26 Settembre, 2021

William Lindsay Gresham, Nightmare Alley

William Lindsay Gresham, Nightmare Alley, Sellerio, tr. Tommaso Pincio, pp. 189, euro 16,00 stampa, euro 9,99 epub

Sarebbe riduttivo definire Nightmare Alley solo un capolavoro del noir. Sebbene infatti si intoni alla perfezione con le cupe configurazioni narrative, filosofiche e atmosferiche del mood – non lo chiamerò genere ma mood, perché il noir è soprattutto uno stato d’animo, una visione del mondo – il romanzo scritto nel 1946 da William Lindsay Gresham (1909-1962), esorbita abbondantemente, sia per stile che per tematiche, dai canoni abituali e dai tòpoi ricorrenti che il lettore si aspetta da pagine di questo tipo. Nella bella postfazione Tommaso Pincio, che ha curato il volume e ottimamente tradotto il testo, presenta il protagonista del romanzo, Stanton Carlisle, o meglio il Grande Stanton, come una specie di anti-Jay Gatsby, il Grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, un contraltare plebeo e nihilista dell’incarnazione più cogente e coesa delle contraddizioni del Sogno americano. In comune i due personaggi hanno la ricerca di denaro e successo a qualunque costo, in antitesi fra loro è invece l’idealistica persistenza del sogno e dell’amore in Gatsby, contro il cinismo, l’anedonia e una vita ridotta all’incubo perenne della fuga in un vicolo cieco di Stan. Se Fitzgerald ha ancora spazio per la speranza, Gresham, dopo la Grande Depressione e il Secondo conflitto mondiale, non vede intorno a sé che rovine. Un malessere e un’amarezza che, come giustamente rileva Pincio, ben rispecchiano i panorami esistenziali desolati e angosciosi di James M. Cain e Cornell Woolrich: l’autore che però a me sembra maggiormente in sintonia con lo spirito di questo straordinario romanzo è senza dubbio Jim Thompson. Li accomuna, Thompson e Gresham, oltre a una biografia segnata dalla sfortuna letteraria, dall’alcolismo e dalla depressione, lo sguardo impassibile, senza giudizio e senza remissione, nella contemplazione del male; la raffigurazione assolutamente esplicita, priva di tabù linguistici, di sesso e violenza; il disincanto sarcastico – di dichiarata prospettiva marxista –  verso ogni forma di autorità costituita, di rispettabilità borghese, di imbonimento socialriformista; e infine lo sperimentalismo stilistico, il ricorso allo stream of consciousness, allo sconvolgimento espressionista della sintassi, più vicino alle avanguardie letterarie che alla narrativa di genere. Quasi due fratelli oscuri, Thompson e Gresham: comune e non certo casuale, anche l’esordio letterario di entrambi come collaboratori ed editor di riviste popolari Pulp dedicate al True Crime, la ricostruzione letteraria di delitti reali.

Unico romanzo di successo, che la critica definì dostoevskijano, di un autore dalla vita travagliata e piena di esperienze contraddittorie, Nightmare Alley è così denso e sovrabbondante proprio perché compendia in metafora un’esistenza difficile: uno sfogo compulsivo più vicino all’autobiografia liberatoria che alla narrativa d’invenzione. Gresham, dopo il diploma alla High School di Brooklyn, si era dissipato in un’infinità di lavori, perfino il folk-singer al Greenwich Village; iscritto negli anni ’30 al Partito Comunista sotto il nome di William Rafferty, nel 1937 si era arruolato nelle forze internazionaliste repubblicane combattendo durante la Guerra Civile spagnola nell’Abraham Lincoln Battalion: restò marxista per buona parte della sua vita (posizione ideologica che emerge abbastanza evidente anche nelle pagine del romanzo), salvo cambiare idea negli ultimi anni, così avvenne anche nei riguardi di molti altri paradigmi culturali da lui attraversati: la psicanalisi, lo spiritismo e l’occultismo, il buddismo Zen, i tarocchi, lo Yoga, l’I-Ching, Dianetics e Scientology – la pseudo-religione fondata dallo scrittore Pulp Ron Lafayette Hubbard, che prima sostenne e poi denunciò come fraudolenta –, gli Alcolisti Anonimi che frequentò per alcuni anni ricadendo poi nella dipendenza.

