Natalia Litvinova / “Zona” 1986/2026

Natalia Litvinova, Lucciola, tr. di Elisa Tramontin, La Tartaruga, pp. 250, euro 20,00 stampa, euro 11,99 epub

L’anno in cui esplose il reattore nucleare a Černobyl’ gli abitanti di quel territorio divennero radioattivi insieme a piante e animali e ogni oggetto e manufatto: nel 1986 nasce la protagonista di Lucciola, romanzo memoir in cui le donne – madri, figlie, sorelle – sono esattamente coloro che tentano, e spesso ci riescono, a raccogliere il racconto di quella storia in cui il paese radioattivo riscatta la propria umanità – mentre gli uomini si sgranano in rivoli polverosi e micidiali così come le loro invenzioni, le loro menzogne.

I primi anni di vita della bimba coincidono con la fine dell’Unione Sovietica, mentre ogni bene sparisce da case e negozi, mentre le micidiali particelle atomiche diventano parte del paesaggio europeo iniziando il loro viaggio mortale dalla città di Prypjať (“città dei fiori”). E lucciole sono chiamati coloro che furono esposti alle radiazioni. Gli adolescenti pensano di veder uscire dai piedi scalzi la fluorescenza assorbita con la radiazione ionizzante.

Natalia Litvinova, poetessa e scrittrice, emigrò a Buenos Aires con la famiglia dieci anni dopo la sua nascita, fece in tempo a trovarsi dov’era l’origine di tutto: a cominciare dal parto indotto da un bisturi poco educato ma unico strumento capace di estrarre una creatura che non voleva “nascere in autunno in un paese radioattivo”. Natalia scrive che con i piedi toccò la tragedia mentre con le mani resisteva attaccata “alle viscere di mia madre”. Con questa scena inizia un libro dove ogni pagina inaugura un frammento di resistenza contro la sconcezza nucleare, contro la stupidità umana, resistenza che nasce dalla dedizione femminile verso tutto ciò che vive e agisce. Tutto questo all’ombra della centrale nucleare, oggetto nero e marrone al centro della “zona di esclusione” – 3000 chilometri quadrati di confine fisico, “cuore di tenebra” che ancora oggi è lì, dopo quarant’anni, con le metamorfosi biologiche, le carcasse di case, edifici pubblici, luna-park, e boschi fuori controllo dove si aggirano cani e altri animali che hanno ripreso la loro libertà selvaggia. Con l’aggiunta dei droni russi che bombardano il “sarcofago” in cui è stato imprigionato il reattore saltato in aria. La radioattività è invisibile ma i missili di Putin no.

Litvinova mette allo scoperto, per brevi frammenti, il tesoro umano custodito dalle donne – di famiglia e non di famiglia –, i racconti di chi conosce tutta la storia e di chi nega che ci sia stata una Černobyl’ radioattiva e relativi figli. Adolescente pensava che neve e ghiaccio non potessero farla ammalare, che la neve avrebbe “spento la radiazione”. Bisognava non rovinare la neve, serviva a purificare i tappeti portati dalle case all’aperto. È la stessa Natalia a cui sembra strana la lingua di Buenos Aires una volta atterrata in Sudamerica, e come le sembra strano in inverno non indossare giubbotto e sciarpa. Ha nostalgia del silenzio che avvolgeva il suo paese d’origine mentre ora i clacson e le discussioni accalorate degli uomini non spariscono mai di notte. Ora scrive e sprofonda nel tumulto della memoria. Perché lì sta un fondo che non bisogna scordare. Né lei che ne ha vissuto origini oscure, né noi che forse ancora portiamo nelle nostre cellule qualche traccia “luccicante”. A noi tocca temere il peggio, se esiste un peggio alla notte nucleare, ma siamo ancora qui, ascoltiamo la voce di Natalia che dice: “Narrare è protendere la lingua, allungare il presente”. Natalia ha una madre che ai tempi della sua infanzia non sapeva che avrebbe lasciato il paese e i “libri di Černobyl’ che non dicono ciò che lei ha visto”. Era l’aprile 1986, e quel cielo rossastro presagiva la catastrofe.