Philip K. Dick goes to Hollywood

A 40 anni dall'uscita di Blade Runner nelle sale, il rapporto problematico di Philip K. Dick con il mondo di Hollywood è leggibile nella vicenda del film che stravolgendo il romanzo gli regalerà, suo malgrado, fama e celebrità postume.

Millenovecentottantadue: muore Philip K. Dick ed esce nelle sale il film Blade Runner che lo consacrerà autore di culto a un pubblico assai più vasto di quello riconducibile al genere fantascientifico. Ma quale culto? Se alla sua opera si associa, normalmente, una forte valenza religiosa, spirituale o, ancor più, mistica, l’essenza del film tratto dal romanzo Gli androidi sognano le pecore elettriche? è decisamente prosciugata da qualunque venatura extramondana. Puro materialismo all’insegna di un immaginario in piena consonanza con gli altri film di fantascienza contemporanei “ad alto budget che rappresentavano un nuovo orizzonte del possibile, puramente immaginario, e per molti versi infantile e regressivo.” [1] 

Tradimento allora? E le reazioni di Dick, le sue aspettative: deluse? Il film, il romanzo, il rapporto di Dick con la potente macchina hollywoodiana; proviamo a districarci in questo brogliaccio di cui spesso si parla confondendo film e romanzo, le reazioni di Dick, il suo pensiero e le attese di un pubblico cinematografico piuttosto che di quello dei suoi fedeli lettori. 

Iniziamo allora da  un suo scritto uscito postumo [2] in cui parla dell’intenzione di Ridley Scott di realizzare un film dal suo romanzo nonostante l’avesse trovato di difficile lettura, aggiungendo che lui invece, al contrario,  era “riuscito a leggere la sceneggiatura piuttosto agevolmente” ma ricavandone un’impressione terribile. “Non ha assolutamente nulla a che vedere con il libro” anche se “paradossalmente, in un certo senso, è meglio così, (…) il mio romanzo diventerà una livida, gigantesca accozzaglia di androidi in scadenza che uccidono gli umani, nel mezzo di un caos mortale – il tutto estremamente emozionante da vedere. Al confronto il mio libro risulta noioso.” Detto ciò non può esimersi dal mostrare, comunque, una certa delusione per una mancata occasione, [3] “come scrittore, però, preferirei veder realizzate alcune delle mie idee, non semplici effetti speciali basati su di esse.” 

La disapprovazione dell’autore si spinse fino a sparare a zero “sul maggior successo fin lì ottenuto da Ridley Scott” Alien, ma “è alquanto dubbio che anche una sola delle principali figure impegnate al lavoro intorno a Blade Runner si sia mai accorto del piccolo articolo” [4] pubblicato su una rivista di programmi televisivi, e in ogni caso Dick diede l’approvazione entusiasta alla revisione della sceneggiatura originaria da parte di un nuovo sceneggiatore che, per sua ammissione, non aveva mai letto il libro e che di fatto si limitò a eliminare alcuni elementi chiave della trama del libro come la religione di Mercer.

Ci troviamo così di fronte a due problemi riguardanti il rapporto di Dick col film: per primo il tradimento e/o la cancellazione dei contenuti della sua opera; secondo, il repentino cambiamento d’opinione riguardo al film senza che siano avvenute sostanziali modifiche.

Per capire il primo occorre rifarci ad una serie di appunti del 1968  per una possibile sceneggiatura per il regista Bertrand Berman che aveva ottenuto una prima opzione per il romanzo, [5] in cui Dick dimostra la massima apertura nel togliere alcune parti piuttosto che ampliarne altre. Addirittura la  possibilità di privilegiare il protagonismo di Isidore rispetto a quello di Deckard. E comunque il suo intento, non scevro di un gran divertimento, era quello di far risaltare tutti quegli “aspetti bizzarri, curiosi e inquietanti, nonché tutte le quiddità patafisiche del mondo in cui il film è ambientato.” 

Non c’è nessuna difesa d’ufficio, nessun pregiudizio autoriale che vorrebbe la propria opera passare nella sua integrità e purezza attraverso il filtro cinematografico. Dick è ben conscio delle specifiche esigenze del mezzo audiovisivo e ben disposto a immaginare tagli di parti importanti difficili da trasporre in sequenze visive: “alcune atmosfere (scene ecc.) possono essere eliminate del tutto, per quanto importanti nell’economia del romanzo, mentre altri elementi, come il tema del rapporto tra Isidore e Mercer, possono essere mantenuti ed eventualmente ampliati” e così via. 

