C’è un paradosso che attraversa l’intera operazione filologica condotta da Cecilia Scerbanenco attorno all’opera del padre, ed è che il “prima” di Duca Lamberti continua a rivelarsi, libro dopo libro, più vasto e più inquietante del “dopo” che lo ha reso celebre. Si paga sempre raccoglie cinquanta racconti scritti fra il 1947 e il 1949, pescati da un arcipelago di riviste femminili – “Lei”, “Annabella”, “Novella”, “Bolero”, “Confidenze” – su cui Scerbanenco pubblicò, sotto pseudonimo, buona parte dei suoi oltre 1380 racconti. Di questi, quasi novecento restano tuttora inediti in volume: un’evidenza che dovrebbe far riflettere chiunque continui a considerare Scerbanenco esclusivamente l’inventore del noir milanese, il padre della quadrilogia di Duca Lamberti che tra il 1966 e il 1969 rifondò il genere in Italia. Quella genealogia è vera ma parziale, e questa antologia — insieme a Chi ha tradito chi e agli altri volumi curati dalla figlia — la corregge dall’interno, mostrando che il noir scerbanenchiano non nasce da un’illuminazione tarda ma da un tirocinio lunghissimo, condotto in territori apparentemente estranei al genere: il rotocalco sentimentale, la narrativa d’evasione per un pubblico femminile borghese e piccolo-borghese del dopoguerra.
Il dato biografico qui non è aneddotico ma chiave interpretativa. Tra il 1947 e il 1949 Scerbanenco è uno scrittore affermato professionalmente – dirige “Bella”, collabora stabilmente con l’editoria periodica – ma, come ricorda l’introduzione della figlia, attraversa una fase di torbidi affettivi che si riverbera con evidenza nella caratterizzazione maschile di questi racconti: uomini assediati, insufficienti, circondati da una pluralità di figure femminili che occupano lo spazio narrativo con un’autonomia inconsueta per il genere e per l’epoca. Non è un dettaglio da relegare alla nota critica: è il nucleo generativo di una scrittura che usa il rotocalco come schermo e come laboratorio. Sotto la superficie del racconto sentimentale – la contessina, l’amante tradita, la ragazza di provincia – si muove infatti una materia molto più cruda, quella di un’Italia del dopoguerra affamata e disonesta, dove i personaggi non trovano lavoro e finiscono per accettare il contrabbando di armi, il traffico di droga, il commercio di gioielli rubati, ricalcando le stesse rotte clandestine attraversate durante la guerra. È il primo, importante scarto rispetto all’immagine consolatoria del racconto rosa: Scerbanenco usa il contenitore della rivista femminile per veicolare una fenomenologia della sopravvivenza morale che ha ben poco di consolatorio.
Il secondo scarto riguarda le donne stesse, ed è forse il più significativo per chi voglia leggere questi testi non come curiosità d’archivio ma come opera compiuta. La sfilata femminile che popola Si paga sempre rifiuta sistematicamente la tipizzazione binaria vittima/femme fatale su cui si reggeva gran parte della narrativa di consumo coeva. Ci sono prostitute cinicamente lucide e contessine capaci di autentica ferocia, ci sono – ed è un dato che l’introduzione sottolinea giustamente – anche assassine, personaggi che agiscono un desiderio di possesso e di dominio raramente concesso alla protagonista femminile del rotocalco sentimentale. Scerbanenco fu, ai suoi tempi, considerato uno scrittore scandaloso proprio per la crudezza con cui trattava il desiderio e le dinamiche di potere fra i sessi, e questi racconti mantengono, quasi ottant’anni dopo, una capacità di disturbo che non si è del tutto spenta. Non c’è, va detto con chiarezza, un compiacimento moralistico nella rappresentazione: manca il romanticismo consolatorio atteso dal lettore di settimanali, e al suo posto emerge – questo l’aspetto più sorprendente – una tenerezza imprevista, che non redime i personaggi ma li osserva senza condannarli.
È qui che si misura la statura di Scerbanenco narratore, al di là dell’etichetta di genere: nella capacità di scavare l’interiorità di figure minori, di personaggi apparentemente funzionali all’intreccio, restituendo loro una profondità psicologica che eccede ampiamente le necessità della trama. È lo stesso talento che vent’anni dopo strutturerà i romanzi milanesi, dove Livia Ussaro e le vittime di Duca Lamberti non sono mai semplici pedine della detection ma soggetti dotati di una loro autonoma consistenza morale. Leggere questi racconti del dopoguerra significa vedere in filigrana, come nota l’introduzione, i prodromi di quella quadrilogia: non c’è ancora Milano come teatro criminale organico, non c’è ancora l’architettura seriale del romanzo poliziesco, ma c’è già lo sguardo, la tecnica di caratterizzazione rapida e spietata, l’attenzione ai margini economici e morali della società italiana.
Va detto che l’operazione editoriale — la collana Oceani della Nave di Teseo, che ha già proposto altri recuperi come Chi ha tradito chi. Altri cento delitti — comporta anche un rischio, quello della ripetitività strutturale propria di un materiale nato per la pubblicazione seriale su rivista, dove ogni racconto doveva essere autoconclusivo e calibrato su un formato breve, spesso su un twist finale. Cinquanta pezzi letti in sequenza rivelano inevitabilmente alcune costanti retoriche — l’incipit che colloca rapidamente il personaggio in una situazione di crisi economica o sentimentale, la chiusa a effetto — che nella fruizione originaria, diluita nel tempo e mescolata ad altri contenuti del rotocalco, restavano invisibili. È un limite fisiologico di ogni operazione di recupero integrale dell’archivio di un autore molto prolifico, non un difetto specifico di questi testi, ma va segnalato a chi si accosti al volume aspettandosi la varietà tonale della maturità narrativa.
Resta, semmai, da sottolineare l’importanza storiografica dell’operazione nel suo complesso. La prova che il mestiere di Scerbanenco si è formato attraverso una disciplina di scrittura industriale, per necessità economica prima che per vocazione, e che proprio quella disciplina ha prodotto gli strumenti tecnici — economia di mezzi, caratterizzazione fulminea, controllo del ritmo — che il noir milanese avrebbe poi messo al servizio di un progetto narrativo più ambizioso.
Il lavoro di ricerca archivistica compiuto da Cecilia Scerbanenco, esteso su un arco di trent’anni di riviste dal 1934 al 1964, configura ormai un vero e proprio secondo canone, parallelo a quello canonizzato dai quattro romanzi con Duca Lamberti. Chi si occupa di storia del genere poliziesco italiano non può più permettersi di ignorarlo: Si paga sempre non è un’appendice minore alla bibliografia dell’autore, ma un tassello necessario per comprendere come nasce, in Italia, un certo modo di raccontare la violenza e la sopravvivenza morale in tempo di crisi.


