5 Dicembre, 2021

Fare mondi e il senso della meraviglia per Nora K. Jemisin

Con "Il Cielo di Pietra" esce per Mondadori l'ultimo volume di "Broken Earth", la pluripremiata trilogia che ha affermato Jemisin come una delle voci più autorevoli e originali della narrativa weird e dell' afrofuturismo in letteratura

Gran parte della letteratura weird sceglie di tratteggiare il volto del mondo in cui si svolge la narrazione, invece di completarne nei dettagli la forma, cosicché il lettore è messo nella condizione di poterlo integrare, e interpretare, riempiendolo di significato. Questo è possibile perché la storia non risponde quasi mai al modulo del narratore onnisciente, difatti la coerenza interna e la completezza a volte sono messe in secondo piano, la trama è spezzata, parziale, e segue il variare dei punti di vista, in modo da lasciare emergere l’incompiutezza e l’entropia stessa del mondo. In questo contesto viene privilegiata la ricezione empatica, e accade perciò che a un realismo spesso estremizzato al limite dell’hard boiled, si associa – in dosi più o meno abbondanti – un immaginario patchwork psichedelico e allucinatorio, provocando così l’innesco di meccanismi di world building che sono appunto in larga parte lasciati all’autonomia interpretativa del lettore.

Perché questa premessa? In realtà nulla di tutto ciò che è stato descritto nel paragrafo precedente appartiene alla scrittura di Nora K. Jemisin, ma è essenziale che si possa, ancora prima di affrontare una concezione del fantastico così forte e determinata come quella della scrittrice statunitense, chiarire che molte possono essere le formule con cui l’immaginario si esprime, e che sono comunque in ogni caso da comprendere e avvicinare. Il realismo onirico di Nora k. Jemisin non è assolutamente da contrapporre allo spiritualismo di Jeff Vandermeer, all’arte concreta di William Gibson o alla ricerca di una policy che leghi passato e futuro come accade in Kim Stanley Robinson, per citare dei modelli narrativi che apparentemente sono alternativi tra loro ma che in realtà risultano complementari. La lettura di un’opera come la trilogia de La terra spezzata induce continuamente a porsi domande di quest’ordine, ma in questo ambito le risposte sono inesorabilmente contenute nel testo stesso, che è concepito secondo un modello sostanzialmente classico, in linea – seppur con i dovuti distinguo – con una certa tradizione epica e fantasy. Sono molteplici gli approcci che si possono scegliere per affrontare un’autrice dello spessore di Jemisin. Raffi Khatchadourian, nella sua recensione su The New Yorker osserva infatti: 

“La storia sfidava una facile categorizzazione letteraria. Era vasta ma intima, stratificata ma raccontata con semplicità. Potrebbe essere letta come una parabola ambientale, o come uno studio della repressione, o come una meditazione sulla razza, o come una ricerca post-apocalittica di una madre. Jemisin intrecciava elementi magici, ma li sistematizzava in modo così completo da sembrare principi scientifici, leggi di natura alternativa. Evocava la tecnologia avanzata, ma la rendeva così esoterica da sembrare magia.” [1]

Non è quindi la casellina del genere letterario, con il suo flag da spuntare, ad aiutarci nell’analisi, ma se si vuole in ogni caso tentare di definire alcune coordinate procediamo per gradi. In prima istanza è necessario collocare Jemisin in quanto appartenente all’afrofuturismo, corrente culturale dalle mille sfaccettature che però rispecchia le continue sollecitazioni inserite dall’autrice nel testo. In estrema sintesi, l’afrofuturismo nella fantascienza è rappresentato principalmente da Samuel R. Delany (che pure non ama questa etichetta), da Octavia Butler e da Nnedi Okorafor, oltre che da Jemisin stessa, ed interpreta il ruolo delle persone di colore e la lotta allo schiavismo come allegoria delle lotte di liberazione tout court, anche se si tratta di robot, androidi o alieni. Per gli autori che si identificano nell’afrofuturismo la responsabilità sociale e le conseguenze di certe prese di posizione sono cruciali, e rispecchiano una sorta di engagement del fantastico. 