Ovviamente una major hollywoodiana se può far a meno dell’interlocuzione dell’autore e aver mani libere è ben contenta, e uno scrittore proveniente da un’area più che popolare come la fantascienza non possedeva certo quell’aurea di prestigio necessaria per fronteggiare una macchina potentemente onnivora come quella. 

C’è quindi un film scevro da qualunque intromissione autoriale e un romanzo di nessun interesse, al di là degli elementi superficiali della trama, per i realizzatori del film: la caccia all’androide come diverso e artificiale; il rapporto sentimentale e sessuale tra un umano e un androide. Tutto il resto non conta e può sparire. Ma non è una cosa grave perché, a ben vedere, questa riduzione esalta proprio quei temi del conflitto che nel libro rischiano di rimanere un po’ in secondo piano rispetto a quelli come la religione, l’empatia, lo stigma sociale ecc. 

Quello che è grave è la risoluzione del conflitto così come viene esposta nel film. Da un lato gli androidi infidi e sanguinari ma che ci rappresentano nella nostra parte più istintiva e animale: uccidi per non essere ucciso; ma anche innocente in quanto appunto animale oltre che artificiale, mancante di una vera autonoma agency, e quindi a nostra disposizione. Loro sì che hanno visto cose che noi umani… loro che non sono umani hanno potuto godere di una vicinanza con l’essenza della vita che noi, al contrario, gettati nel mondo, fatichiamo a immaginare. Qui la nostra tragedia ma anche la nostra alterità superiore sancita da questi esseri;  gli esseri che, alla fine, non possono  che sacrificarsi per noi. La loro presa salvifica sarà sempre senza compensazione, priva di riconoscimento alcuno. 

Altro rapporto, altro conflitto, l’altro da noi, il femminile. Nodo spinoso, forse oggi sarebbe poco accettabile una scena in cui l’eroe impone il proprio desiderio all’avvenente androide femmina, costringendola con la forza a supplicarlo di baciarla e di dirgli – Ti voglio – e ancora – Ti voglio! – 

Ma forse non è questo che dovrebbe tanto infastidirci quanto, paradossalmente, la non esasperazione della scena stessa, la sua placida acquiescenza mista a una resistenza che non chiede altro che di essere vinta. 

Se ripercorriamo a ritroso la storia del cinema ben altri esempi ci vengono offerti, uno per tutti la pudica coperta eretta come muro di Gerico a difesa dell’onorabilità di Claudette Colbert in Accadde una notte. Ma lì, in pieno codice Hays il desiderio di cedere è desiderio di unione nella differenza e il destino di entrambi i protagonisti è indissolubilmente legato allo scacco o meno di questo saper conciliare l’unione con la differenza.  Quasi un secolo dopo nessun muro separa i due antagonisti e la porta, unica via di fuga, viene sbarrata dall’eroe. L’unica possibilità di salvezza sta nella risoluzione del conflitto attraverso l’accettazione dell’inferiorità da parte femminile, quella più esposta all’animalità tanto quanto all’artificialità, che si consegna e si affida alla protezione di chi vorrà farla sua. 

Di ben altro tenore l’idea di conflittualità immaginata da Dick. Se nel romanzo [6] l’androide arriva a chiedere ragione della propria persecuzione  – “Cosa fa nella vita? Va in giro a sparare alle persone dicendo loro che sono androidi?” –  negli appunti per la sceneggiatura la questione si fa ancora più complessa al punto da chiedersi se “sarà un film violento e d’azione, con Deckard che uccide un androide dopo l’altro, o un quadro più ampio di un mondo strutturato in modo fondamentalmente etnico, caratterizzato da usi strani e curiosi, cui gli indigeni si dedicano con estrema solennità e che contemplano l’omicidio legalizzato di ‘persone’ (gli androidi) prive di qualsiasi diritto.” 

Proprio da questi originari appunti possiamo vedere  come più che di un tradimento (Dick stesso era il primo a tradire la propria “verità” cambiandone improvvisamente il punto di vista) occorrerà parlare di travisamento, un vero e proprio falso dickiano che ne congela il pensiero a un singolo frammento slegato da tutto il resto.

