Qual è la situazione del racconto? Domanda esotica e retorica, non si fa in tempo a ragionare sullo stato delle storie letterarie. Non si hanno più i mezzi per procedere lungo l’eclettismo secolare, studiarlo nei suoi primi decenni in cui la banalità sopravanza ogni legge intellettuale e documentari di gran successo si soffermano sulle vendite licenziose di abbigliamento intimo dalle parti degli imperi orientali. In tutto il resto delle longitudini il rischio di essere centrati da droni e missili (oggettistica non certo confacente a scopi civili) varca ogni statistica e legge di Murphy.
C’è uno scrittore, bisogna dire, che sta sotto le nuvole atomiche con un certo stile, e un linguaggio che non delude a ogni uscita di un suo libro. È Lawrence Osborne, Da noi in questo mese tocca alla raccolta di racconti L’angelo in fiamme, pubblicato in originale nel 2023 e ora dal consueto Adelphi che detiene i diritti dell’autore. Sono ben undici i titoli che si possono leggere nella nostra lingua, mentre nel mese di agosto è prevista la pubblicazione di un nuovo romanzo, Children of Wolves per Penguin Books.
Racconti, dunque, in cui personaggi alcolici o circondati da fumi di misteriosa natura, rasentano territori voluttuosi – geografici o mentali o entrambi – immergendovisi subito dopo, al termine di qualche assaggio. Lo straniero, abbiente o meno, viene inquadrato esaltandone l’estraneità al luogo in cui si trova ad agire. I territori riserbano mutevolezze quasi sempre micidiali. Perché gli scenari descritti da Osborne questo fanno, slittano verso il pericolo secondo regole mai intercettate dagli umani. E che portano dritte alla tragedia. Cielo e terra non sono mai protettivi, stanno lì immensamente belli e seduttivi, come già accadeva nei romanzi e racconti di Paul Bowles. Seduzione e pietrosità in uno scrittore novecentesco che Osborne non ha mai conosciuto ma che avrebbe voluto conoscere. Si legge un sacco di robaccia, dice in una intervista, ma non lui.
Sognava d’essere Defoe, il giovane Lawrence, poi s’inventa una specie di “Sindrome Robinson” in cui il sogno di un’isola lo porta a girare il mondo alla sua ricerca, trovandola poi con il mestiere di giornalista in regioni e città come Bangkok (abbandonando per questo New York), Nordafrica, Phnom Penh, isole Andamane, Grecia, Indonesia… Il viaggiatore non ha paura dei posti terrificanti che può trovare – non si tratta di epica, come può esserlo un viaggio interplanetario, ma il tentare di distruggere le Disneyland che crescono in ogni panorama tramutando o cancellando la realtà indigena. Basti pensare a Venezia e Firenze o, come suggerisce lo scrittore, l’intera Asia. Lo sappiamo bene, è scritto: Osborne, senza il minimo sforzo, intreccia riuscite stilistiche a autentiche sciagure da cui nessun protagonista e comprimario possono salvaguardarsi. È la verità che il mondo presenta al viaggiatore, colui che detesta il turista e lo individua come uno dei peggiori mali del secolo. Nei nove racconti, per la prima volta radunati in volume, disastri emozionali e incidenti si addensano sulle teste dei protagonisti fino a quando le strade si perdono – e il rischio della vita da ipotesi si trasforma in realtà.
L. Osborne su “Pulp Magazine”:
Il regno di vetro
Nella polvere
L’estate dei fantasmi
La ballata di un piccolo giocatore
Cacciatori nel buio
Santi e bevitori


