Paola Malanga / Truffaut: una generazione scalpitante

Paola Malanga, Il cinema di Truffaut, Baldini+Castoldi, pp. 709, euro 25,00 stampa, euro 12,99 epub

Cosa resta oggi di un cinema intessuto di storie, fatto di passioni, di personaggi di cui lo spettatore avverte i battiti del cuore e non solo le martellanti battute, realizzato con movimenti di macchina necessari e non con spettacolari sequenze tese alla ricerca di effetti fini a se stessi? Cosa resta, per esempio, del cinema di François Truffaut? È la domanda che si pone Paola Malanga, con il suo studio, a oltre venticinque anni dalla prima uscita.

La domanda è tutt’altro che peregrina, e l’opera del compianto regista parigino – “l’apostolo di un cinema che soddisfaceva gli occhi e insieme faceva palpitare l’anima, di cui oggi sembra si sia perso lo stampo oltre che il gusto”, come scrive Paolo Mereghetti nella prefazione – ben si presta a un raffronto storicizzante tra epoche sideralmente distanti quanto a immaginario e fare artistico. È dunque non poco fecondo riflettere sul lascito di Truffaut. Il suo cinema non è certo ripiegato su se stesso in un autocompiacimento infantile e vacuo come spesso accade nelle pellicole contemporanee, tecnologicamente evolute ma superficiali; eppure i suoi film rimangono profondamente attuali, “inattaccabili dal tempo che passa”, per citare ancora Mereghetti.

Titoli divenuti antonomastici: I 400 colpi, dell’infanzia e le sue difficoltà, Fahrenheit 401, della passione divorante per i libri e il terrore della loro distruzione, Effetto notte, della fascinazione del cinema, La camera verde, della memoria dei defunti, La signora della porta accanto, di un vecchio amore che torna a sconvolgere l’esistenza. Come nota Malanga, il suo “cinema interrogativo”, che si pone in prima persona, che “si sbilancia verso l’altro con un’intensità rara”, che “lo travolge con la sua vitalità ma pretende la comprensione”, oggi è più utile e prezioso che mai. Egli è dunque l’interlocutore ideale per fare i conti con ciò che si è perduto, “per riannodare i fili di una storia umana che non riesce a coagularsi in sentimenti e progetti, sospinta com’è dalla pressione e dalla velocità impazzita dei nostri tempi sbandati”. Ma il recupero d’una figura già ampiamente studiata dalla critica è anche rivolto a sfatare i due principali luoghi comuni che aleggiano intorno alla sua persona e all’opera: il primo, ideologico, che lo vuole artefice di un cinema consolatorio e piccolo borghese; il secondo, poetico, che lo ritrae come il “dolce Truffaut, sempre a mezzetinte”.

Questo libro non si limita ad analizzarne la filmografia: si sofferma sul dato biografico e sulla temperie culturale di un’intera epoca, nella convinzione che vita e arte, pratica cinematografica e riflessione critica, il “parlar cinema per alludere alle proprie emozioni”, il “rifarsi alla finzione per raccontare la verità”, non possano andare disgiunti nel ripercorrere una carriera come quella del cineasta parigino. Trascurare l’ambiente in cui Truffaut operò avrebbe significato raccontare un altro uomo e un altro artista, errore che l’autrice non commette, rievocando una personalità poliedrica: non solo il regista, ma l’animatore culturale, il critico militante (come dimenticare il seminale libro-intervista con Hitchcock?), il leader “politico” (la guerra a Malraux per difendere Langlois alla Cinémathèque), senza trascurarne la sfera privata.

Nella prima parte si ripercorrono i dibattiti di un tempo culturalmente fervidissimo, richiamando alla memoria persone che hanno attraversato la vita e l’arte di Truffaut. Dando voce allo stesso artista e ai protagonisti e testimoni di quell’epoca lontana, si rivivono le furibonde battaglie critiche degli anni giovanili, combattute “con una passione assoluta e un’energia contagiosa”, le inquiete avventure della scalpitante e inquieta generazione che rivoluzionò la storia del cinema, dei Cahiers du Cinéma e della Nouvelle Vague, tornano le imprescindibili figure di Bazin, Godard, Hitchcock, Rossellini, il gruppo dei “giovani turchi” e la “famiglia Carrosse”, si affrontano temi come l’amore per i libri, la cinefilia e il ’68. La seconda parte del volume, strutturata per schede, richiama l’impostazione della prima riprendendone tematiche ed episodi, appunto con la dichiarata intenzione “di non isolare la singola opera ma di metterla in comunicazione con le altre e con il contesto che l’ha generata”.

A ogni modo, questo libro si rivolge non solo a chi Truffaut manca, per la sua intelligenza, l’acuta sensibilità, “l’insopprimibile furore”, ma anche soprattutto a chi non lo conosce. L’“osmosi tra schermo e vita”, il “parlare cinema” per alludere alle proprie emozioni, il rifarsi alla finzione per raccontare la verità rimane “l’essenza stessa dell’opera di Truffaut, il suo senso più profondo, la sua eredità”. La speranza dell’autrice è anche la nostra: che, scoprendo la sua figura, i giovani di oggi e di domani imparino a lottare contro l’appiattimento umano, culturale, visivo in cui siamo costretti a vivere, che possano trovare in lui un compagno segreto per perseguire anche i sogni che sembrano impossibili. O almeno provarci.

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