Harvey Sachs / Il fascismo e la musica, ovvero “restare? combattere? emigrare?”

Harvey Sachs, Musica nell’Italia fascista, tr. di Luca Fontana, il Saggiatore, pp. 400, euro 28,00 stampa, euro 10,99 epub

Nel 1987 uscì lo studio fondamentale sulla musica sotto il fascismo Musica e regime di Harvey Sachs, proposto in Italia dal Saggiatore nel 1995. Assurto a classico dell’americanistica musicale, se ne propone ora una riedizione che, su espressa richiesta dell’autore, riprende il titolo originale, Musica nell’Italia fascista. Il volume si è arricchito di una prefazione, di una puntuale appendice bibliografica, di aggiornamenti testuali ed emendamenti di “qualche piccolo errore”.

Nella nuova prefazione Sachs, nativo di Cleveland (1946) e a lungo residente in Italia, situa il proprio testo in un rinnovato contesto di urgenza politica: «Fino ai primi mesi del 2025 criticavo piuttosto duramente quei musicisti che, come Wilhelm Furtwängler in Germania o Beniamino Gigli in Italia, avevano scelto di vivere e lavorare sotto sistemi politici antidemocratici e razzisti pur avendo la possibilità di emigrare e di esercitare il loro mestiere in paesi democratici. Negli ultimi mesi, però, è toccato a me e a molti altri cittadini del mio paese natale, gli Stati Uniti d’America, porci la stessa domanda: che cosa bisogna fare – restare? combattere? emigrare?». Val la pena di citare anche la chiusa amara: «Ho scritto Music in Fascist Italy quarant’anni dopo quella che allora sembrava la fine definitiva del fascismo, ma forse, tra altri quaranta o ottant’anni, qualche giovane storico della musica vorrà scrivere Music in Fascist America e/o in altri paesi ancora. Spero proprio di no». L’autore riconfigura dunque il suo studio: da analisi storiografica condotta con metodo archivistico-documentario a libro intrinsecamente politico – un case study sulla psicologia della sottomissione che oggi assume particolare rilevanza.

All’introduzione seguono sei capitoli. Nel primo (“Il terreno”) si ricostruisce l’eredità musicale dell’Italia post-verdiana al momento dell’ascesa di Mussolini: la generazione di Puccini-Mascagni-Leoncavallo-Giordano-Cilea, la nascita della “Generazione dell’Ottanta” (Casella, Malipiero, Pizzetti, Respighi, Alfano, Zandonai), il futurismo musicale di Pratella e Russolo, il sistema dei conservatori e dei teatri lirici.

Il secondo (“Le istituzioni”) si sofferma sulla fascistizzazione dell’apparato istituzionale musicale, dai conservatori (con il drammatico episodio del suicidio di Giuseppe Gallignani, direttore del Conservatorio di Milano licenziato nel dicembre 1923) ai teatri d’opera autonomi, dalla Corporazione dei Professionisti e Artisti al Sindacato Nazionale Fascista Musicisti, alle riforme di Casella ai progetti di Mulè e Lualdi, ai festival (Maggio Musicale Fiorentino, Festival Internazionale di Musica Contemporanea di Venezia) alla radio (EIAR). Per Sachs il fascismo musicale si caratterizza non per un programma estetico definito (come fu per la Reichsmusikkammer nazista) ma per «un quadro fitto di piccoli intrighi e manovre, di molto opportunismo grottesco, di occasionali esempi di ingenua buona fede nel governo, e di scarsissima opposizione politica in senso proprio».

La terza sezione (“I compositori”) si occupa «soltanto di alcuni dei musicisti più importanti, scelti perché tra loro diversissimi per capacità intellettuali, tratti caratteriali e origini culturali»: Puccini (morto nel 1924, ma “figlio di un’Italietta boriosa”, nelle parole del musicologo Tintori), Mascagni, Giordano, Pizzetti, Respighi, Casella, Malipiero, Petrassi e Dallapiccola. Pur severo nei giudizi, Sachs evita la facile damnatio: classifica il caso come paradigmatico di un ceto medio professionale italiano che vide in Mussolini l’uomo dell’ordine. Analoga lucidità mostra nei casi di Pizzetti, Respighi e soprattutto di Casella – l’animatore della “Generazione dell’Ottanta”, il modernista che firmò il Manifesto dei musicisti italiani per la tradizione dell’arte romantica dell’Ottocento (1932), fascista convinto ma incappato nella politica discriminatoria che coinvolse anche la sua compagna Yvonne, ebrea, episodio ricostruito con particolare delicatezza.

