8 Dicembre, 2021

Nuova, nuovissima & americana

Nuova poesia americana. Volume 1, a cura di John Freeman e Damiano Abeni, tr. Damiano Abeni, Black Coffee, pp. 190, euro 13,00 stampa

A testimoniare la prolificità e molteplicità di un panorama poetico che, negli Stati Uniti, è in costante evoluzione e trasformazione – insieme a un’attitudine forse paradossale, se non anche ambivalente, nei confronti del “nuovo” nella tradizione poetica italiana – i poeti americani in traduzione italiana sono sempre nuovi. Basta scorrere i titoli delle antologie apparse negli ultimi anni, dai Nuovi poeti americani, nella cura e traduzione di Elisa Biagini (Einaudi, 2006) fino alla poderosa e per molti versi esaustiva impresa della Nuova poesia americana in più volumi, a cura di Luigi Ballerini, Paul Vangelisti e Gianluca Rizzo (iniziata nel 2005 con il capitolo dedicato a Los Angeles e arricchitasi del nuovo volume su Chicago, edito da Aragno, sempre nel 2019), passando per altri titoli come, per esempio, la Nuova poesia americana curata da Alessandra Bava per Ensemble nel 2005.

John Freeman e Damiano Abeni si inseriscono in questa prestigiosa tradizione con il primo volume di una nuova avventura editoriale, Nuova poesia americana. Volume 1, recentemente edito da Black Coffee. La selezione riguarda poeti già noti, in lingua originale, al pubblico italiano – o che tali dovrebbero essere al più presto, e in questo l’antologia è un prezioso contributo – come Robert L. Hass e Terrance Hayes, affiancati da Natalie Diaz, Tracy K. Smith, Robin Coste Lewis e Laily Long Soldier.

Gli stessi poeti hanno fornito la selezione dei loro testi, contribuendo alla costruzione della antologia; “cosa li accomuna?” resta, in ogni caso, domanda spontanea, di difficile risposta e al tempo stesso prezioso spunto per la riflessione. John Freeman – già editor di Granta e ora animatore dell’importante rivista Freeman’s, sempre tradotta da Black Coffee, la cui curatela esprime già di per sé una presa di posizione critica e militante – risponde al quesito, altalenando definizioni sintetiche e precise (“La poesia americana non ha più il compito di spiegare la nazione a se stessa, come faceva un tempo”) e altre meno convincenti (“I lettori vogliono capire con quanto impeto si può arrivare a desiderare un bacio”). Certamente azzeccata, in ogni caso, sembra essere l’individuazione di una triade di padri e madri fondatori in Adrienne Rich, John Ashbery (recentemente tradotto con maestria dallo stesso Abeni per Bompiani) e W. S. Merwin – perfetta unione di sperimentazione formale, militanza politica e registro spirituale che si ritrova, variamente modulata, negli autori antologizzati.

Ad aprire il libro è Tracy K. Smith, nominata poet laureate nel 2017, con la sua voce potente nella quale la dimensione del sacro e l’effimero (pur se riproducibile in eterno) della condizione postmoderna si mescolano senza soluzione di continuità, grazie a una poesia che alterna momenti narrativi, comunque mai del tutto prosaici, e aperture epifaniche. Segue Terrance Hayes, del quale si può apprezzare in miniatura il percorso poetico fin qui tracciato e che culmina negli American Sonnets for my Past and Future Assassin (2018). Il richiamo al sonetto di questo ultimo titolo, naturalmente, non è da intendersi in senso tradizionalista, se si ricorda, per esempio, che Hayes aveva già dato prova di una perizia tecnica esuberante e fuori dagli schemi nel precedente Lighthead (2010), anch’esso adeguatamente rappresentato nell’antologia di Black Coffee. In Lighthead, in particolare, il poeta aveva messo a punto la tecnica del golden shovel, che prende il nome da un verso, apparentemente anodino, di Gwendolyn Brooks, nota poetessa afroamericana del secondo Novecento (“Seven at the Golden Shovel”). In molte poesie di Hayes, le ultime parole di ogni verso compongono, in una sorta di acrostico, un verso della Brooks; Hayes ha invitato anche altri poeti a utilizzare la medesima tecnica – dando vita, per esempio, alla Golden Shovel Anthology: New Poems Honoring Gwendolyn Brooks (2019) – e a replicarla anche nei confronti di altri autori.

La mancanza del testo a fronte non rende possibile approfondire questa e altre questioni metriche proprie della poesia di Hayes; d’altra parte, questa scelta ha favorito un formato dell’antologia agile e maneggevole e, per quanto riguarda l’autore successivo, Robert L. Hass, ciò non causa alcun intralcio nell’approccio a una poesia dai forti tratti sapienziali (si veda l’incipit di Meditazione a Lagunitas: “Tutto il nuovo pensiero è sul lutto. / In ciò somiglia al pensiero antico.”), forse favorita, in questo, dalla sua appartenenza a una generazione precedente rispetto a molti degli altri autori inclusi.

Natalie Diaz, invece, si fa portatrice di una poesia nella quale fanno capolino le questioni dell’intreccio (tradizionalmente consolidato, nonostante le politiche anti-immigrazione delle più recenti amministrazioni statunitensi) tra cultura anglofona e ispanofona, sintetizzato al meglio dalla Poesia d’amore postcoloniale, nella quale si legge il verso: “ho imparato Bevi in una nazione di siccità”. Chiudono il libro, con due sezioni piuttosto scarne ma egualmente rilevanti, Layli Long Soldier, accanita sperimentatrice grafica in una poesia che non disdegna accenti fortemente politici (“E tenete a mente che non sono una storica”, ribadisce, all’interno di 38, con sferzante ironia), e Robin Coste Lewis, il cui andamento poematico non cessa di raccontare la storia dei corpi delle donne nere, nella loro assenza-presenza sia culturale sia materiale (“Una volta pensavo di essere una persona con un corpo, il corpo di qualcosa che guardava / verso l’esterno, incantato / e scosso”).

Come si è cercato di sottolineare qui, si tratta di autori e autrici che fanno certamente parte di una letteratura post-identitaria, ma non per questo meno ancorata alle questioni più immediatamente politiche. La loro presa di parola è anche presa di posizione, senza appiattirsi sui toni della denuncia – come insegnava Rich – e senza dimenticare il corpo a corpo con la forma – Ashbery docet – o anche le aperture a un registro più spirituale – e qui, di nuovo, si legge in filigrana W. S. Merwin. Si tratta certamente di una scelta militante, agile e di impatto – pur essendo meno canonizzante della selezione di Biagini per Einaudi e meno completa della serie di Nuova poesia americana curata da Ballerini, Vangelisti e Rizzo – rispetto alla quale non si può non attendere con curiosità il prossimo carotaggio.