Intervista ad Antonio Negri. Lo sciame, diciotto anni dopo

Nel 2008 Claudio Calia trasformava in fumetto la vita e il pensiero di Antonio Negri. Diciotto anni dopo, sei nuove tavole chiudono quel racconto e aprono una domanda: che cosa resta, oggi, della moltitudine, dello sciame e della promessa politica che portavano con sé?

Nel 2008 Claudio Calia aveva trentun anni e leggeva Antonio Negri «da più di metà» della propria vita, spesso con fatica. È primavera. Intervista ad Antonio Negri, pubblicato allora da BeccoGiallo e oggi riproposto da DeriveApprodi (introduzione Luca Casarini, Euro 18,00), nasceva dal tentativo di costruire una via di ingresso a quel pensiero: «non una semplificazione, ma un punto di ingresso». Calia lo definiva scherzosamente un «Antonio Negri for dummies».

Sono passati diciotto anni, Negri è morto nel 2023 e quel for dummies suona oggi desueto. È diventato storia anche il mondo in cui il libro era nato: Genova, i social forum, il movimento dei movimenti, l’onda lunga di Impero (2000) e Moltitudine (2004) (scritti con Michael Hardt), e l’ipotesi che dalle trasformazioni del lavoro globale stesse emergendo un nuovo soggetto politico. La domanda oggi è diversa: non più soltanto come rendere Negri accessibile, ma che cosa resta leggibile del suo pensiero e a chi parla ancora questo fumetto.

Calia nell’intervista a fumetti semplificava, necessariamente, ma individuava con precisione alcuni snodi centrali del pensiero negriano: le trasformazioni della composizione di classe, il passaggio dall’operaio sociale alla moltitudine, il potere costituente, la cooperazione sociale. Non era del resto un osservatore neutrale. L’autore proviene da un’area politica sulla quale Negri ha esercitato una forte influenza, ha collaborato con Radio Sherwood e aveva già raccontato Porto Marghera in Porto Marghera. La legge non è uguale per tutti (2007). Questa prossimità non ha trasformato il libro in un’agiografia, ma ne ha certamente orientato lo sguardo.

È primavera, inoltre, non è propriamente una biografia. Calia incontra Negri, lo interroga, ne segue la vita, ma continuamente la biografia si apre alla teoria e la teoria alla storia: il Veneto cattolico dell’infanzia del piccolo Toni, il kibbutz israeliano, l’operaismo, Porto Marghera, l’Autonomia, il 7 aprile, il carcere, l’esilio francese, fino a Impero e alla moltitudine. Alcune battute e riflessioni attribuite a Negri provengono da suoi libri precedenti: l’intervista quindi è già montaggio, costruzione, interpretazione.

Nel panorama italiano del 2008 l’esperimento non aveva precedenti diretti: non semplicemente un fumetto dedicato a un filosofo, ma una lunga intervista a fumetti con un filosofo vivente, chiamato a raccontare insieme vita e pensiero. E nel libro c’è anche Calia: arriva, domanda, ascolta, entra nella scena. Anche dal punto di vista grafico ci confrontiamo con il Calia di allora: bianco e nero, segno essenziale, passaggi dalla figurazione all’astrazione. Uno stile che negli anni verrà affinato con un uso parsimonioso del colore e il passaggio al digitale. Le sei tavole aggiunte nel 2026 permettono di confrontare il Calia di allora con quello di oggi. Il segno è diventato più sicuro, anche nel ritratto di Negri in copertina, raffigurato con i suoi occhi da ragazzo svelto e curioso fino alla fine della vita. Quasi l’opposto dell’horror vacui di Jacovitti: Calia sottrae dove Jacovitti riempie. Parlo di Jacovitti non a caso perché in un’intervista alla rivista «Carta» del 2008 Negri raccontava che alla proposta di diventare protagonista di un fumetto gli era inizialmente «scappato da ridere». Si era ricreduto leggendo Porto Marghera, riconoscendovi un fumetto «maturo, emancipato», capace di «articolare un discorso». E, interrogato su quale altro disegnatore avrebbe voluto, faceva i nomi di Hugo Pratt e soprattutto di Jacovitti. Poco dopo ricordava Il Vittorioso, L’Intrepido, Topolino e la convinzione, nel dopoguerra, di essere ormai troppo grande per leggere cose «da bambini».

In poche battute c’è un’intera storia culturale italiana. Negri, nato nel 1933, per riconoscere la maturità del lavoro di Calia lo definisce ancora una «forma letteraria» capace di andare oltre il «semplice segno grafico». Calia, nato nel 1976, non ha alcun bisogno di promuovere il fumetto a qualcos’altro: per lui è già un linguaggio con cui fare reportage, storia, intervista e filosofia.

