Natura umana messa a valore: il capitalismo e la Rete. Su Benedetto Vecchi

Benedetto Vecchi, Il capitalismo delle piattaforme, manifestolibri, pp. 96, euro 8,00 stampa

“È il delle piattaforme e della sorveglianza che ha preso forma, facendo leva proprio sulla retorica della libera circolazione delle informazioni. Sono Facebook, Google, Amazon, Apple coloro che mettono insieme velleità libertarie e voglia di profitto all’interno di un modello di business fondato sulla gratuità dell’accesso a servizi, software e informazioni..”
, “Assange deve tornare libero, ma Wikileaks fa parte del passato

“Per un pensiero critico, tuttavia, non c’è spazio per una deriva apocalittica, da fine della storia, ma per una perseverante, cocciuta prassi teorica che individui le fragilità e i punti di rottura di questo ordine politico e economico. Il primo movimento, gesto da compiere, è quello di scendere negli atelier della produzione…”
Benedetto Vecchi, Il capitalismo delle piattaforme

Qual è il ruolo della Rete nel modo di produzione contemporaneo? O, per meglio dire, quale cifra specifica vi apporta la Rete? Come interagisce questa caratterizzazione digitale con la maglia logistica che tutto avvolge? Chi sono i soggetti che, a vario livello, con una quantità crescente di micro-prestazioni lavorative più o meno specializzate, contribuisce al funzionamento di questo regime di vita sul Pianeta?

A queste domande risponde il breve ma potente Il capitalismo delle piattaforme (2017): condensato di anni di ricerche e studi militanti nonché di attività di caposervizio della redazione culturale del quotidiano il manifesto, del suo autore, Benedetto Vecchi (1959-2020), profondo conoscitore e critico dei mondi digitali che incessantemente provava a intercettare e a restituire a un pubblico il più vasto possibile. Un compito che Vecchi svolgeva con impegno etico, ben sapendo che quel pubblico è esso stesso imbrigliato nelle maglie del capitalismo digitale globalizzato. Perché, a essere messo al lavoro e a valore, è la natura umana stessa, “sottomessa alle regole auree dell’accumulazione capitalistica”.

In maniera solo apparentemente paradossale, il capitalismo contemporaneo, avendo colonizzato l’intera esistenza umana, si definisce, notava Vecchi, come sempre più “evanescente”: per frammenti che solo parzialmente si ricompongono. Infatti, sharing economy (economia della condivisione), gig economy (economia dei lavoretti, strettamente connessa ai meccanismi tecnologici e psico-sociali della condivisione) e platform capitalism (basato cioè sulla produzione linguistica di saperi e codici al servizio di accumulazione e profitto) sono solo alcune delle definizioni della fase attuale che restituiscono parti di un tutto magmatico e inafferrabile (per quanto chiaro e lampante esso possa apparire davanti ai nostri occhi).

Ma cos’è, allora, più specificamente, il “capitalismo delle piattaforme” del titolo?

Non è esattamente il frutto auspicato della “tecnoutopia” che prevedeva una trasformazione sociale del capitalismo, nel quale la Rete avrebbe dovuto fungere da strumento di una liberazione felice, divenendo invece un elemento essenziale di mediazione tra domanda e offerta. Per Vecchi non basta più l’ideale pseudo-sovversivo dell’etica hacker, antidoto alla furia disordinata di ciò che il Collettivo Ippolita – con il quale Vecchi intratteneva una conversazione ininterrotta dalle pagine de il manifesto – ha chiamato “anarco-capitalismo”: che ha trasformato la Rete in sterminata miniera per la potenza estrattiva delle piattaforme.

La Rete è la spina dorsale dell’attuale sistema produttivo: essa ha consentito la moltiplicazione su scala planetaria del numero di lavoratori “indipendenti” (ai quali basta un dispositivo connesso a Internet per svolgere il proprio lavoro), ma con salari poverissimi, ritmi di lavoro sfiancanti e imposti dagli algoritmi che sono una forma di comando impersonale, astratto e invisibile. L’algoritmo, in effetti, rappresenta bene il regime misto che presiede al funzionamento del capitalismo delle piattaforme, che coniuga il software aperto (prodotto da hacker e programmatori dentro l’infaticabile lavoro della cooperazione sociale) e la proprietà intellettuale che impone brevetti, privatizzazione e massimizzazione dei profitti succhiati dal lavoro sociale. In questa fase non si accumulano materie prime né terra, ma saperi. Si tratta, scrive Vecchi, del “lato presentabile del capitalismo predatorio, di quella accumulazione originaria che caratterizza il mondo contemporaneo”.