Il quarto capitolo (“Gli esecutori”) è dedicato ai direttori d’orchestra (Gui, Serafin, Molinari, Marinuzzi, e poi Cantelli, Ferrara, Gavazzeni, Giulini, Previtali) e ai cantanti (Gigli, Cobelli, Cigna, Caniglia, Pertile, Lauri Volpi, Tagliavini, Stignani).

Nel quinto (“Stranieri, alleanze, razzismo e guerra”) si analizzano le leggi razziali del 1938 e gli effetti sulla vita musicale italiana, la circolazione dei musicisti tedeschi in Italia, l’alleanza con il regime nazista.

La sezione conclusiva (“Il caso Toscanini”) dedica ampio spazio al direttore d’orchestra che era stato il primum movens dell’opposizione al fascismo: dall’iniziale candidatura nelle liste mussoliniane del 1919 al rifiuto di dirigere “Giovinezza” nel 1922-1926, al celebre schiaffo di Bologna del 14 maggio 1931, alla rinuncia a Bayreuth e Salisburgo, all’esilio newyorkese. Il Maestro emerge quale figura di intransigenza assoluta, l’ethos puritano del lavoro musicale come unico “faro” della propria coscienza politica.

A coronamento del lavoro l’utile apparato bibliografico della musicologa Benedetta Zucconi, che organizza in sezioni tematiche (Generale; Jazz, canzone, musica popolare; Colonialismo; Estetica musicale; Compositori; Esecutori; Istituzioni; Propaganda; Radio; Questione ebraica, ecc.) la fioritura di studi musicologici italiani e stranieri dal 1995 a oggi. Una guida critica e un aggiornamento anche inteso a coprire gli inevitabili vuoti del volume: la popular music, la canzonetta, il jazz, che pure godettero di una circolazione massiccia in Italia durante il regime fino alle soglie della guerra, sono assenti dalla trattazione, che si concentra sulla musica colta (opera, sinfonica, da camera).

Il metodo d’indagine è tipico di un giornalista-storico anglosassone: alla formazione da musicista (Sachs è stato direttore d’orchestra e violinista) l’autore unisce il rigoroso studio delle fonti (materiale d’archivio, stampa periodica musicale, testimonianze orali raccolte in prima persona), evitando però il taglio specialistico-musicologico in favore di una saggistica di andamento narrativo, ben reso dalla puntuale traduzione di Luca Fontana. Preziose le tre lunghe interviste: al critico musicale Massimo Mila, che pagò col carcere il proprio antifascismo; al compositore Goffredo Petrassi, che fu attivo «sia pure in modo limitato, nella burocrazia musicale» del regime; a Gianandrea Gavazzeni, direttore d’orchestra che si era opposto al fascismo «pur seguendone le forme esteriori, ma «senza assumere atteggiamenti eroici», come afferma egli stesso. Scelta filologicamente corretta e non scontata, le interviste sono integrali: «ciò che ciascuno di essi aveva da dire appariva degno di essere ripetuto per intero».

Il libro si distanzia dal coevo studio Musica e musicisti nel ventennio fascista di Fiamma Nicolodi (Discanto, 1984), con la quale Sachs ha intessuto un rapporto di leale dialogo: i due, infatti, si erano incontrati prima della pubblicazione per chiarire la diversa traiettoria dei rispettivi lavori. Laddove Nicolodi focalizza l’attenzione sulla musica composta nel periodo (analisi delle correnti compositive, dei linguaggi, delle estetiche), Sachs si sofferma sui protagonisti e sulle istituzioni, privilegiando l’aspetto storico-istituzionale, con lo scopo precipuo di «esaminare e interpretare documenti, non accusare o sedere in giudizio». Ma l’autore non si nasconde dietro un dito, consapevole che «l’atto stesso della selezione, per non dire le decisioni sul modo in cui trattarlo, comporta inevitabilmente un certo grado di tendenziosità e manipolazione».In conclusione, il volume si presenta come un testo imperdibile per chi voglia approfondire un tema delicato e ben ampio, che, considerata la deriva autoritaria delle nostre società, assume oggi un particolare significato.