21 Aprile, 2021

Sul palcoscenico sono stata bella

Yasmina Reza, Anne-Marie la beltà, tr. Ena Marchi e Donatella Punturu, Adelphi, pp. 70, euro 10,00 stampa, euro 4,99 epub

Il rigore del teatro, parafrasi di discorsi, monologhi di fronte al taccuino di giornalisti affamati di notizie e tracce elettrizzanti per un pubblico determinato a farsi sedurre. Anne-Marie Mille, attrice oscurata dall’assenza di fama, rilascia interviste immaginose a giornalisti invisibili a cui non resta che ascoltare un monologo composto di accenti e senapi che danno il pizzicore al naso. Per nulla idilliaca, ma spiritosa quanto basta, la voce giunge da un camerino, da una stanza da letto o dalle tavole di un palco (non ha importanza il luogo al di fuori di queste tre opzioni) e vorrebbe mettere a posto qualcosa nel disordine generale del privato e di conseguenza del mondo intero. La donna, bella, forse poco chic, s’impegna a riesumare fantasticherie reali e fatti che sembrano inventati di sana pianta.
Yasmina Reza, da quella grande drammaturga che è, tiene sotto controllo un personaggio desiderante ancor più autonomia e andare molto oltre la bolla atmosferica in cui si ritrova. Siamo a un passo dal disastro, o probabilmente il disastro è già avvenuto, ma indugia l’affettuosità un po’ dispotica di questa donna che ritiene d’essere un prodigio di beltà, consumandosi gli occhi sulle foto di Brigitte Bardot e Nancy Sinatra: i capelli della prima e gli stivali a mezza coscia della seconda la trasportano nello stile Paris Match e nei rotocalchi, ma si sa come tutto alla fine si affastelli in sogni a occhi aperti e in bugigattoli “scenografici” di quart’ordine. I personaggi richiamati da Anne-Marie si sciolgono in un decadimento che è proprio della protagonista, nei pressi del tracollo a cui Parigi assiste regalando anfratti moreschi e allegre tolleranze.
La realtà è uguale per tutti, scrittori compresi, e coloro che l’affrontano anche poeticamente nei loro copioni sono destinati al fallimento, al buio. Via dall’ironia, sempre rifiutata da Reza, considerandola fuorviante rispetto al mondo che da sempre descrive. Il mondo è ben più mascalzone di quanto vogliono farci credere, il monologo a cui assistiamo sembra provenire (e in effetti è così) da uno spettacolo ormai estinto dove attori, comprimari e maestranze sono ridotti a ombre sperdute. La voce di Anne-Marie la Beauté giunge come un’eco rimbalzata sulle pareti dei camerini e arrivata in strada attraverso qualche sfiatatoio. E l’umido del pavé parigino la dissolverà definitivamente. Reza difende la fisiologia di questa voce, dandole l’audacia necessaria per farla resistere ancora un po’ come donna legata a donne e uomini che in definitiva hanno reso reale il mondo, nonostante l’imminente decadenza.
Un rapido, disincantato omaggio agli attori che, al di là dei trucchi organizzati e le pretese di certe mascherate, hanno sempre saputo ringraziare dopo la discesa del sipario. Fra l’esondante avvenirismo glaciale di Houellebecq, e le ferocie filosofiche dell’economia analizzate da DeLillo, Yasmina Reza rende visibile lo spettacolo organico del bordello in cui siamo immersi. E, nel caso di Anne-Marie, riporta a galla tutto il disperato bello che abbiamo perduto per sempre.