Luciano Canfora / La vittoria delle oligarchie, la reale natura della nostra democrazia

Luciano Canfora, La democrazia dei signori, Laterza, pp. 74, euro 12,00 stampa, euro 8,99 epub

In un Paese in cui il corpo sociale sembra un paziente eterizzato su un tavolo operatorio alla mercé d’una equipe di chirurghi in vena di pericolosi esperimenti, il levarsi d’una voce che tenta di destare quel paziente prima dello scellerato intervento assume la simbolica forma d’una borraccia d’acqua in un deserto. La voce è quella di Luciano Canfora, materializzata in un volumetto appena edito da Laterza, La democrazia dei signori, che veste l’abito del pamphlet, innervato dalla sagacia dello storico di razza e dall’acribia del filologo.

L’autore apre la riflessione con la figura della “doppiezza”, caratteristica di una cultura politica che si autodefinisce democratica pur parlando del popolo “con disappunto e financo con sussiegoso disdegno”, nebulosamente mascherata dietro “funambolismi lessicali” e che mostra fastidio e “repugnanza verso il dettame da cui prende avvio la nostra Costituzione: ‘la sovranità appartiene al popolo’”. Con la consueta precisione chirurgica del suo dire, Canfora mette quindi subito il dito nella piaga del nostro tempo: l’elitismo oligarchico che si spaccia per cultura e prassi democratica, e la manipolazione del linguaggio che ammanta di belle parole una realtà distorta e addomesticata da sovrastrutture retoriche abilmente intessute.

L’analisi prosegue con la messa a fuoco dell’abissale differenza che corre tra la situazione odierna e la “remota stagione riformatrice” della politica di centro-sinistra fortemente voluta da Pietro Nenni e dal sindacato italiano, strangolata da “colpi di mano, strategia della tensione, suicidio delle principali forze politiche”. Situazione da anni degenerata in un’“anomalia italiana”, caratterizzata dal sistematico ricorso a soluzioni “irregolari” alle crisi politiche, con governi “inventati” (Ciampi, Monti, Draghi, mai votati e ammanniti dall’alto), e dalla scoperta dell’“ingranaggio” su cui fare leva per cambiare il governo dell’Italia – la Presidenza della Repubblica. Poiché da tempo i presidenti si regolano come se fosse in vigore una Repubblica presidenziale, “o forse pensano che sia ritornato lo Statuto Albertino: convocano ‘qualcuno’ che metta le cose a posto”. Quasi un retaggio “di pratiche ‘ancien régime’”, e tra i fattori del crescente discredito del Parlamento e dei partiti politici.

Siamo quindi davanti ad una vera e propria “deriva” democratica, ad un subdolo attentato alla Costituzione, che parte da lontano e ha i suoi corresponsabili: “Non possiamo tacere che l’antica tabe del conformismo giornalistico è stata un fattore coadiuvante di questa deriva”, tra eccessi di “servilismo” e il potenziarsi della figura del “quirinalista”, che non di rado si auto-assume il ruolo di mero portavoce ufficioso del Quirinale, pur scrivendo sui maggiori quotidiani del Paese. Un modello da oracolo di Delfi, ironizza Canfora, che comunque non si (ci) nasconde la gravità del momento, poiché ben pochi fanno notare che questa “servitù spontanea” della stampa, questo “anticipare” più che assecondare “i desiderata dei princeps” sono “pratiche più consone ad un assetto ‘monarchico’ che non alla, auspicabile, trasparenza repubblicana”.

Secondo tale lettura il governo Mattarella-Draghi ha costituito (e costituisce, visto l’esito delle elezioni presidenziali) “un tornante nella storia politica”, in vista di “mutazioni non irrilevanti” nella nostra Costituzione materiale. Per scrutarne i possibili sviluppi, l’autore analizza con l’usuale acume filologico il discorso con cui Draghi si presentò alle Camere il 17 febbraio 2021, mettendo in luce la vera natura del progetto di riforme decise da un “governo del presidente” che considera come un impaccio il Parlamento e la politica concertante. Anche gli accenni alla politica europea suonano inquietanti in quel discorso, e per l’autore è chiaro che sul nostro Paese “si sta giocando una partita di rilevanza internazionale”.

