26 Gennaio, 2021

La struttura nascosta del mondo

Hao Jingfang, Pechino pieghevole, tr. Silvia Pozzi, ADD Editore, pp. 352, euro 18,00 stampa, euro 9,99 ebook

In un futuro che non è tanto un futuro, perché si è lasciato alle spalle da un pezzo i temi e le illusioni della modernità, Pechino è una metropoli che ha abbandonato qualsiasi velleità smart per ripiegare su un’architettura sociale che, manipolando lo spazio-tempo dei suoi abitanti, ne garantisce la sopravvivenza e la coesione sociale (se vi suona distopico, sappiate che in ottica confuciana la sicurezza non mai è poca cosa). Nella nuova normalità la città si ripiega ogni 12 ore come un cubo di Rubik di proporzioni metropolitane, assumendo la configurazione funzionale (Spazio 1, Spazio 2, Spazio 3…) a una delle tre classi che ne assumono temporaneamente il controllo. Così la massa stracciona e proletaria a cui è riservato il lavoro sporco e il cibo bisunto, lascia il campo alla classe riflessiva con i suoi ufficetti e quartierini gentrificati, e questa, a sua volta, all’élite vera e propria, che mentre gli altri dormono decide praticamente tutto, dal prezzo delle ostriche ai destini della città. Sì perché tra uno shift e l’altro gli ingranaggi girano, i grattacieli compaiono a rotazione e si incastrano con i marciapiedi e muri, mentre i cittadini di turno si risvegliano nei loro loculi o loft di lusso, a seconda della fortuna e dello status, mentre quelli non di turno si sottopongono volontariamente a un sonno ipnotico fino al prossimo giro. A finire negli ingranaggi è Lao Dao, la classica ultima ruota del carro, un lavoratore costretto suo malgrado a infrangere le regole del sistema e a correre il rischio per sopravvivere all’iniquità.

Con Pechino pieghevole Hao Jingfang, 36 anni, una laurea in fisica e un’altra in economia che le dà da vivere come consulente di management, nel 2016 è stata la prima scrittrice asiatica a vincere un Premio Hugo, che ora ADD Editore pubblica all’interno di un’antologia di suoi racconti sotto gli auspici dell’Istituto Confucio.

Hao JingfangNel racconto di Hao Jingfang, come nella Cina contemporanea, l’ingiustizia è sistemica, la ribellione – che non sfiora neppure il cervello del protagonista – futile. Come in tante storie di Philip K. Dick la normalità apparente di Lao Dao va in frantumi non appena a contatto con mondi che non era neppure previsto conoscesse nell’arco di una vita monotona e compartimentata. Ma, a differenza dei protagonisti dickiani, Lao Dao non è un uomo della classe media, è un povero spazzino che lavora in discarica e il vero choc per lui non consisterà in un qualche capovolgimento ontologico, ma nella scoperta che per i “piani alti” la sua esistenza e quella dei suoi compagni, scampata alla lama dell’automazione solo grazie alla lungimiranza di un autocrate compassionevole, è semplicemente diseconomica.

Negli altri nove racconti che compongono l’antologia, il mondo di Hao Jingfang appare freddo, irrecuperabile. Sotto a uno strato di ghiaccio la natura è per lo più un ricordo o una superstizione di un’epoca che non vale la pena di tramandare. Solo la condizione umana si definisce ora attraverso la solitudine e la perdita: perdita di memoria (con le clonazioni seriali de “L’ultimo eroe” o le terapie di autostima de “Le stanze della solitudine”), perdita della socialità (saturata dalle AI tuttofare de “Le stanze della solitudine” o rimossa assieme alle festività abolite de “Il teatro dell’universo”), perdita della vita (“Tra la vita e la morte”). Ma, prima di tutto, perdita di umanità, a cominciare dai tre racconti dove la Terra è stata colonizzata da una razza aliena interessata esclusivamente alle eccellenze umane. Rispetto a “Pechino Pieghevole”, la meccanica della distopia non copre qui l’orizzonte dell’azione, con l’impatto dei dettagli che ne deriva, piuttosto si rivela gradualmente attraverso l’esperienza e la presa di coscienza dei personaggi, mano a mano che il loro disincanto si consegna a un mondo definitivamente disumanizzato. La resistenza individuale, possibile ma futile, non esime in ogni caso dal doveroso distacco della conoscenza, che sembra la vera cifra narrativa di questa autrice sorprendente: “La vita della maggioranza delle persone va in scena con storie piene di alti e bassi ma pochi si domandano come queste storie rivelino la struttura del mondo. Pechino è una megacity la cui scala per molti definisce l’immaginazione. In questa città l’esistenza individuale è travolta dalla struttura nascosta del mondo, che ho voluto mostrare.” (da Uncanny Valley Magazine)