Altrettanto instabile fu sul piano relazionale: sposato una prima volta negli anni ’30, venne lasciato e tentò di impiccarsi ma il nodo si sciolse e finì sul pavimento privo di coscienza per diverse ore; si sposò una seconda volta nel 1942 con la poetessa Joy Davidman, dalla quale ebbe due figli, ma dovette concederle il divorzio sotto le accuse di abusi e alcolismo (la Davidman sposò allora lo scrittore britannico C.S. Lewis – l’autore, tra l’altro, di Le cronache di Narnia – che incoraggiò la conversione al cristianesimo della donna, in origine ebrea, atea e comunista: a lei e alla sua prematura morte per cancro è dedicata una delle sue opere più toccanti: A Grief Observed – Diario di un dolore); sposò infine la prima cugina della Davidson, Renee Rodriguez, con la quale aveva da tempo una relazione. Il suo secondo romanzo Limbo Tower del 1949, ispirato alle sue deprimenti esperienze ospedaliere giovanili – la storia di Asa Kimball e dei suoi compagni di sanatorio che muoiono lentamente di paura, depressione e tubercolosi – non ebbe alcun successo. A parte pochi racconti fantastici pubblicati nei primi anni ’50 su The Magazine of Fantasy and Science Fiction, Gresham abbandonò del tutto la narrativa per scrivere solo altri tre libri, Monster Midway: An Uninhibited Look at the Glittering World of the Carny (1954), saggio sul mondo del Carnival, i baracconi viaggianti dei Luna Park e dei Freak-Show, ambiente di cui era appassionato ed esperto e che aveva già usato come scenario di Nightmare Alley; Houdini: The Man Who Walked Through Walls (1959), biografia del famoso illusionista ed escapologo Harry Houdini; e The Book of Strength: Body Building the Safe, Correct Way (1961), un manuale di cultura fisica. Come riporta Pincio, Gresham scrisse di sé: “A volte ho l’impressione che se davvero ho un talento non è di natura letteraria. Il mio è piuttosto un talento per la pura e semplice sopravvivenza. Sono sopravvissuto a tre matrimoni naufragati, alla perdita dei figli, alla guerra, alla tubercolosi, al marxismo, all’alcolismo, alla nevrosi e ad anni di scrittura da freelance. Sono troppo cocciuto e miserabile perché mi si possa far fuori, mi sa”. Eppure, quando nel 1962, già affetto da gravi problemi di vista, gli fu diagnosticato anche un cancro alla lingua, prese una stanza al Carter Hotel di Manhattan, la stessa dove aveva scritto buona parte di Nightmare Alley, registrandosi in reception come “Asa Kimball, di Baltimora”, il protagonista morente di Limbo Tower, e si riempì di pillole di sonnifero. A fianco del corpo fu trovato un bigliettino in cui era scritto: “No Address. No Phone. No Business. No Money. Retired”.