“[Jemisin dice] “Sono rimasta sbalordita da chiunque abbia usato l’arte come pianificazione del mondo reale. Può essere utile oppure bloccante sapere che qualcuno sta cercando di utilizzare il mio lavoro per un’applicazione nel mondo reale. Potrebbe riempirmi di orrore, o farmi diventare più cosciente.” Jemisin ha detto che vede gli attivisti come persone che mettono la loro vita in pericolo; sapere che il suo lavoro potrebbe contribuire a ciò è una responsabilità immensa, quasi inconcepibile. Sono molti gli attivisti che guardano all’afrofuturismo e ai modelli letterari e teorici come una piattaforma per i cambiamenti sociali e come serbatoio di immaginario.” [2]

Contestualmente è altrettanto rilevante la manifestazione della lotta quotidiana dei suoi personaggi femminili, e difatti la revisione dell’immagine e del ruolo delle donne nella narrativa fantastica (troppo spesso legata a modelli machisti) è una seconda colonna portante del suo pensiero, così come, più in generale, sono presenti e diffusi elementi di una critica ai generi sessuali, soprattutto se ipotizzati come immutabili. Su questo tema Andrew O’Hehir sul New York Times, già nel 2017, quindi precedentemente al successo di massa della trilogia, diceva: 

“L’ascesa di Jemisin è stata contemporanea a una guerra culturale spesso sgradevole nel mondo del fantasy e della fantascienza circa questioni di identità, di rappresentazione e della percezione del “politically correct”, la quale rispecchia in modo fin troppo accurato le controversie culturali e politiche più ampie che si potrebbero menzionare. Quando si tratta di leggere i libri di Jemisin, è probabilmente giusto dire che tali questioni contano e non contano, o forse che sono importanti se vuoi che lo siano.” [3]

Ma se l’impegno contro le discriminazioni che Jemisin riversa nei suoi romanzi è centrale, è altrettanto vero che nella sua opera, e più che mai ne La terra spezzata, il protagonista principale, come forse non lo era da tempo, è l’elemento della trama in senso stretto, ovvero la storia, intesa come mito, racconto orale e narrazione. In questo senso la sua scrittura è assolutamente in linea con le colonne portanti del fantastico, da J.R.R. Tolkien a Neil Gaiman, da Philip J. Farmer a China Mièville, da Marvin Peake a Ursula K. LeGuin. Per lei, come per tutti loro, ciò che costituisce la storia, il mondo che l’autore costruisce e che descrive è tutt’altro che uno strumento simbolico. Spesso questo è inteso come una sorta di gigantesca metafora, poiché lo si presuppone come ciò che dà forma all’ermeneutica del testo e in un certo senso la realizza, ma questa è una formula inadeguata, che troppo spesso è stata invece vista come la lettura ideale dell’immaginario. Il meccanismo del world building è invece l’elemento centrale dell’opera, ciò che merita descrizioni capillari e minuziose, il luogo in cui l’avventura e il senso di appartenenza si esplicano alla massima potenza in modo immediato, senza alcun tipo di intermediazione, perché essere demiurghi non significa mai semplicemente riportare, quanto generare ex novo.

Leggendo i romanzi di Nora K. Jemisin seguiamo con trepidazione la vita di Essun, di Alabaster e degli altri attori, nelle mille e variegate forme che assumono, ascoltiamo i principi che sostengono, ripensiamo gli errori che pagano, siamo dentro le loro vite, ne facciamo parte, e questo – è banale, lo sappiamo da sempre, ma è centrale – è il senso dell’avventura, dell’immedesimazione che accade quando un racconto è mitopoietico e demiurgico. Non ci sono distanze, gap retorici o molteplici interpretazioni, non vi è nessuna scissione o dialettica interiore, ma solamente pulsioni originarie, unite a un altrettanto arcaico impulso a essere migliori, e in questo modo arricchire il mondo di cui si è membri. Al senso del fantastico e all’avventura si collega quindi l’idea della meraviglia, della sorpresa, così come simmetricamente incontriamo dolore e la rassegnazione. Sono molte le pagine della trilogia in cui questo emerge, e spesso la mente si sofferma, e medita su una o poche frasi, dove questi archetipi affiorano, cercando di rendere il senso di un mondo che sta incontrando la sua fine: 

“’Non sarebbe stato meglio … vivere e basta?’ non puoi fare a meno di dire. […] La risposta è nei suoi occhi che si spengono. La stessa espresione che gli hai visto in faccia tanto tempo fa, in quella stazione nodo, davanti al cadavere abusato di uno dei suoi figli. […] Allora non hai più bisogno di una risposta alla tua domanda. C’è una cosa che si chiama limite. Le perdite subite lo hanno oltrepassato. A entrambi è stato tolto troppo: tolto ancora e ancora, finché non è rimasto altro che la speranza, e a quella avete rinunciato, perché fa troppo male. Finché preferireste morire o uccidere o evitare qualsiasi legame che rischiare di perdere ancora qualcosa” (Il portale degli obelischi, pag. 124).

