17 Giugno, 2021

Jean Ray / Cittadino indicibilmente atterrito

Jean Ray, La città della paura indicibile, Agenzia Alcatraz, tr. Luca Fassina, pp. 216, euro 14,00 stampa

Il fantastico di lingua francese ha una solida e consolidata tradizione che risale al primo Romanticismo – le riscritture hoffmanniane di Charles Nodier, le fantasmagorie gotiche di Aloysius Bertrand – e procede sfiorando Balzac e Dumas, oltre Gautier, Nerval, Mérimée, oltre le traduzioni baudelairiane di Poe, fino al naturalismo visionario di Maupassant e Villiers de L’Isle-Adam e il simbolismo decadente di Huysmans, Barbey D’Aurevilly e Marcel Schwob, a segnare profondamente anche la narrativa popolare del feuilleton e a determinare l’estetica del surrealismo. In Belgio la tendenza si fa perfino più forte, data l’influenza nordica fiamminga, e si sviluppa – il prototipo nobile potrebbe essere l’ingiustamente dimenticato Bruges la morta di Georges Rodenbach del 1892 – la cosiddetta “scuola belga del bizzarro” che vanta autori al contempo popolari e colti come Jean Ray o Thomas Owen.

Nel nostro paese si è finora concesso a tale feconda e interessante deriva solo un’attenzione limitata e occasionale. A ovviare questa grave lacuna da qualche mese sta provvedendo una coraggiosa casa editrice milanese, Agenzia Alcatraz – la ricordiamo anche per un’altra bella iniziativa nata un paio d’anni fa: la collana Solaris dedicata alla fantascienza sovietica – che ha varato un’intera collana, Bizarre, intesa a traghettare in Italia buona parte del suggestivo catalogo della celeberrima Marabout Fantastique, testata eponima del weird francofono, diretta tra il 1969 e il 1977 da Jean-Baptiste Baronian, romanziere, antologista e saggista, autore di alcune delle più importanti monografie sull’argomento – come Panorama de la littérature fantastique de langue française: Des origines à demain o Jean Ray: l’archange fantastique – e caratterizzata dalle affascinanti copertine di Henri Lievens (1920-2000), illustratore di rilevanza pari a quella avuta da Karel Thole per la nostra Urania. Agenzia Alcatraz ripropone i volumi Marabout più o meno nello stesso formato, reso però meno pocket – più grande e leggibile, con copertina rinforzata, stampa e carta migliore – e mantenendo tutte le bellissime copertine originali.

L’esordio è stato spiazzante ma geniale: invece che puntare sugli autori che godono anche da noi di una qualche maggiore notorietà, i curatori hanno inaugurato la collana con ben due volumi dedicati a un illustre sconosciuto: Gérard Prévot. Sconosciuto da noi, beninteso, perché lo scrittore belga – nato nel 1921 nella città vallona di Binche, vissuto a Ostenda e morto a Bruxelles nel 1975 – è stato poeta, drammaturgo, memorialista della Resistenza nel suo paese, nei ranghi della quale ha combattuto, arrivando alla narrativa fantastica piuttosto tardi. Le due raccolte di racconti proposte da Alcatraz, entrambe di eccezionale qualità, sono Il demone di febbraio e La notte del nord, rispettivamente del 1970 e del 1974.

Con la terza uscita ci si è spostati invece su un territorio meno inesplorato e il bravo traduttore Luca Fassina si è dedicato stavolta a un testo dell’autore forse più noto tra quelli belgi: Jean Ray, di cui abbiamo già più dettagliatamente parlato in Pulp Libri (https://www.pulplibri.it/grottesche-fiamminghe/). Si tratta di La città della paura indicibile, romanzo del 1943, lo stesso anno in cui esce il suo indiscusso capolavoro Malpertuis: pur non mostrando la stessa originalità e potenza allucinatoria di quest’ultimo, anche La città rivela la straordinaria capacità visionaria di Ray nell’evocare sonnacchiose atmosfere provinciali di inizio secolo pervadendole di un profondo senso di inquietudine, di ambiguità e di mistero, accompagnato però da un onnipresente velo d’ironia, talvolta indulgente verso i personaggi, talvolta abrasiva.

L’innesto fra mystery investigativo alla Conan Doyle e ghost-story soprannaturale era già stato sperimentato da Ray con le avventure di Harry Dickson, ma in questo caso, con maggiore verve comica, il protagonista è un antieroe pasticcione, Sidney Terence Triggs detto Sigma, scrivano di Scotland Yard in pensione che passa per ex commissario nel paesino di campagna nei dintorni di Londra in cui si è ritirato; un Dottor Watson che si arroga le prerogative di Sherlock Holmes, quindi, e quando azzecca, se azzecca, è sempre su suggerimento di qualcun altro. Una galleria di borghesi provinciali apparentemente paciosi (ma tutti con qualche scheletro nell’armadio) – non dissimili da quelli in cui sono degradati gli dei olimpici di Malpertuis – si avvicenda lungo la trama finendo quasi sempre male in un buffonesco quanto spietato jeu de massacre. Non mancano i fantasmi almeno apparenti, perché la fin troppo macchinosa spiegazione finale, tipico esempio di soprannaturale spiegato, dissiperà il mistero: non tutti però, un fantasma vero c’è. L’attempato ma distinto Sigma, a conclusione del bizzarro caso criminale, troverà perfino l’anima gemella fra le ammirate signorine di provincia.

In conclusione un Jean Ray più divertito e meno fosco del solito, ma come sempre estremamente piacevole. Non ci resta che restare in attesa di ulteriori e altrettanto valide proposte Bizarre da parte di Agenzia Alcatraz.