Oggi, dopo la guerra di Gaza, è inevitabile leggere con particolare attenzione ciò che Negri racconta della propria formazione politica, anche se sarebbe improprio dedurne una posizione attuale sulla questione palestinese. Poco più che ventenne, Negri arriva in Israele e vive nel kibbutz Nachsonim, legato al Mapam. Lavora e discute di politica; Souzy, matematico ebreo egiziano e comunista, diventa il suo «istruttore politico». È lì che Negri incontra materialmente qualcosa che riconosce come comunismo.

In Storia di un comunista (2015) tornerà su quell’esperienza senza nasconderne le contraddizioni. Ricorderà le discussioni sui massacri del 1948 e sull’esodo palestinese, il «fortissimo senso di colpa» presente nel kibbutz, i tentativi del Mapam di costruire rapporti con arabi e drusi e l’ipotesi di «uno Stato con due nazioni». Viaggiando nel paese, vedrà poi la militarizzazione, le discriminazioni e la condizione dei beduini, per la quale userà la parola «apartheid».

E tuttavia non rinnega né il kibbutz né quell’Israele, che continua a considerare una tappa decisiva verso una concezione materialista della vita. È proprio questa compresenza a risultare oggi interessante: Negri può riconoscere insieme l’esperimento socialista e la violenza esercitata sui palestinesi, senza cancellare l’uno per riconoscere l’altra. Il comunismo, per lui, non è un’origine innocente da riscoprire sotto la storia, ma un esperimento politico: qualcosa che si produce modificando materialmente il lavoro, la proprietà, le relazioni e la vita comune.

Poiché si tratta di una intervista politico-filosofica mi sembra legittimo entrare anche in questo aspetto del lavoro di Calia. Negri rimane un marxista – seppure di un marxismo attraversato dalla lezione di Tronti e dell’operaismo –  fino alla fine della sua vita: la moltitudine non è semplicemente una folla connessa, ma il risultato di una trasformazione della composizione di classe.

Nel fumetto, tuttavia, la sequenza operaio professionale–operaio massa–operaio sociale–moltitudine tende ad assumere una linearità quasi necessaria: alle lotte segue la risposta capitalistica, alla risposta capitalistica una nuova composizione di classe, e a questa nuove lotte, fino alla possibilità del comunismo.

L’attribuzione alla composizione di classe di una potenzialità politica destinata a tradursi nel potere costituente è chiarissima. Negri insiste sul carattere non dialettico e non teleologico del processo, ma vi resta una traccia dello storicismo che vorrebbe superare: un soggetto che cambia forma attraverso il conflitto e conserva la capacità di produrre un ordine nuovo.

Non è casuale che È primavera si apra e si chiuda con uno sciame. Sciame. Didattica del militante è il titolo di un testo teatrale scritto da Negri nel 2006, e proprio dalla sua produzione teatrale Calia riprende alcuni materiali del fumetto. Nel 2008 lo sciame poteva rappresentare soprattutto una potenza: singolarità capaci di cooperare senza ricostituire il corpo compatto del vecchio soggetto rivoluzionario. Diciotto anni dopo viene da chiedersi perché la crescente cooperazione sociale individuata da Negri non sembri essersi tradotta nella potenza politica che la teoria della moltitudine prometteva.

La nuova edizione, però, non si limita a riprodurre il libro di allora. Calia ha aggiunto nel 2026 sei tavole finali, un vero sesto capitolo. Si aprono con la morte di Negri, il 16 dicembre 2023. Il filosofo anziano riflette sulla propria vita: può «difendere ciascun momento» della propria attività, ma, guardandola nel suo insieme, ammette anche: «No, non funzionava».

Le pagine successive spostano progressivamente il discorso. Dal «rifiuto del lavoro e dell’autorità» come inizio della politica liberatoria si passa al potere, definito attraverso la presenza continua della morte, e infine all’amore, «la passione più forte», quella che crea «l’esistenza comune».

Poi Negri scompare dalle vignette. Restano gli scaffali, l’acqua, una barca, Venezia. L’ultima pagina dice: «Venezia non è mai stata una città, è sempre stata un’eccezione. Un luogo che il mondo ha costruito contro la propria logica».

Il libro del 2008 terminava dentro un pensiero ancora vivo e militante; il nuovo finale del 2026 introduce la morte, il bilancio, perfino il dubbio. Dopo classe, conflitto, moltitudine e potere costituente, Calia lascia come residuo l’amore e il comune.

Il Negri che riappare nelle tavole finali non è il profeta riconciliato con la propria storia, ma qualcuno che continua a difendere ciò che ha fatto e insieme può dire che qualcosa «non funzionava». È una crepa piccola ma importante nella continuità del racconto.