Dunque, abitiamo un tempo e un mondo molto diverso da quello immaginato e sperato da chi credeva che la crisi del modello scientifico di lavoro fordista – che ha lasciato il campo al caos ordinato del neolibersimo selvaggio della finanziarizzazione – avrebbe aperto spazi a forme non del tutto controllabili di sviluppo produttivo. Al centro, invece, c’è “la facoltà del linguaggio di produrre innovazione”, scrive Vecchi, “la conoscenza sans phrase trasformata in potenza produttiva”, tant’è che “sentimenti, capacità, linguaggio sono tutti elementi indispensabili al buon funzionamento degli ateliers della produzione”.

In una recente intervista a Shoshana Zuboff  apparsa su – autrice dell’importante e discusso Il capitalismo della sorveglianza (Luiss University Press), recensito anche su Pulp Libri  [Roberto De Robertis; Fabio Malagnini] –, Vecchi parlava delle piattaforme come “fabbriche computazionali dove agisce un flusso ininterrotto di dati acquisiti dalle imprese attraverso il controllo di quanto accade in Rete”, aggiungendo che il tutto è orientato a “ridurre la vita a merce” trasformando “la natura umana in un atelier della produzione senza confini”.

Ecco, Benedetto Vecchi sottolineava la centralità degli “ateliers della produzione”, dove “il capitalismo delle piattaforme” si cala per incontrarne i produttori, quella “folla” di lavoratori precari: bikers e “turchi meccanici”, makers e sviluppatori di app con un enorme bagaglio di competenze formali (titoli di studio) o informali (pratiche hacker), facchini, magazzinieri e ingegneri superspecializzati, “operai del data entry” a braccetto ideale con gli operai tout court (che non sono scomparsi!), lavoratori autoctoni/nativi e lavoratori migranti, tutti in perenne movimento. E come un fantasma, ecco aleggiare l’“imprenditore di se stesso”, vera figura prototipica del capitalismo delle piattaforme: “animale sociale dotato di capitale intellettuale e sociale che usa per massimizzare il proprio reddito monetario e status sociale”.

Sono soggettività stregate dalla retorica delle possibilità (auto)imprenditoriali offerte dalla Rete: sirena incantatrice che indica la stella polare del successo individuale, che si raggiunge lungo una strada lastricata di autosfruttamento e valorizzazione delle proprie competenze personali. Soggettività alternativamente conformiste e conservatrici o anticonformiste che attraversano le metropoli segmentate dalla crescita ciclopica della logistica che riscrive mappe e territori, gerarchie e poteri nella corsa forsennata alla distribuzione delle merci (e dei servizi).

In un contesto così frammentario e frastagliato, Vecchi ammonisce però che non basta scendere negli ateliers della produzione per generare conflitto: serve piuttosto un serrato confronto con il “politico” e cioè con la Crisi della democrazia rappresentativa e la riduzione del governo ad “amministrazione” (aziendalistica). E l’ambivalenza radicale e irrisolvibile tra pulsioni libertarie originarie della Rete e il suo essere stata messa sotto controllo si rispecchia nella vicenda paradigmatica del mediattivista australiano , oggi prigioniero in un carcere britannico. A margine del suo arresto nel 2019, Vecchi notava quanto paradossalmente Assange si sia lentamente delegittimato facendosi affiancare da imprese vicine a Putin, mentre “la trasparenza radicale” e “un software che impedisce di leggere i messaggi garantendo l’anonimato” vengono ora assicurati da Facebook, Twitter, Instagram e Whatsapp.

Squadernare e attraversare continuamente queste contraddizioni come attività critica e di sovversione del presente, è certamente uno dei grandi lasciti di Benedetto Vecchi, che se n’è andato nel gennaio del 2020, dopo aver dato alle pagine culturali de il manifesto un’impronta chiara sul versante delle pratiche sociali orientate al conflitto e alla liberazione, non rassegnandosi davvero mai all’idea che la Rete si sia definitivamente trasformata in uno strumento di cattura ed estrazione.

Lascia, infatti, anche un’importantissima eredità sulla comprensione degli statuti della Rete, che sapeva raccontare con una lingua densa e tuttavia chiarissima, addentrandosi nel cuore dei rapporti di produzione contemporanei. Vecchi, “originale cartografo del capitalismo contemporaneo”, come l’ha definito su il manifesto, ha gettato uno sguardo impietoso sui processi di sfruttamento ma anche sulle fratture e le possibilità di portare conflittualità. Pur avendo smarrito quei tratti di sospettosa fiducia nella possibilità che un uso non convenzionale di codici e algoritmi possa ancora aprire spazi di libertà, come testimoniato dal precedente La Rete dall’utopia al mercato (2015), confidava ancora nei luoghi attraversati da soggettività non addomesticate e da processi di soggettivazione slegati dal “governo”.