Jonathan Lethem / La realtà sorpassa Hollywood

Jonathan Lethem, L’arresto, tr. Andrea Silvestri, La nave di Teseo, pp. 335, euro 20,00 stampa, euro 9,99 epub

Qualcosa è successo nel mondo, in un futuro molto prossimo: le macchine misteriosamente hanno cessato di funzionare, la tecnologia collassata spinge gli uomini a riesumare il letame come fonte energetica, a stabilire come base di sussistenza la biologia applicata – con i metodi antichi dei progenitori – alle fattorie: solo piccole comunità agricole, isolate fra loro, sopravvivono dandosi nuove regole, i singoli ingegnandosi con rapporti di fiducia e di “controllo” dei confini. Perfino le armi sono bloccate, i tributi verso la banda di motociclisti presidianti fanno parte delle regole del gioco. Al centro dell’Arresto viaggia, medita, si relaziona Alexander Duplessis, Journeyman (Garzone), che vive con la sorella in una fattoria del New England. Sceneggiatore a Los Angeles prima che accadesse la resa del mondo in favore dell’agricoltura. Senza più nazioni la realtà sociale continua nei personali appezzamenti di terreno: ognuno pensa soltanto a coltivare e mangiare per sopravvivere ignorando cosa è accaduto nel resto del mondo.

Dopo il collasso tutti si sono rilocalizzati seguendo il proprio ingegno, Garzone passa le giornate a eseguire consegne intorno al Lago della Stanchezza, facendosi largo fra erba incolta e le rivendicazioni dei boschi che si estendono fra strade e sentieri invasi dalla vegetazione. Medita sul Tempo e su ciò che lui definisce Livellamento Temporale. Accade quando la mente ritocca l’immagine di una persona rivista dopo molto tempo, cancellando l’invecchiamento e ripristinando versioni anteriori. Accade ugualmente su se stessi, davanti allo specchio, pensa Garzone. Fino a un certo punto funzionava, anche con il mondo. Doveva e voleva che fosse così.

Le cose cambiano, gli equilibri si sconvolgono quando ricompare da lontananze inafferrabili il vecchio amico, il produttore Peter Todbaum, con un poderoso cingolato a propulsione atomica. Capace al suo interno, protetto da una cupola di vetro inscalfibile, di preparare tazze e tazze di caffè che sembrano creare fastidi ancor più della supermacchina, ordigno già di suo contaminante. La Saetta Azzurra ha attraversato estese regioni, e Todbaum con i suoi racconti non fa altro che scardinare l’assetto stabile raggiunto da Garzone insieme ai suoi parenti e “compaesani”. Basterebbero i ricordi riaffioranti nella mente squilibrata di Todbaum a turbare episodi personali della loro vita a Los Angeles, i capricci e le creazioni spesso insignificanti di cui si nutrivano i due amici – e che ora all’improvviso mutano aspetto nella visione mentale di Garzone. La comunità del resto esige che la macchina nucleare venga consegnata e parcheggiata in zona sicura. Qui il romanzo trova grande esasperazione distopica, grazie al talento riemerso di Jonathan Lethem: le sceneggiature folli del duo a Hollywood vengono superate dalla realtà che appare in tutta l’abbondanza raccontata dallo scrittore, mai come in questo caso dentro un insuperabile stato di grazia.

Non tanto il misterioso Arresto viene indagato da protagonisti e comprimari, attraverso la sceneggiatura di Lethem, quanto l’affermazione della macchina guidata da Todbaum fino all’esito non scontato e tecnicamente filmico o cartoonistico: il mezzo sembra uscire sferragliando dalle pagine dei Magazine americani di Science Fiction anni ’40 (Amazing Stories, Astounding), ed ecco che l’illustrazione di copertina (di Dexter Maurer) rende splendidamente le visioni grafiche in voga in quell’epoca. Negli attuali tempi intossicati la modernità, sfaldata, ritrova nel romanzo un guizzo tragico: acciuffa per i capelli chi in passato la credeva un balzo nel tempo “felice”, mentre rappresentava l’inizio (forse predetto millenni addietro) ineluttabile della fine. Una fine silenziosa, priva dei funghi atomici sulle metropoli, ma figlia dell’altrettanto catastrofico (e subdolo) “clic” di un congegno planetario. Lethem ci ha riportati davanti a mastodonti meccanici ancora una volta decisivi dei destini umani, a valle degli spauracchi terroristici e totalitari di fine secolo. Nella porzione di realtà da lui narrata la scena vale diversamente, appare più sensata di uno dei tanti Mad Max a cui abbiamo assistito nei decenni precedenti: la comunità umana di L’arresto fa piazza pulita degli script hollywoodiani, e i fumi del caffè invadono le cabine di guida zeppe di leve e pulsanti mentre non c’è più traccia di dittatura computeristica. E all’esterno il vero problema resta come ottenere un’ottima riuscita di marmellata e gelati.

 

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