È ancora Dick a invocare  “più spazio al sesso” innanzitutto. Una sessualità scoperta, senza infingimenti, in cui “lui andando a letto con lei, si è unito non a un individuo umano o androide che fosse – bensì a un modello, a un tipo di cui possono teoricamente esistere decine di migliaia di esemplari. E del resto chi è realmente l’oggetto della sua libido erotica?” “Umano o androide che fosse” non è questo il tema. Vogliamo dire che l’altro è un androide? Benissimo! Vogliamo dire che l’altro è diverso da noi? Certamente! “Non è questa la scoperta fatta da Deckard e dal pubblico: questo si sa già.” Ciò che questa situazione rivela, il problema che pone è “fino a che punto il maschio umano e la donna androide riescono a ricacciare indietro l’artificiale, il meccanico, e a metterlo a tacere con il desiderio.” Dick prosegue con varie possibili varianti della situazione che prevedono soluzioni e ulteriori problemi e interrogativi. Ma quel “fino a che punto” è possibile ricacciare il meccanico, l’artificialità di un rapporto, di tutti i rapporti, rimane come domanda ineludibile a cui il film da la risposta peggiore che si possa prospettare. 

Possiamo affrontare ora il secondo problema riguardante il rapporto con il film ancora in fase di gestazione da parte di Dick. Eccitazione, delusione, rabbia, entusiasmo; tutti stati d’animo provati sostanzialmente sulla base di una sceneggiatura (che avrà solo modifiche parziali) e alla visione di alcune prime scene girate. 

Dick tenterà di aggiustare le motivazioni delle sue alternanti emozioni e delle decisioni riguardanti l’offerta di riscrivere il testo adattandolo al film, cercando di dare un’immagine di sé più decisa e sicura di quella che era nella realtà. La prima grande occasione di uscire da una fama ristretta ed equivoca di scrittore di un genere privo di blasoni e la prima vera possibilità di una sostanziale emancipazione economica; difficile mantenere i nervi saldi per chiunque, per Dick, che sente sempre più vicino il freddo alito della morte, ancora di più. 

La sceneggiatura, prima terribile, poi apprezzata, poi la sofferta decisione di rinunciare a un più che lauto compenso per la novelization del film (e conseguente sacrificio del romanzo). Poco importa come sia avvenuto tutto questo oscillare emotivo e decisionale, quello che conta sta scritto tra le pagine della monumentale Esegesi, scritta per se stesso rubando il sonno alle ore notturne.

Cosa sia il film per lui è presto detto: “Il film è sconfitta; il romanzo vittoria, apparente grossa perdita, il bene segreto che brilla in modo quasi invisibile da sotto questa sconfitta, queste fantasie fasciste di potere in cui l’hanno trasformato. Il male ha servito il bene; il male sembra vincere, ma in realtà a vincere è il bene.” [7] Per Dick il vero messaggio di tutta la sua opera è lì, in Androidi, e grazie al film avrà “la più ampia circolazione immaginabile”. Non aver fatto la novellizzazione  sopprimendo il libro originale, come era nell’allettante proposta hollywoodiano, fa sì che l’anima di Dick sia salva. E, chissà, forse, un poco, anche la nostra.

NOTE

[1] Intervista di Rahma Khazam a Silvia Maglioni e Graeme Thomson su una sceneggiatura di fantascienza di Felix Guattari https://www.springerin.at/en/2013/2/das-infra-quark-universum/ 

[2] Philip K. Dick, Artifici (e distruttori) di universi (1981), in Mutazioni, a cura di Lawrence Sutin, Feltrinelli, Milano, 1997.

[3] L’ennesima mancata occasione. Per Ubik Dick era arrivato perfino a stilare la sceneggiatura completa. http://una-stanza-per-philip-k-dick.blogspot.it/2018/02/ubik-la-sceneggiatura.html  

[4] Lawrenc Sutin, Divine invasioni, Fanucci, Roma 2001, p. 306.

[5] P. K. Dick, Appunti su Androids Dream of Electric Sheep (1988), in Mutazioni, op. Cit. Scritti per il regista Bertrand Berman che aveva ottenuto una prima opzione per il romanzo.

[6] La complessità di questo romanzo ha fatto sì che molti critici e amici lo definissero come il meno riuscito o addirittura come un vero e proprio fallimento (Darko Suvin). Per un’ampia analisi del testo rimando al mio articolo qui:  http://una-stanza-per-philip-k-dick.blogspot.it/2014/10/ma-gli-androidi-sognano-le-pecore_31.html 

[7]: P. K. Dick, L’Esegesi, Fanucci, Roma, 2015, p. 1147. 

 

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