23 Ottobre, 2021

Robert Perišić / Drammatiche questioni e difficili soluzioni

Robert Perišić, I prodigi della città di N., tr. Elvira Mujcic, Bottega errante Edizioni, euro 18,00 stampa, euro 11,99 epub

Cosa rimane di un paese socialista come la Jugoslavia, dove crolla il sistema e si scatena una guerra che frantuma la nazione? È possibile transitare da un contesto economico a un altro, dove i valori, le aspirazioni e persino le relazioni umane sono del tutto diverse? Come cambiano i sentimenti e i rapporti in un mondo nuovo in cui il vecchio esiste ancora nei ricordi e nei sogni e crea sovrapposizioni e conflitti con la realtà? Sono queste alcune delle questioni che pone Robert Perišić nel suo romanzo.

La storia racconta di due cugini, Nikola e Oleg, che spacciandosi per “imprenditori che vogliono investire”, arrivano nella cittadina di N., luogo immaginario tra Croazia e Bosnia, con l’intento di riaprire una vecchia fabbrica di turbine per produrne una sola, un modello 83N, che serve al Colonnello, capo di stato di un paese che ricorda la Libia, e che – sotto embargo e privo ormai degli aiuti dell’ex Unione Sovietica – ha bisogno di quella macchina vecchia e indispensabile per una sua industria. Siamo agli inizi degli anni Novanta e la fabbrica è totalmente in disuso a causa della guerra, come in disuso sono i lavoratori.

Nel racconto si intrecciano le storie di Sobotka, vecchio ingegnere dello stabilimento e di Slavko, suo collega, e dei loro drammi famigliari. Sobotka aveva guidato degli scioperi durante il comunismo e non aveva saputo rispondere al vecchio funzionario di partito Veber, che gli chiedeva quale fosse il suo piano politico. La sua ribellione, che lo faceva assomigliare al polacco Lech Walesa, non portava con sé una diversa visione del futuro ed era destinata dunque a fallire. Al comunismo si era sostituito il nuovo nazionalismo, che Sobotka non era stato in grado di prevedere. La ribellione può essere addirittura controproducente se non c’è alternativa, ma d’altra parte è inevitabile, quando si è uomini liberi. Una questione da risolvere, ci suggerisce l’autore.

Sobotka e Slavko, separati entrambi dalle famiglie fuggite dal conflitto come profughe in nord Europa, non riescono a mantenere il rapporto con le loro figlie. Slavko neppure legge le lettere che la figlia gli scrive e che si accumulano inevase nelle mani del postino di N.

Cosa dire alle ragazze? Come parlare del loro fallimento professionale ed esistenziale? Come spiegare l’assenza, i silenzi, i pomeriggi passati al bar a ubriacarsi o a passeggiare con il cane urlando per la strada? Anche Nikola e Oleg hanno una storia particolare alle spalle. Nikola, figlio di Martin, un regista partigiano ma eretico al tempo del comunismo, non riesce ad integrarsi nel nuovo sistema economico e rimane una persona inquieta e romantica che non si dà pace e non capisce come mai il nuovo sistema non lo abbia inglobato al suo interno, nonostante la sua produzione di filmati fosse stata di una certa qualità. Come funziona la legge di mercato? Premia davvero i migliori? E allora Nikola è un fallito o uno condannato dal sistema ad essere sfortunato? Ecco un’altra questione che il libro pone. Cosa vuol dire “successo” nel liberismo e chi lo può conquistare?

Oleg, orfano di un padre cosacco, probabilmente collaborazionista dei nazisti, viene allevato come un figlio dallo zio, ma vuole emanciparsi, far parte anche lui della nuova élite che si sta formando nel paese. Si arricchisce con il traffico d’armi clandestino al tempo della guerra, e grazie ai suoi contatti gli viene chiesto di procurare la turbina al Colonnello. I due arrivano in paese e reclutano i vecchi lavoratori, dando loro l’illusione di riaprire definitivamente la fabbrica e consentendo che attuino l’autogestione. Sobotka chiede di assumere il folle Slavko e il lavoro rimette insieme un piccolo numero di uomini che si sentono fortunati ad avere un’occupazione. L’umore cambia e cambiano anche i rapporti tra le persone. Sobotka telefona alla figlia, Slavko si rimette in sesto. Quando la macchina è pronta viene fatta trasportare su una nave clandestinamente verso il paese del Colonnello, ma lì è scoppiata una rivoluzione che impedisce di trasportare la merce al destinatario e mentre Oleg cerca di sbloccare la situazione ritrovando la macchina che si è persa nel difficile approdo, Nikola continua ad occuparsi della fabbrica. Insieme decidono di costruire una seconda turbina sperando di incassare i soldi promessi. Ma i padroni del territorio sono i signori della guerra che non accettano che la fabbrica lavori fuori dal loro controllo.

Sobotka verrà ucciso, la fabbrica chiusa, ma la storia avrà una svolta imprevista, dovuta al fatto che, grazie alla creatività della ragazza di Nikola, Šeila, essa verrà venduta in una mostra d’arte come “l’ultimo artefatto del realismo socialista”. Saranno proprio i nuovi ricchi del sistema neo-liberista ad accaparrarsi la turbina e le vecchie e arrugginite sculture che Sobotka costruiva e teneva nel suo giardino. Diventeranno oggetti d’arte che rappresentano vecchie forme di lavoro e di produzione, reperti archeologici da conservare e esibire. Paradossalmente il nuovo sistema salva il vecchio, ma ne stravolge il significato: la turbina diventa oggetto d’arte e non frutto del lavoro operaio. Ma non tutto il male viene per nuocere, perché i lavoratori potranno essere pagati e la fine più terribile la farà l’imprenditore Oleg, che all’inizio si era presentato come vincente.

Accanto alla storia principale nel libro si intrecciano altre vicende di giovani coinvolti nelle atrocità della guerra, di donne che il nuovo sistema economico costringe a una prostituzione più o meno consapevole per “arrivare” o semplicemente sopravvivere, delle figlie dei protagonisti e della loro incerta e accidentata ricerca di equilibrio. Insomma un ragionamento su quanto il vecchio sia presente nel nuovo, di quanto le leggi sociali influenzino l’immaginario e l’amore. A questo proposito sono illuminanti le parole di Šeila proprio a proposito dei sentimenti, quando afferma di aver creduto alla grande bugia che l’amore potesse mettere a tacere tutti gli altri bisogni: “una bugia che ci rifilano ogni giorno affinché ogni perdente possa nutrire speranza”.

Indietro non si può tornare, ci mostra la storia, ma neppure si può andare avanti. Il passato rimane lì, incistato nella mente, e lavora incessantemente a criticare un presente ugualmente inaccettabile. La via d’uscita la indica Martin quando dice al nipote Oleg che bisogna non mentire a sé stessi, guardare a ciò che succede essendo interessati solo alla verità, senza la quale nessuna personalità si può formare. E congedandosi dal nipote gli raccomanda di non arricchirsi mai con il sangue della gente e di amare – come Martin aveva fatto più dei funzionari di partito, da critico e insieme da sostenitore dei valori del comunismo – la libertà e la giustizia sociale. Forse è poco, davanti alla catastrofe jugoslava e non solo, ma per momento è quello che ciascuno di noi può fare.