Nightmare Alley, si è già detto, è un compendio degli interessi e delle esperienze culturali ed esistenziali di Gresham, uno sguardo feroce e disperato sulla vita come la sintetizza alla perfezione Stan durante un breve incontro con una prostituta: “Nord, sud, est, ovest – freddo primavera caldo autunno – amare desiderare stancarsi lasciarsi – sposarsi litigare lasciarsi odiare – dormire svegliarsi mangiare dormire – bambino ragazzo uomo cadavere – toccare baciare lingue seno – spogliarsi palpare penetrare espellere – lavarsi vestirsi pagare andarsene – nord sud est ovest…”. Ogni capitolo del romanzo è introdotto e emblematizzato da una carta dei 22 arcani maggiori dei tarocchi, nella versione graficamente più seducente: quella art-nouveau del mazzo Rider-Waite pubblicato a Londra nel 1909 – simbolo del destino ineluttabile e già scritto e residuo della fascinazione di Gresham per l’occulto. Poi lo scenario, il Carnival, come lo chiamano gli americani, il mondo nomade dei baracconi e degli artisti di strada, misto di Circo e di Luna Park, dove sopravvive alle restrizioni imposte dalla legge il Freak-Show, l’esibizione a pagamento di deformità e scherzi di natura – falsi in larga maggioranza ma non soltanto. Il mondo descritto in film come Freaks di Todd Browning (1932), ingaggiando tra i protagonisti reali e “mostruose” attrazioni di quella scena, o ricostruito nei suoi presupposti vittoriani da David Lynch in The Elephant Man. Nelle prime pagine il giovane Stan, bello e biondo come un cherubino ma non altrettanto angelico, inizia la sua carriera tra i baracconi contemplando con orrore un geek – com’è possibile ridursi così, pensa. Il geek, – che Pincio in mancanza di termini italiani appropriati traduce mangiabestie – è il gradino più basso e sconvolgente del Freak-Show: senza deformità fisiche visibili, è un uomo abbruttito come una bestia che vive in una gabbia e si mostra al pubblico mangiando animali vivi – polli, topi, piccoli serpenti, insetti – e bevendone il sangue. Di solito venivano reclutati alcolizzati all’ultimo stadio o tossici disperati che si prestavano al ruolo in cambio della loro dose giornaliera di alcool o di droga. Gresham venne a conoscenza dell’esistenza dei geek mentre combatteva in Spagna; un compagno d’armi che aveva lavorato in un Carnival gli parlò di questa abissale attrazione e lo scrittore ne restò affascinato, decidendo che prima o poi avrebbe usato la figura del geek come metafora della condizione umana.

Usando il suo fascino seduttivo di manipolatore Stan fa carriera tra i baracconi: una relazione con la matura Zeena, il cui marito alcolizzato elimina “per sbaglio” fornendogli una bottiglia di alcool metilico e che sostituisce a letto e sulla scena, lo introduce all’arte del mentalista; il codice precisissimo di riferimenti verbali estorto alla coppia, gli permette di simulare alla perfezione il possesso di poteri psichici. Gresham usa i pittoreschi personaggi del Carnival come modelli sociali: il gigante Ercole è il sottoproletario che sa di essere sfruttato ma non fa niente per impedirlo; il lillipuziano Maggiore Mosquito è il piccolo borghese, il concentrato di odio puro che serbiamo nel cuore, tutto parole e niente fatti; Joe Plasky, l’uomo senza gambe, è invece l’uomo d’azione; Zeena, la desiderabile Signora, è colei che insegna a Stan che non c’è modo per farsi strada nel mondo se non con l’inganno. Così ottenuto il suo scopo, Stan lascia Zeena per sedurre la bella e ingenua Molly Cahill, giovane orfana che si esibisce nel Circo come “ragazza elettrica” in abiti succinti. Con lei, ormai padrone dei suoi mezzi, abbandona il Carnival per passare al più rispettabile teatro di varietà dove ottiene grande successo. Ma il ruolo di semplice mentalista non gli basta più, l’arrampicatore intravede nuove e più redditizie possibilità e si trasforma nel Reverendo Carlisle, fondatore di una chiesa spiritualista che offre sedute spiritiche a pagamento usando Molly come medium. Sfruttando astutamente il bisogno dei tanti che cercano la consolazione di un contatto con affetti perduti, ottiene un grande seguito di persone disposte a fargli confidenze, a svelargli i propri segreti, dai quali egli trae profitto. Ma ogni predatore nella catena alimentare prima o poi diventa preda, Stan lo scoprirà a sue spese. Non è meno fragile delle sue vittime infatti. Lo stress continuo di condurre una perenne doppia vita riapre in lui le ferite e le falle della sua infanzia, del rapporto edipico con i genitori, del tradimento della madre, sorpresa durante un amplesso con l’amante poco prima che abbandonasse la famiglia. Stan si rivolge per un aiuto alla psicologa Lilith Ritter, e il seduttore e manipolatore viene questa volta sedotto e manipolato. Lilith, vera e propria Domina sadomaso che lo stende con un colpo di ju-jitsu quando per la prima volta tenta di baciarla, lo controlla psicologicamente centellinando sesso e consulenza psichiatrica: “Non è tanto diverso. Anzi, non è diverso affatto. Stringo spesso la mano al vecchio giudice, quello che mi ha aiutata a mettere in piedi lo studio quando ero ancora una psichiatra forense stipendiata dal comune. Sai com’è, le zampe dei gatti sono tutte grigie al buio, Stan. E ho un vago ricordo di quando cinque ragazzi del quartiere aspettarono che tornassi a casa dalla scuola serale, avevo sedici anni. Mi portarono in un terreno abbandonato e mi strinsero la mano, uno dopo l’altro. Me la strinsero due volte ognuno, mi pare”. Lilith induce Stan a tentare il colpo grosso con il magnate Ezra Grindle, circonvenibile attraverso il senso di colpa: ha infatti in gioventù indotto ad abortire il suo primo amore, la diciannovenne Dorrie, morta per l’infezione conseguente all’intervento mal condotto. Stan costringerà Molly a impersonare, fino alle estreme conseguenze, il fantasma di Dorrie. E Grindle cadrà nella rete: “‘Preghiamo’. In fondo alla sala un uomo che aveva passato la vita a mandare in rovina la concorrenza, a corrompere membri del Congresso, stroncare scioperi, armare vigilantes, imbrogliare azionisti e assegnare case a ragazze madri, si coprì gli occhi con la mano”. Se Stan usa Molly e raggira Grindle, Lilith usa e raggira Stan: e la caduta sarà molto più rapida dell’ascesa. Maghi, mentalisti, spiritisti, psichiatri, sono tutti un inganno. Solo il freak è reale. Con un geek la storia era iniziata, lungo un’orbita circolare e perfetta, con un geek finirà.

