Un vecchio trucco della letteratura gotica – Dal castello di Otranto a Dracula di Bram Stoke – è quello di presentare il testo del romanzo come un manoscritto che il narratore o l’autore stesso hanno trovato fortuitamente. Questo dispositivo, pensato per coinvolgere il lettore in un contesto di “realismo” narrativo, provava anche a riguadagnare l’aura di un medium – il libro ottocentesco – all’apice della sua affermazione industriale, attraverso l’evocazione di un origine del tutto immaginari.
Un analogo espediente, utilizzato in film come Blair Witch Project o in franchising cinematografici come V/H/S o Paranormal Activity, emulando la tecnica di ripresa documentaristica di un video o delle stesse telecamere di sorveglianza, ha costruito nei decenni scorsi la fortuna di un intero sotto filone horror e di estetiche narrative come il found footage (letteralmente: filmato ritrovato) e il mockumentary (finto documentario). Nello stesso tempo la diffusione di Internet ha visto emergere, grazie alla rete, fenomeni come il creepypasta: post, articoli, pagine, e ben presto intere web serie come Backrooms, Local 58, Mandala Catalogue, storie dell’orrore che condividono una lore, ossia un insieme di credenze e di miti, in rapporto ambiguamente incerto con l’autenticità. Un contesto caratteristico del folklore digitale in cui si riconosce oggi una cultura “global gothic” pienamente globalizzata del perturbante.
Come osserva Marco Malvestio in questo bel saggio sull’attualità inattuale del genere horror «la simulazione di autenticità si deve infatti alla natura ipermediale del suo formato. Creepypasta assomiglia deliberatamente agli spazi digitali che attraversiamo di solito e questo ci porta a prenderli per reali o almeno a farci turbare come se lo fossero». Dopo il successo di Backrooms (Kane Parsons, 2026) anche nelle sale – le narrazioni analog horror sono oggi corteggiate da agenzie cinematografiche come A24 e dallo stesso Steven Spielberg nella trasposizione di ambienti liminali, retromanie anni ’90, tecnologie e meme di un web archeologico, obsoleto come 20 anni fa le vecchie cassette VHS – analogiche, dunque perturbanti – che apparivano nelle infestazioni di una saga horror come Ringu.
Nella torsione tra immediatezza e ipermediazione della visione ritroviamo così le due facce di un’unica medaglia. Al centro, la nostalgia come paradigma teso ad riaffermare una qualche forma di controllo su una realtà ormai sfuggita di mano e sempre più spesso percepita come fantasmatica, revenant. Il “perturbante”, nel senso diegetico già intuito da Freud, emerge dunque nell’orizzonte immaginario di un futuro passato come sullo sfondo di trascorsi storici non esperiti di persona ma ereditati nei flussi della trasmissione intergenerazionale. Un modello che l’horror contemporaneo – al cinema, nei videogiochi, nella letteratura di genere non meno che in romanzi autoriali come Luna Park di Bret Easton Ellis – ha da tempo intercettato e fatto proprio, strategicamente, e che il libro rivendica già nel titolo, per poi analizzarlo sotto tre diversi profili tematici (“tecnologie”, “spazi”, “corpi e identità”) .
A fare i conti con gli anacronismi del perturbante e la dimensione spettrale di un passato anteriore, è infatti anche il disagio che emerge dallo stato di cose presente, per non parlare della sua eventuale contestazione, fenomeno già descritto da Mark Fisher come hauntology tra le caratteristiche del tardo capitalismo. In modo contradittorio, la sua valenza può filtrare atrtraverso una serie come Stranger Things ma anche potenziare una narrazione reazionaria con l’ idealizzazione/restaurazione di una pretesa golden age.
Nostalgia dell’orrore, prima uscita della nuova collana Mimesis Horror Studies, diretta da Giuseppe Previtali e dallo stesso Malvestio, analizza un altro momento del paradigma “nostalgico” nel folk horror, una concettualizzazione affermatasi lo scorso decennio in seguito al revival del cinema horror britannico degli anni ’60-’70. Il suo nucleo narrativo presenta una controcultura immaginaria – alternativa e neopagana – tra le pratiche di una comunità deviata, spesso isolata anche geograficamente, fedele ai riti sacrificali degli “old gods”. Le sue origini, espressamente artefatte e anticate, non possono nascondere d’altra parte forme di dominio assai concrete, come magistralmente chiarito anche nel seminale Wicker Man (1973).
Tra gli spazi sociali, il tropo della casa infestata – e, sempre più spesso, della famiglia – nel trattamento cinematografico successivo alla bolla e alla conseguente crisi immobiliare del 2007, viene lucidamente decostruito sia attraverso titoli elevated, come Hereditary e Babadook, che rivisitazioni regressive del tema di Amityville, presenti ad esempio in un campione di incassi come The Conjuring. Le sezioni conclusive del libro si estendono a due temi normalmente coniugati al presente e comunemente non associati al sentimento di rimpianto, come il corpo (body horror) e l’identità di genere. Il saggio ci rivela che forse non è più così.
Di taglio accademico ma agile nel lessico e nel formato, con un occhio anche al pubblico ampiamente eleggibile tra gli appassionati sempre più numerosi dell’horror, Nostalgia dell’orrore non è l’ennesima guida cinematografica ma un testo critico allineato allo stato della ricerca e dei Film Studies, per chi magari, oltre ad amare il genere, lo usa anche come bussola per orientarsi tra le ansie e le paure del nostro presente.


