombe che cadevano in Vietnam, i tredici minuti e quarantuno secondi di My Favorite Things di John Coltrane nella versione originale del 1961, le dita di Keith Richards che producono riff con naturalezza, Aretha Franklin che chiede rispetto, le due versioni delle Variazioni Goldberg di Glenn Gould, i duetti tra Ella Fitzgerald e Louis Armstrong, le canzoni di Battisti: punti di svolta con la musica motore del cambiamento, privato e sociale. È un gesto retorico raffinato, Castaldo sa bene che nessun argomento razionale può difendere la musica meglio di una lista di esperienze concrete che chi la ama riconoscerà come proprie. È il contrario dell’algoritmo: non una classifica basata su metriche, ma un atto d’amore che accetta la soggettività come fondamento.
La musica è finita è un libro onesto, scritto da chi conosce a fondo l’argomento e affronta con coraggio verità scomode. I ricavi grazie ai quali l’industria discografica si racconta come vitale e in espansione non misurano la profondità creativa ed emotiva, non indicano se una canzone ti ha cambiato, se un concerto ti ha convinto che il mondo si può cambiare, se un disco ha fatto da colonna sonora alla tua vita. Sono queste le misure usate da Castaldo, immediatamente condivise da ogni lettore che viva la musica con la dovuta intensità.


