Arriva finalmente in italiano, per Bibliotheka, uno dei nuclei più compatti e meno addomesticabili del corpus giornalistico di Roberto Arlt: venti aguafuertes selezionate dalle oltre mille pubblicate su “El Mundo” di Buenos Aires tra il 1928 e il 1942, riunite sotto il titolo — volutamente sproporzionato rispetto alla materia — di Tratado de la delincuencia. Il pretenzioso overstatement del titolo è la prima spia del metodo: Arlt non sistematizza, accumula. Coima, fascinerosi, martingaleros, avvocati da funerale, assalti in banda — la galleria non aspira all’esaustività tassonomica ma all’inventario dello stupore, un catalogo di pennellate rapide sulla malavita urbana di Buenos Aires che funziona da pretesto per esercitare una prosa tagliente più che da trattato in senso proprio.
È proprio questa dimensione tecnica — la scrittura come montaggio di materiali eterogenei — a rendere il libro rilevante oltre il suo valore documentario. La critica argentina ha da tempo insistito su una lettura di Arlt come bricoleur: uno scrittore che compone i propri testi, giornalistici e narrativi, con “restos”, frammenti, saperi squalificati, la lingua sgangherata delle traduzioni popolari spagnole più che il castigliano normativo. La stessa intuizione è stata spinta verso l’estetica della modernità tecnica periferica: Arlt non offre una visione né riconciliata né ottimista, ma sostiene una modernità radicalizzata, tanto inevitabile quanto critica. Nel Trattato questa tensione si traduce in uno sguardo che non giudica il delinquente dall’alto di una morale borghese né lo redime in chiave picaresca: lo osserva come sintomo di un ordine economico e sociale che produce sistematicamente i propri margini. Il crimine minuto, la coima, la truffa da quattro soldi sono variazioni sul tema unico dell’economia come ossessione strutturante dell’immaginario arltiano — una vera e propria finzione del denaro che attraversa tutta la sua opera.
Lo stile resta il vero terreno di prova. La macchina letteraria di Arlt passeggia per la città raccogliendo detriti verbali — gergo carcerario, lunfardo, sintassi giornalistica sotto pressione — e li ricompone in un registro aggressivo e teso, indicato dalla critica come il vero programma estetico delle aguafuertes: fare stile sotto la pressione della colonna quotidiana. È uno stile che rifiuta la distanza elegante del cronista colto e che proprio per questo, a partire dagli anni Sessanta, ha permesso di riscattare Arlt dall’accusa — mossa fin dai contemporanei — di scrittore sciatto, per ricollocarlo dentro una genealogia d’avanguardia.
Il volume curato da Montalto ha il merito di rendere finalmente accessibile in italiano questo laboratorio, ma sconta l’assenza di un apparato critico che orienti il lettore digiuno di Arlt dentro le coordinate che la critica ispano-americana ha da tempo messo a fuoco. Restano da soli, in traduzione, venti frammenti che vanno però letti sapendo che non descrivono soltanto la delinquenza di Buenos Aires: mettono in scena, con la stessa materia grezza di cui parlano, il modo in cui la letteratura argentina del Novecento ha imparato a scrivere l’urgenza.