Fra i maggiori estimatori di Nightmare Alley c’è anche un attore in quel momento al culmine del successo: Tyrone Power(1). Stanco di interpretare solo ruoli romantici da bel tenebroso, Tyrone vuole cimentarsi in un’interpretazione diversa: un villain ma affascinante, il personaggio di Stan Carlisle gli sembra perfetto. Su suo suggerimento, nel 1947 la 20th Century Fox acquista per 60.000 dollari i diritti del libro – è l’unico periodo di prosperità nella vita di Gresham, di breve durata – e il film esce con titolo immutato (in italiano sarà distribuito come La fiera delle illusioni), lo stesso anno, sotto la regia di Edmund Goulding; protagonisti, oltre a Tyrone Power, Joan Blondell, Coleen Gray, e Helen Walker. Nonostante la riscrittura di Jules Furthman – veterano della sceneggiatura per Josef Von Sternberg e Howard Hawks – che smorza ed edulcora massicciamente tutti gli aspetti più scabrosi e radicali del testo e gli appiccica un lieto fine posticcio, il film risulta comunque troppo scandaloso per il pubblico dell’epoca e, ad onta dell’alto budget profuso dalla produzione e dell’ottima performance del divo – probabilmente la sua interpretazione migliore in assoluto – ottiene scarso successo di pubblico ed è un flop al botteghino. Verrà tuttavia rivalutato dalla critica negli anni seguenti ed oggi – pur marginale rispetto al canone classico – è considerato uno tra gli esempi più originali e atipici di Film Noir.

Negli ultimi anni Nightmare Alley ha conosciuto una diffusa riscoperta (e forse un generale tradimento delle intenzioni dell’autore): oltre ad un improbabile musical del 2010 e a una graphic novel realizzata da Spain Rodriguez poco prima della sua morte nel 2012, anche Guillermo del Toro ha realizzato nel 2021 un remake del film, di prossima uscita. La tendenza al fiabesco e al caramelloso del regista premio oscar lasciano temere nuove melense mitigazioni della brutale crudezza del testo, così anche la scelta di un cast non particolarmente incisivo, a parte Willem Dafoe, che non fa presagire il meglio: Bradley Cooper come Stan Carlisle ci convince poco, altrettanto Cate Blanchett come Lilith Ritter. Non manca un cameo affidato a Romina Power in omaggio all’illustre padre, primo mallevadore dell’opera. Insomma preparandoci alla cocente delusione cinematografica, meglio consolarsi preventivamente attingendo senza mediazioni cautelari alle pagine spietate, aspre, crudeli – “spazzatura intelligente” la definì un critico del tempo – di un oscuro capolavoro.

(1) “L’attore condivideva con Gresham anche la militanza nell’estrema sinistra americana e la fede comunista, come attesta questa intervista del 1947, anno di uscita del film.