La fondazione dedicata allo storico Luigi Firpo si è distinta negli ultimi decenni, fra le numerose tematiche affrontate, anche per una particolare attenzione allo studio dell’immaginario utopico. L’utopia, infatti, costituì uno dei principali interessi del grande studioso torinese, la cui prefazione all’Utopia di More fu persino plagiata da Silvio Berlusconi. Fra le diverse iniziative promosse dalla Fondazione su questa tematica, spicca il convegno internazionale dell’anno 2000, i cui interventi confluirono poi nel volume Nell’anno 2000. Dall’utopia all’ucronia, curato da Bruno Bongiovanni e Gian Mario Bravo, che rappresenta ancora oggi un riferimento cruciale per chi si occupi di scenari utopici/distopici/ucronici nell’ambito italiano e non solo.
In questa linea si pone il congresso internazionale del 2023, Contemporary Dystopian Imaginaries, che vede fra i promotori proprio una delle autrici del volume suddetto, cioè Manuela Ceretta – ora professoressa ordinaria di Storia del pensiero politico presso l’Università di Torino. Recentemente, parte dei lavori di questo evento è confluita in questo libro agevole (Immaginari distopici contemporanei) che va oltre una mera raccolta dei soli atti del convegno.
Il volume risulta di particolare interesse anche per il lettore non specialista, nonostante il taglio accademico della pubblicazione, in virtù dell’accessibilità sia dei saggi ivi contenuti sia dell’argomento trattato, ormai pienamente al centro dell’immaginario della società contemporanea. Con un’impostazione interdisciplinare che alterna saggi di comparatistica, pensiero politico, media e cultural studies, la raccolta è segmentata in quattro nuclei tematici che accompagnano il lettore nel delineare l’evoluzione degli scenari distopici dalla loro comparsa definita – Zamjatin, Huxley e Orwell, con incursioni nella letteratura anti-utopistica del Settecento (Swift e dintorni) – per arrivare alla stretta contemporaneità, con particolare attenzione alla produzione estetica nel suo complesso, letteraria, cinematografica e seriale.
Il primo nucleo, Distopie e società digitale, si concentra sul ruolo della distopia nella società attuale condizionata dai social network, dalla pervasività della rete e dalla comparsa delle intelligenze artificiali Large Language Model. Prendendo spunto dall’analisi degli episodi più significativi di Black Mirror e dei romanzi distopici di Dave Eggers – esempi ricorrenti in diversi saggi dell’opera – gli interventi delineano subito quello che sarà il vero leitmotiv della raccolta, ovvero il carattere ambiguo della distopia contemporanea, rispetto a quella classica della prima metà del Novecento. Già nel secondo dopoguerra, infatti, autrici come Ursula Le Guin e Margaret Atwood fanno da apripista alla caratteristica peculiare delle distopie contemporanee successive al crollo dei grandi totalitarismi: il sostanziale dissolvimento della distinzione fra utopia e distopia, all’insegna dell’ustopia immaginata da Atwood o della ambiguous utopia accennata da Le Guin nel suo capolavoro The Dispossessed: se nel Racconto dell’ancella, la Repubblica di Gilead non può che risultare desiderabile – e non certo distopica – per la galassia sovranista rampante nel mondo occidentale, in The Dispossessed la società anarchica di Anarres è tutto fuorché perfetta e ideale. Questa impossibilità di distinguere nettamente nella contemporaneità la distopia dall’utopia – nonché il suo collocarsi in un presente prossimo al nostro invece che in un futuro relativamente lontano – viene ben circoscritta nella prima parte e risulta una costante anche nelle altre tre: proprio perciò un po’ dispiace che, per ovvie ragioni cronologiche legate ai tempi di elaborazione dei contenuti, non abbia potuto trovare spazio negli interventi l’analisi di due delle serie TV distopiche più conturbanti del panorama televisivo attuali, quali Severance di Ben Stiller e la recentissima Pluribus di Vince Gilligan, nelle quali le conclusioni cui giungono molti dei saggi dell’antologia risultano ancora più evidenti.
Tenendo conto di questo aspetto fondamentale, gli altri nuclei risultano si focalizzano maggiormente su tematiche più limitate. Nel secondo, Corpi, immagini ed emozioni, il problema del corpo nella distopia contemporanea viene affrontato attraverso la lente degli studi post-coloniali e di genere, ma anche di quelli inerenti alla disabilità e all’invecchiamento – come nel saggio di Ceretta e Doria, forse quello più significativo della sezione. Il terzo nucleo, Economia, lavoro e ambiente, affronta invece le letture distopiche delle società tardo-capitaliste e delle loro problematiche, come la fine del lavoro, la crisi climatica ed ecologica e anche la retorica del merito nel saggio di Alessandro Dividus: particolarmente interessante risulta il contributo di Valentina Romanzi sulle distopie di Dick e Doctorow, soprattutto in merito a quanto scrive sul capolavoro Ubik, al netto dei debiti dichiarati verso il lavoro critico di Carlo Pagetti.
Chiude la raccolta la sezione più strettamente politica del volume, Potere, conflitti e violenza, di cui si segnalano, in particolare, i saggi di Angelo Arciero sulle distopie contemporanee della sorveglianza – e le loro affinità e divergenze con quanto scritto da Orwell e Foucault – e quello di Federico Trocini, il quale mette in relazione il pamphlet di William Luther Pierce, The Turner Diaries (ormai lettura obbligata per il suprematismo bianco), con i romanzi anti-islamici di Pierfrancesco Prosperi, una saga in sensibile anticipo rispetto al testo più significativo del filone, ovvero Sottomissione di Houellebecq. Completano la sezione i saggi di Lara Righi e Donatella Possamai sulle distopie della Russia post-sovietica – da segnalare soprattutto il secondo sull’opera di Dmitrij Glukhovsky (costretto all’esilio per sfuggire all’arresto dopo le sue considerazioni sull’“operazione militare speciale” in Ucraina) – e quello di Gabriele Catania sul rapporto controverso fra la lettura distopica e le previsioni geopolitiche (un campo in cui gli scenari speculativi non risultano molto lungimiranti).
Nonostante la densità degli argomenti affrontati in poco meno di trecento pagine, va ribadita l’accessibilità dell’antologia anche per il lettore non specialistico, sia per lo stile fluido degli interventi sia in virtù della capillare diffusione presso il grande pubblico di molte delle opere esaminate, ormai pienamente parte del nostro inconscio collettivo contemporaneo, come i saggi contenuti in Immaginari distopici contemporanei non mancano di evidenziare.


