Maria Roberta Novielli / Cronaca sensoriale del Giappone moderno

Maria Roberta Novielli, Anatomia dei corpi ibridi. In dialogo con Tsukamoto Shin’ya, Marsilio, pp. 216, euro 23,00 stampa

A Maria Roberta Novielli, docente presso Ca’ Foscari e la Nihon University di Tokyo, venuta prematuramente a mancare l’estate scorsa, si collega l’intensa attività di studio e di divulgazione del cinema giapponese moderno in Italia, come curatrice accademica e autrice di diversi volumi di carattere storico. Anatomia dei corpi ibridi, libro-intervista con il regista Tsukamoto Shin’ya, è solo  l’ultimo episodio del suo importante lascito critico.
Tsukamoto, tornato quest’anno alla regia con Mr. Nelson, Did You Kill People?, film sull’atrocitá della guerra, presentato alla 83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, è figura chiave del cinema, non solo giapponese, a cavallo del nuovo millennio. La celebrità di Tetsuo, il capolavoro cyberpunk che,   mutuando i mostri robotici (kaiju) di Ultra Q e Godzilla nel cinema di David Cronenberg, regalò a Tsukamoto una scandalosa notorietà – un film  maniacale, che il regista ha in pratica elaborato in ben quattro diverse versioni nell’arco della sua carriera – ha d’altro canto anche  oscurato la complessità della sua poetica e l’approfondimento di opere successive come Tokyo Fist, A a snake of June, Nightmare Detective, almeno presso il grande pubblico non festivaliero.
Il libro arriva a colmare in parte questa lacuna, ripercorrendo la storia recente del Giappone e di Tsukamoto attraverso le parole dell’autrice e del filmmaker. Dovendo individuare i principali temi trattati, questi privilegiano probabilmente l’impatto della cultura video elettronica nella società degli anni ’80, e in un contesto ineludibilmente metropolitano; il meticciato con la tecnologia che secondo Tsukamoto attraversa i corpi, combinandoli, prima delle menti;  la crisi economica che a partire dagli anni ’90  in Giappone fa da sfondo al crudo futurismo di  musica, cinema, teatro. Con l’avvertenza che il pensiero di Tsukamoto – di cui riportiamo di seguito alcuni rimandi contenuti nel libro – è e resta autentico pensiero-cinema.

Anni ’80 in videoclip
Il periodo pubblicitario è stato per me una scuola fondamentale, un laboratorio di tecniche di ritmi ed idee. La tensione fra corpo e città si rifletteva anche nelle pubblicità dell’epoca che veicola vano messaggi energici e vitali. la città, il corpo e la tecnologia questi erano i temi che sentivo pulsare dentro di me. Quel tipo di montaggio, tagli rapidissimi, il senso del ritmo incalzante, l’energia esplosiva e la velocità dei videoclip erano qualcosa di rivoluzionario e mi influenzarono a livello corporeo non solo estetico o concettuale. Una keyword degli anni 80 potrebbe essere “correre”. Il corpo umano deve crescere adattandosi alla velocità della metropoli, accelerando a sua volta.

Cyberpunk con caratteristiche giapponesi
L’elettricità è un altro tema ricorrente nelle mie opere. Non sono così interessato all’idea astratta di mente elettronica o cervello connesso elettronicamente tipica del cyberpunk classico. Il mio interesse è più legato all’erotismo del contatto fisico tra carne e metallo a quel rapporto concreto, quasi sensuale tra corpo e materia dura. l’elettricità, quindi, non è un concetto astratto o intellettuale ma un’energia visiva che pulsa e ribolle come ferro in cal deficiente che vibra, stringo, piena di calore e forza.

 Maestri e fratelli
In molti accostano il mio Tetsuo ad Akira di  Ōtomo, ma in realtà non ha avuto nessun influenza. Akira è il fratello maggiore, serio e brillante, mentre Tetsuo è il fratello minore, maldestro e ribelle. Le  influenze cinematografiche che ho tratto dai film di Ridly Scott e David Cronenberg mi hanno stimolato una forte carica di violenza corporea, un interesse per la trasformazione del corpo stesso che ha profondamente segnato la mia visione. Il mio cinema si nutre anche di grandi classici come Metropolis di Fritz Lang che considero quasi un “nonno” spirituale.

Suoni e rumori del muto<brTokyo stava vivendo un espansione verticale impressionante, i grattacieli crescevano incessantemente. I cantieri erano pieni di rumori forti ininterrotti quell’immagine sonora e visiva dei palazzi in costruzione era una realtà tangibile che accompagnava la mia esperienza quotidiana e che inconsciamente entrava nella dimensione sensoriale del film. Che è quasi privo di parlato, senza dialoghi, e racconta la storia solo attraverso le immagini. Una scelta nata dalla mia esperienza di lettore di manga e dalla volontà di un linguaggio visivo diretto e universale, senza barriere linguistiche.

Melanconia metallica
Alla fine, due personaggi, dopo essersi fuso in un unico essere di metallo, decidono di scatenare la loro potenza e inizia a salvare il mondo circostante in acciaio. Il messaggio del film potrebbe sembrare: una rivoluzione totale, la mutazione del mondo in una realtà dominata dal metallo e dalla tecnologia. Tuttavia, la creatura e tutto ciò che ha mutato si deteriorano ed arrugginiscono. Non si tratta quindi solo una rivoluzione tecnologica e  meccanica ma anche di un’inevitabile decadimento e disfacimento.

Ménage à trois
Nei miei film, a partire da Tetsuo si ripete spesso uno schema narrativo ricorrente: la presenza di due uomini di una donna che funge da perno centrale fra di loro di solito come tutti i film c’è un protagonista poi all’improvviso appare un altro personaggio simile a lui che rappresenta il suo opposto. Al centro di queste storie si trova immancabilmente una figura femminile, una presenza stabile, con i piedi ben piantati a terra.  Puou sembrare che subisca o venga travolta dagli eventi, ma in realtà è lei che osserva tutto e che si pone al centro del mondo narrativo.

Il soldato Nelson
Fino ad oggi, il Giappone non ha ancora affrontato pienamente la questione delle proprie responsabilità nel corso del grande conflitto bellico. Leggendo la testimonianza di autori come Allen Nelson ha potuto comprendere meglio cosa significasse di fatto queste violenze sul campo, una scoperta molto importante per me, perché la sua esperienza non riguarda solo l’America, anche in Giappone è accaduto qualcosa di simile. So quanto sia importante raccontare la storia delle vittime di una guerra, ma io ho sempre pensato che l’orrore non consiste solo nella sofferenza delle vittime e che anche chi perpetua la violenza appartiene alla stessa realtà. Per me era importante far conoscere al pubblico entrambe le dimensioni.