Un denso capitolo è poi dedicato a quel che si definisce “superpartito”, una forma storicamente originale di partito unico, simile a “un dipartimento universitario articolato in ‘sezioni’”. La locuzione “partito unico” suscita brividi storici, ma la forma di questo nuovo aggregato politico sarebbe diversa da quella del PNF di ventennale memoria, in quanto “risultante dalla riduzione delle formazioni politiche, malconce e impegnate in esercitazioni verbali, al ruolo di comparse”. In questa temperie storica non c’è alcun bisogno di “sospendere” i partiti, “basta vanificarne l’effettiva possibilità d’intervento”, in tal modo depotenziando e disattendendo il dettato dell’art. 49 della Costituzione, in cui si dispone che siano i cittadini, attraverso i partiti, “a determinare la politica nazionale”. L’analisi si sofferma anche sull’annoso, drammatico problema delle morti sul lavoro e sulla mancata volontà politica almeno di arginarlo, se non risolverlo, sulle politiche economiche dell’Unione europea e sul famigerato “Recovery Plan”.

Con questo agile studio Luciano Canfora penetra dunque nelle strutture profonde della nostra realtà, analizzando i nodi che strangolano la democrazia, lo stato di diritto, le conquiste sociali ottenute con lunghe e durissime battaglie civili. Il “bilancio” cui giunge è non poco preoccupante: in Italia si è realizzata una moderna forma di “suffragio ristretto”, diverso dall’orizzonte ideologico del liberalismo ottocentesco: non più imposto per legge ma “realizzato per selezione ‘naturale’ ed autoesclusione”, considerata la scelta dominante del non voto da parte delle fasce di popolazione proletaria e sottoproletaria. Viviamo quindi nel paradosso logico d’una democrazia senza “demo”. Inoltre, sul piano istituzionale si è ormai consolidato un drammatico trapasso: “Il potere legislativo è stato trasferito dal Parlamento al governo. La Costituzione non ha più valore su questo cruciale terreno, come del resto su altri piani”.

Una ben triste conclusione del processo democratico nato dalla Resistenza, dalla lotta antifascista e dall’immenso sforzo di concertazione che i partiti e i cosiddetti Padri costituenti operarono all’indomani del conflitto che aveva quasi cancellato un intero Paese. Un disastro, sia chiaro, di cui siamo tutti responsabili.

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Il professor Canfora ha gentilmente risposto ad alcune domande che gli abbiamo rivolto sul suo studio e sulle tematiche da esso affrontate.

Nel suo libro lei considera il governo Mattarella-Draghi come un tornante nella storia politica italiana. La rielezione di Mattarella si può considerare come un ulteriore passo verso le “mutazioni non irrilevanti nella nostra Costituzione materiale” da lei segnalate?

Direi che già con Napolitano eravamo su questa strada. A mio avviso è molto più sintomatico del cambiamento in atto il fatto che i presidenti creino i governi. Che siano rieletti è forse più una questione di stile che politica, semmai è l’indizio della mancanza di personaggi politici adeguati, quindi si ripiega su figure già utilizzate. La povertà del ceto politico ormai sta diventando un fenomeno piuttosto grave.

Nella sua analisi della deriva democratica in corso da anni in Italia lei punta decisamente il dito contro l’asservimento della stampa. Scorge questo asservimento anche nel modo in cui essa ha trattato e tratta il problema emergenziale posto dal Covid?

La stampa è in larghissima parte molto servile e anche pigra. Una volta il giornalista andava a cercare le notizie, si metteva in bicicletta o in altro veicolo e si recava sul posto. Ora stanno seduti al tavolino con il computer davanti e pensano che le agenzie spontaneamente portino la verità. Quindi si è proprio infiacchita la categoria. Inoltre, è molto asservita al potere in modo spontaneo, direi, perché è sottinteso che se non ti allinei conti di meno, il giornale non ti dà spazio, e così via. Poi, i direttori dei giornali ovviamente vengono sapientemente scelti e pilotati. Per quel che riguarda il modo in cui si è parlato della pandemia e del contagio, la questione non è combattere pro o contro la scienza e i vaccini: combattere contro la scienza è stupido. Il problema è che non si è mai voluto affrontare in maniera seria il problema posto per esempio dall’attuale pontefice, e cioè la gratuità dei brevetti. Non si è voluto affrontare un macigno che alla fine è venuto fuori nel Parlamento europeo: il marito della von der Leyen è uno dei principali azionisti di Pfizer. Una volta, ai tempi di Berlusconi, si chiamava “conflitto d’interessi”, evidentemente ce lo siamo dimenticati. Ecco il lato dove la stampa ha fallito.

