C’era una volta in America / Il cinema italiano com’era, il cinema italiano com’è

Piero Negri Scaglione si mette sulle tracce - come un detective - di C'era una volta in America per circa dodici anni, non molti di meno di quanti ce ne vollero a Sergio Leone per portare a compimento l’ambizioso progetto, ispirato al libro di Harry Grey The Hoods, del 1952.

Piero Negri Scaglione, Che hai fatto in tutti questi anni. Sergio Leone e l’avventura di “C’era una volta in America”, Einaudi, pp. 242, euro 20,00 stampa, euro 9,99 epub

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Piero Negri Scaglione aveva già pubblicato la biografia di uno degli scrittori più immensi e sfuggenti del nostro novecento, Beppe Fenoglio (Questioni private. Vita incompiuta di Beppe Fenoglio, Einaudi 2006), e con la sua ultima uscita continua un personale percorso letterario all’interno della biografia: questa volta però non si dedica a una persona ma a un film. Ogni biografo, in fondo, non fa che percorrere intorno all’oggetto delle sue ricerche un’ellisse più o meno ampia che lo conduca a parlare di sé stesso: ogni biografia è, in fondo, l’autobiografia di chi la scrive. Così pure per Scaglione: dopo lo scrittore della sua vita, Fenoglio, il film della sua vita: C’era una volta in America, ultima travagliata, debordante, epocale opera di Sergio Leone.

Scaglione per anni, circa dodici se il conto è giusto, non molti di meno di quanti ce ne vollero a Leone per portare a compimento l’ambizioso progetto ispirato al libro di Harry Grey The Hoods del 1952 (da noi noto come A mano armata, nell’edizione originale Longanesi, e con il titolo cinematografico nell’ultima ristampa di Mattioli 1885 del 2019), si mette sulle tracce – come un detective – di chiunque abbia avuto, a qualunque titolo, a che fare col film. Rintraccia con determinazione e pazienza quasi tutti i protagonisti sopravvissuti della produzione: cast, tecnici, organizzatori, sceneggiatori. Trova Claudio Mancini il line-producer e anello di congiunzione indispensabile fra autore e produttore; Franco Ferrini, il più giovane degli sceneggiatori; Scott Schutzman, l’attore che interpreta il personaggio di Noodles da giovane; riesce ad avere udienza – via Zoom durante il lockdown – perfino con Robert De Niro, universalmente noto per la sua ritrosia.

Scandito in un originale montaggio di sette tempi e un epilogo, partendo dal 1966-1971 con il primo embrione dell’idea e l’intervista a Simeon F. Grey, figlio di Harry, l’ex gangster ebreo autore del romanzo – non un gran romanzo per la verità – che ha fornito lo spunto di partenza e lo scenario per il sontuoso sogno leoniano, e chiudendo nel 1983-2012 con l’intervista a Ernesto Gastaldi, sceneggiatore di fiducia dell’ultimo periodo, con la morte improvvisa ma non inattesa del grande regista, con le traversie commerciali della distribuzione americana della pellicola e la definitiva rivincita postuma: non c’è singolarità o dettaglio sul film che non venga approfondito e acutamente scrutinato.

Il titolo riprende la celeberrima battuta di Fat Moe a Noodles quando lo rivede dopo venticinque anni di assenza: “Che hai fatto in tutti questi anni?” – “Sono andato a letto presto” – risponde Noodles con un vago sorriso. Lo sceneggiatore Enrico Medioli ci svela il furto dall’incipit della Recherche: “Longtemps, je me suis couché de bonne heure!”. L’ultimo film di Leone non è un film sull’America, non è neanche un gangster movie, tanto meno è un film sul cinema americano visto da un europeo: è un film sul tempo. Le premesse colte, quasi filosofiche, erano già ben chiare al regista fin dai suoi primi passi nel progetto: forse per questo da principio aveva cercato invano la collaborazione di fini letterati estranei al mondo del cinema. Prima Leonardo Sciascia, che dopo un rapido incontro preliminare rifiuta perché non interessato (a Leone forse, più ancora che al suo film); poi Norman Mailer che sottovaluta il lavoro scrivendo (o facendo scrivere a qualche ghost-writer) un trattamento fallimentare, giudicato da tutti pessimo, e, constatata la gelida accoglienza, fa causa preventivamente alla produzione per non perdere neanche un penny del lauto cachet pattuito. Saranno i seri professionisti della sceneggiatura cinematografica e non i letterati a risolvere l’impasse: Medioli, Ferrini, il grande duo toscano Benvenuti & De Bernardi, Gastaldi, Arcalli, e infine l’indispensabile riverniciatura statunitense e yiddish del giallista Stuart M. Kaminsky.

Gastaldi dà una splendida definizione di C’era una volta in America: un “capolavoro mostruosamente sbagliato” ed enumera tutte le incongruenze della trama: “È impossibile che un ex gangster diventi senatore in America: hanno eletto persone che avevano delinquenti in famiglia, ma mai uno senza passato e senza famiglia. E poi perché richiamare Noodles per farsi uccidere e condannarlo alla sedia elettrica? Dove era stato Noodles tutti quegli anni per non sapere che la ragazza di cui era innamorato era diventata Marilyn Monroe? […] Comincia con la mafia che vuol far fuori De Niro. Ma De Niro non era il pollo, il cretino che hanno messo in mezzo? Se poi Max ha un accordo con il ministro dell’Interno – perché uno che fa ammazzare tutta la gang meno sé stesso e fa trovare un corpo per far credere di essere morto ha un gancio ai livelli più alti – la telefonata anonima non ha senso”, ecc. ecc. Ma il nutrito catalogo di sconnessioni e illogicità nulla toglie al fascino del film. La chiave che apre ogni porta o nessuna, il vertice metafisico che ognuno può interpretare liberamente e che conferisce o priva di consistenza tutto il testo, sta – e qui un’altra splendida definizione – nel “sorriso della Gioconda in una fumeria d’oppio”. L’enigmatico sguardo di De Niro – un’inquadratura strappata quasi per caso – è il sigillo finale sul senso o sulla mancanza di senso del tutto e, forse, di tutto.

Quel sorriso imperscrutabile chiude definitivamente la grande stagione del cinema italiano, Scaglione ci ricorda anche questo: decenni di primati, di genialità, di professionalità e benemerenze universalmente riconosciute, di capolavori indimenticabili o nell’ipotesi più modesta esempi di altissimo artigianato, lasciati cadere se non nell’oblio, nella sterile mitizzazione (quindi dichiarandoli irripetibili, ineguagliabili, morti: pezzi da museo), visioni perse fotogramma per fotogramma, ciak per ciak, con Cinecittà abbandonata come una casa sfitta, come un albergo fuori stagione: scelte sbagliate, vigliaccheria, inerzia, conformismo, inebetimento cognitivo e imbarbarimento culturale. Le nostre generazioni l’hanno sognato o c’è stato davvero? Tutto svanito, ormai, come nel sogno oppiaceo di Noodles: il cinema italiano com’era, il cinema italiano com’è.

 

 

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