Marino Magliani / La letteratura nel marsupio

Marino Magliani, Fondovalle, Carabba, pp. 100, euro 19,00 stampa

Nella matassa dei percorsi geografici, culturali e letterari – tra la Liguria, l’Olanda e l’America Latina, per citare soltanto i luoghi più ricorrenti – di Marino Magliani, Fondovalle (apparso nella neonata collana Corsara di Carabba diretta da Angela Bubba) è forse l’unico testo dell’autore che si possa considerare scopertamente autofictional. Con quel gesto culturale vagamente anarchico che sembra essere tipico dello scrittore ­– gesto che non si risolve in alcuna forma di snobismo, essendo più che altro il segno di una più ampia e profonda diserzione. Tema, peraltro, al centro dell’apprezzato romanzo entrato nella dozzina del Premio Strega di qualche anno fa, Il cannocchiale del tenente Dumont). Si tratta di un’autofinzione ormai fuori tempo massimo, rispetto alla “bolla speculativa” che ha interessato il termine all’interno del dibattito letterario italiano.

Se la bolla forse non è ancora scoppiata del tutto, quel che è certo è che Magliani non sembra voler tornare a scommettere sull’autofiction, né si concede la fiducia totalizzante che altri autori e autrici hanno riposto in tale etichetta; lui preferisce invece giocare con le marche di tale e presunto “genere” e, grazie a tale leggerezza, cerca di far emergere tematiche ancor più fondamentali, per la sua scrittura, come la geografia della Liguria di Ponente, oppure l’esperienza della letteratura che può avere chi ne fa apprendistato pratico.

Dal punto di vista più squisitamente geografico, il Fondovalle del titolo trova la felice metafora del “marsupio”, allacciato tra i due versanti di una valle e, soprattutto, contenitore costitutivamente umile e precario di parole e di storie che il narratore cerca di fare proprie nel corso del suo apprendistato. Sono storie di una Liguria di Ponente che trova i propri estremi più noti in Sanremo e Ventimiglia, tra la Francia e il mare, limitrofa alla “Liguria di roccia” cantata da quel Francesco Biamonti cui Magliani è stato giustamente accostato da alcuni studiosi nei saggi inclusi, appunto, in Calvino, Biamonti, Magliani. Il racconto del paesaggio, lo sguardo, la luce (Exorma, 2023).

È un “marsupio” di parole al quale Magliani deve tornare costantemente, in special modo dopo le fantasticherie e le delusioni di un grande “supermercato delle parole” dove il narratore, dopo aver sperimentato le più diverse professioni (più concrete e verosimili, in ogni caso, rispetto a questo ultimo détour immaginifico) cerca infine di farsi assumere. Dopo essersi fatto spiegare da colleghi e superiori come funziona tale “supermercato” (e quindi, per estensione, quali sono le dinamiche del milieu letterario: molti sono gli scrittori, oltre a Biamonti, i poeti e gli editori che, volendo, si potrebbero riconoscere tra le righe), il ritorno al “marsupio” diventa meno regressivo e più consapevole. La vena ruralistica degli esordi si trasforma allora nella base per una formula narrativa più composita e stratificata, che è poi quella, chiudendo il cerchio della verità e della finzione, che dà luogo a questa surreale autofiction.

A meno che il cerchio non si chiuda mai del tutto, come quando si rompe, per troppa fragilità, la cernierina di un marsupio, e si apra invece uno spiraglio verso uno degli orizzonti della scrittura più noti e affascinanti di Magliani, ossia quella “regale marginalità” – già argomentata nel dettaglio nell’Esilio dei moscerini danzanti giapponesi (Exorma, 2017) – che qui torna a fare capolino per definire ancora una volta, nella paradossalità della sua verità esistenziale, la tensione vitale e feconda della penna di Magliani.