L’inconsistenza intellettuale e culturale dei partiti politici odierni, altro punto dolente da lei indicato, è in qualche misura determinata dalla scomparsa delle scuole di formazione che i grandi partiti di massa coltivavano o è semplicemente lo specchio dei tempi?

Direi che è dipesa dalla capitolazione dei partiti di sinistra. Quelli di destra fanno e hanno sempre fatto il loro mestiere, più o meno bene. Quelli di sinistra hanno lentamente smobilitato, svenduto le proprie idee, abbracciato le idee degli avversari, predicano l’unità nazionale come soluzione stabile del sistema politico. A quel punto sono condannati a deperire. All’epoca il Pci aveva la Scuola delle Frattocchie, e storicamente il primo partito ad instaurare un côté educativo fu il Partito socialdemocratico tedesco, che aveva scuole dove insegnavano persone di grande intelligenza e cultura, come Rosa Luxemburg. Era un partito quasi esclusivamente operaio, e gli operai la sera andavano alle scuole di partito. Tutto questo si è perso anche per la frivola idea che sia inutile istruire la base, tanto contano solo i gruppi dirigenti.

Il Washington Post ha definito la strategia politica italiana riguardo all’emergenza Covid come un perfetto esperimento sociale per testare sino a che punto sia possibile calpestare la Costituzione e togliere la libertà di un popolo in un apparente regime di democrazia. Condivide questa analisi?

Non so se sia proprio calzante, perché a rigore uno potrebbe dire che il metodo di Xi Jinping è stato molto più drastico di quello di Draghi o di Conte, e ha avuto dei risultati. Certo, i nostri giornalisti, che sono dotati di memoria corta, inizialmente dicevano “che bravi questi cinesi”, poi qualcuno ha detto che non bisognava elogiare i cinesi e quindi hanno cominciato a dire “questo da noi non si può fare”, dunque è una discussione truccata. In ogni caso, non sono di quelli che pensano che ci sia un complotto per togliere la libertà a un popolo, dal momento che si è visto che alla fine il vaccino serve. Chi lo combatte in linea di principio, o peggio ancora ne combatte l’applicazione, a rigore combatte contro i mulini a vento.

Secondo alcune interpretazioni, Gelli e coloro che lo spalleggiavano non miravano a ribaltare il potere quanto piuttosto a svuotare i partiti, esautorare le istituzioni per trasferirle a un livello occulto, extra istituzionale. Se è così, si può affermare che il programma eversivo della P2, sintetizzato dal famigerato Piano di rinascita democratica, si sia compiutamente realizzato?

Sì, anche se può sembrare schematico. Però l’obiettivo perseguito da Gelli e da coloro che lo sostenevano dentro e fuori i partiti politici era già quello di Pacciardi, che voleva la Seconda repubblica, una Repubblica presidenziale, possibilmente mettendo fuori legge i partiti di estrema sinistra. Questo è un disegno che nasce nel cuore del potere statunitense, l’ambasciata americana a Roma voleva questo, quindi la strategia nasce molto prima. Gelli è un capitolo di una storia molto più lunga. Un caso limite è la potente e influente ambasciatrice a Roma negli anni Cinquanta, Clare Boothe Luce – una grande giornalista, con un marito editore ricchissimo –, che rimproverava Scelba accusandolo di essere poco anticomunista. Naturalmente lui si offendeva, visto che era un campione di anticomunismo. Quindi la storia comincia molto prima, e con il deperimento dei partiti di sinistra potremmo dire che si è compiuta.

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