Jemisin utilizza continuamente dei meccanismi narrativi ben precisi che danno forza al suo racconto. Prima di tutto l’atmosfera che aleggia intorno ai personaggi, anche nei momenti di più crudo realismo, è sempre immersa in una sorta di visione onirica, che amplifica quanto accade di irrazionale. Difatti, sempre nella recensione del New Yorker, Jemisin racconta come il primo spunto da cui prese forma l’idea della trilogia fu un sogno, in cui le appariva una donna, furiosa, e un vulcano, in eruzione, e la donna poteva spostare la montagna, come un’arma. Non ha dovuto cambiare nulla per avere il suo personaggio principale. In una sola immagine è già descritto in tutta la sua potenza. 

Un secondo dispositivo utilizzato per l’intero primo libro della trilogia è lo slittamento temporale, per cui una narrazione che appare come lineare invece si scopre essere un incessante movimento nel tempo, in entrambe le direzioni e attraverso vari momenti della vita dei personaggi. Questa sorta di trappola spazio-temporale permette a Jemisin di eseguire una serie di balzi narrativi arditi e affascinanti a tutto vantaggio della tensione interna del racconto. Infine, vi è la scelta della seconda persona, con cui scrive parte dei romanzi. È la formula con cui parla di Essun, in tutte le diverse età in cui appare. In questo modo favorisce l’identificazione: non è né un racconto in soggettiva né un’osservazione esterna, ma la scelta della seconda persona le permette di mostrare il dramma in cui vive la sua protagonista, l’emarginazione e il dolore, e contemporaneamente di far vivere al lettore tutto ciò attraverso di lei. Il lettore non faccia però l’errore di limitare Jemisin ai meccanismi retorici e narrativi di cui è senza dubbio padrona. La trilogia de La terra spezzata è prima di tutto uno splendido romanzo d’avventura, appassionante e coinvolgente, in ogni sua parte. In un recente articolo su The Nation Stephen Kears sostiene:

“I costi mentali e personali di questo persistente atteggiamento mentale non dovrebbero essere minimizzati, ma la risposta di Jemisin alla sua ricezione è istruttiva. Poiché il suo genere letterario l’ha evitata, ha rifiutato i suoi limiti. Sebbene non manchi il meraviglioso o l’avventura nelle sue opere, che spaziano dall’epica apocalittica al noir più estremo alle vignette sperimentali, le sue storie sono alimentate da un forte senso della ricerca. Detective tanto quanto narratrice, costruisce mondi e li mette alla prova, sperimentando per chi e contro chi funzionano, enfatizzando sia le ambientazioni sia i sistemi di potere.” [4]

Nora K. Jemisin pur essendo giovane e, prevedibilmente, con una lunga carriera di successi davanti a sé, ha già vinto tutti i premi a cui i suoi romanzi hanno partecipato, unica ad aver ricevuto per tre volte consecutive il premio Hugo. Auguriamoci perciò che la sua fama travalichi i confini del genere, che, come si è visto, le vanno particolarmente stretti, per raggiungere un pubblico di lettori sempre più vasto. Inoltre, ci si augura di vedere presto tradotti i romanzi e i racconti ancora non pubblicati in Italia. Nel frattempo, la trilogia de La terra spezzata si inserisce a pieno titolo tra le letture imprescindibili di questo millennio.

NOTE

[1] “The story defied easy literary categorization. It was sweeping but intimate, multilayered but simply told. It could be read as an environmental parable, or as a study of repression, or as a meditation on race, or as a mother’s post-apocalyptic quest. Jemisin wove in magical elements, but she systematized them so thoroughly that they felt like scientific principles—laws of an alternative nature. She evoked advanced technology, but made it so esoteric that it seemed like magic.”

[2] [Jemisin says] “I was mind-blow by anyone who used art as real world planning. It can be helpful or inhibiting to know that someone is trying to use my work for a real world application. It could fill me with horror, or I would become more conscious.” Jemisin said she views activists as people who put their lives on the line; to known that her work could contribute to that is a larger-than-life responsibility almost too awesome to comprehend. There are many activists who look to Afrofuturism and the canon of literatures and theories as a platform for social changes and the stocking of the imagination.”

[3] “Jemisin’s ascent has paralleled an often-unsavory culture war in the fantasy and science fiction world around issues of identity and representation and perceived “political correctness,” which all too closely mirrors larger cultural and political disputes one could mention. When it comes to reading Jemisin’s actual books, it’s probably fair to say that such issues both do and do not matter, or perhaps that they matter if you want them to.”

[4] “The mental and personal costs of this persistent animus should not be downplayed, but Jemisin’s response to her reception is instructive. As her genre has shunned her, she has refused its limits. Though there is no shortage of delight or adventure in her works, which range from apocalyptic epics to swashbuckling noir to experimental vignettes, her stories are powered by a strong sense of inquiry. A detective as much as a storyteller, she builds worlds and probes them, exploring who they work for and against, emphasizing settings as well as systems of power.”